Viaggi di Lavoro – Dietro le quinte…

Schipol A4

Un tipico “Panorama da viaggio di lavoro” della camera dell’Hotel Shipol A4 con vista parcheggio/autostrada/area di servizio nei pressi dell’Aeroporto Schipol di Amsterdam…

Spesso quando racconto dei miei viaggi di lavoro mi sento dire ”accidenti che bello“ o “beato te che viaggi un sacco“  “chissà come ti diverti” “quanti bei posti vedi” eccetera eccetera.

È vero, viaggiare per lavoro è un privilegio, se sei uno a cui piace viaggiare. Perché tutto sommato riesci a trovare qualcosa di magico in qualunque posto, anche quando finisci letteralmente in the middle of nowhere (nel mezzo di nulla, ndr). Il tutto senza contare che adoro il mio lavoro e i miei clienti, quasi interamente costituiti da “Aerospace guys” un po’ mattacchioni.

Questa volta però vorrei mettere l’accento su tutte quelle piccole e grandi cose che spesso non fanno parte dei miei racconti, perché è chiaro che davanti a una birra o sul blog si racconta sempre tutto ciò di interessante e positivo che si è visto/fatto trascurando che si tratta, tuttavia di piccole cose a contorno di quello che è, a tutti gli effetti, un viaggio di lavoro. Che non sempre è qualcosa di completamente piacevole. E che è molto diverso da un viaggio di piacere.

“Viaggio di lavoro” significa che se devi essere dal cliente lunedì mattina, e il cliente è in Alabama, devi essere in aeroporto domenica mattina alle 7 e la giornata la passi in aereo. E quindi, ciao ciao weekend. Può essere decisamente frustrante, soprattutto se hai lavorato al sabato.

Viaggiare tanto inoltre ti espone alla legge dei grandi numeri. Più voli prendi, più elevata è la percentuale di incorrere, prima o poi, in qualche disservizio o qualche grana molto seccante. L’elenco di potenziali beghe che ti possono rovinare la giornata è molto ricco: dal vicino di posto obeso in un volo intercontinentale (nei voli da/per gli USA sfortunatamente non è possibilità così remota…), fino a 5 ore di ritardo che si aggiungono ad un viaggio di 15, passando per l’immancabile classico: il bagaglio da stiva perso dalla compagnia aerea…

“Viaggio di lