La verifica di scienze

clorofilla

Avevo otto anni ed ero in terza elementare. Era una verifica di scienze, la mia materia preferita, e consisteva in dieci domande aperte.
Le sapevo tutte perfettamente, ma sull’ultima mi bloccai. Me la ricordo ancora.. la domanda era esattamente questa: “Durante la fotosintesi cosa fa la clorofilla?” Non la sapevo proprio. Era la prima volta che mi capitava una cosa del genere. Non mi ricordavo proprio quel dettaglio, forse mi era sfuggito, ma era davvero strano.. e poi proprio nelle scienze, la materia che più mi affascinava e mi piaceva!
Avevo risposto alle prime 9 domande in pochi minuti, e mi restava ancora un sacco di tempo. Ma per quanto mi arrovellassi e facessi richiamo mnemonico a tutte le nozioni studiate, quell’informazione proprio non si trovava da nessuna parte nella mia testa. Alla fine, imbronciato, consegnai il foglio lasciando la domanda 10 in bianco. Avevo ben risposto a tutte le altre domande quindi ero confidente che avrei sicuramente portato a casa un voto discreto, ma non aver saputo dar risposta a quell’ultimo quesito mi bruciava parecchio.

Il giorno dopo, alla riconsegna delle verifiche, la doccia fredda: la maestra mi aveva messo GRAVEMENTE INSUFFICIENTE! Ero distrutto. Ma perchè? Com’era possibile? Chiesi spiegazioni alla maestra e questa mi disse, con tono altezzoso, che quella era la domanda più importante e da sola valeva più di tutte le altre, quindi mi meritavo quel voto. Io non ci credevo, mi sembrava assurdo. Alcuni miei compagni che avevano sbagliato più domande avevano preso voti sufficienti. Quello che mi era successo non mi sembrava giusto.

Tornai a casa tristissimo, mia madre non ci mise molto a notarlo, e tra le lacrime ammisi che, per la prima volta nella mia vita, avevo preso un’insufficienza. Come se non fosse bastata l’umiliazione a scuola, mi presi anche il sonoro cazziatone a casa. Non valse a nulla raccontare che avevo sbagliato solo una domanda, e che altri che avevano sbagliato più di me avevano preso la sufficienza. Fui sgridato per benino, con paghetta e Commodore 64 sospesi per un mese.

Il retroscena fu svelato solo (parecchi) anni dopo. In una grigia serata di settembre, in una camera d’ospedale, mia mamma mi raccontò la verità.
Seppi così che al primo colloquio genitori/insegnanti mia madre volle chiedere alla maestra se era vero che io avevo preso il voto più basso pur sbagliando solo una domanda. Del resto, per uno che prendeva sempre ottimi voti, quel GRAVEMENTE INSUFFICIENTE suonava strano.
La maestra le disse che sì, era vero, io avevo sbagliato solo una domanda. E avrei dovuto prendere un voto sicuramente maggiore. Ma mi diede quel GRAVEMENTE INSUFFICIENTE perchè, in quanto “primo della classe”, a suo giudizio io ero diventato troppo spavaldo e sicuro di me, quindi il suo intento era darmi una lezione di vita e farmi fare un bagno di umiltà, facendomi capire che non ero infallibile e che nella vita avrei anche potuto fallire.

Invece quel giorno io imparai un’altra lezione.

Ero sicuro, dentro di me, che la maestra mi avesse penalizzato di proposito. Non era possibile che una sola domanda sbagliata valesse più delle altre 9 giuste. Lo avevo sempre saputo. Me lo sentivo, nel profondo, che ero stato penalizzato ingiustamente. Ingiustamente e di proposito. Non c’era altra spiegazione logica.
Così quel giorno ho imparato che quando sei bravo, quando quando sei una persona di valore, uno che fa la differenza, gli altri ti guardano e rosicano, invidiano e fanno di tutto per penalizzarti. Ti aspettano al varco pronti a metterti in croce la prima volta che sbagli una virgola. Perchè la gente non sopporta che ci sia qualcuno più bravo. E allora, si crogiolano nell’astio: ti vedono come un superbo, un borioso, un vanitoso; ma sono loro, in realtà, quelli a cui manca l’umiltà. L’umiltà di guardare qualcun altro e ammettere “è davvero in gamba” “è più bravo di me”. Magari ammettendo con loro stessi che qualcosa da imparare c’è.
E invece no, invece di guardare la trave nel loro occhio, cercano la pagliuzza nel tuo.
E davvero non c’è cosa più triste al mondo di queste persone insipide che non potendo godere di successi propri, godono malignamente degli insuccessi altrui dandovi più risalto possibile. Perchè nella testa dell’italiano medio alberga la convinzione che non c’è nessun “vanto” nel far risaltare gli insuccessi di un mediocre, ma se sbandieri ai quattro venti uno sbaglio fatto da uno “bravo” allora fai un figurone. E questo paese è pieno di sfigati che si sentono dei grand’uomini facendolo.
E così ho capito che essere mitragliati di critiche è il destino di tutte le persone di valore. Essere penalizzati alla prima occasione è ciò che spetta a tutti coloro che si ergono sopra la media. E’ la versione nostrana della Shadenfreude, fa parte della cultura e della mentalità tipica della società di oggi.

Sicuramente non era quello che la maestra voleva, ma quel giorno imparai davvero tanto.

Andare avanti, nonostante tutto, conservare la fiducia in se stessi.

Fregarsene di quello che dicono gli altri.

Darci dentro con ancora più forza di fronte all’astio e all’arroganza della gente normale.

Trasformare in motivazione e in forza d’animo tutte le critiche, le malignità, i dispetti e le occhiatacce astiose di quelli che sanno di non essere alla tua altezza.

Perchè ci saranno sempre quelli che non ti sopporteranno, che ti odieranno, che diranno che “te la tiri“, che diranno che “chissà chi ti credi di essere“, o magari che sei un “raccomandato“, che ti è “sempre andata bene” o che hai “solo avuto culo“.
Quelli che qualunque cosa tu possa avere fatto, loro avrebbero saputo facilmente fare di meglio.
Quelli che si ergono a giudici del tuo operato di una vita, sentenziando che non ti meriti quello che hai, perchè avresti dovuto avere di meno.. e loro, naturalmente, avrebbero dovuto avere di piú.
Quelli che, se ci fossero stati loro al posto tuo, loro sì che avrebbero saputo risolvere la situazione, loro sì che avrebbero saputo cosa fare… loro avrebbero fatto così, loro avrebbero fatto cosà, e che ci voleva! Loro ce l’avevano già in testa, la soluzione ottimale al problema; ma chissà come, la tirano sempre fuori dopo che il problema lo hai risolto tu.

Perchè le persone generalmente ti perdonano tutto, tranne l’essere più bravi di loro in qualcosa. In qualunque cosa.

E’ dura essere bravi. E’ una lotta continua.
Però, che soddisfazioni. Soprattutto quando ti togli certi sassolini dalle scarpe.

Nota dell’autore:

Questo post non é stato scritto oggi. E’ datato 20 Novembre 2014. Era salvato come bozza, da un bel pezzo. Fu scritto in una serata di quelle in cui ti senti incazzato con il mondo e devi sfogarti in qualche modo. Erano accaduti un po’ di fatti sul lavoro che mi avevano fatto incazzare a morte e portato a scrivere quanto sopra. Sbollita la rabbia, decisi di mettere il post da parte, giudicandolo forse.. un po’ eccessivo. Ieri sera, per caso, mi é capitato di rileggerlo, e .. non so perché, mi ha colpito. L’ho trovato tagliente, incattivito, scritto da un me che probabilmente non coincide appieno con quello di oggi ma.. l’ho trovato anche dannatamente veritiero. E secondo me si merita di essere pubblicato.

E quella verifica di scienze non me la dimenticheró mai, su questo non cu piove.

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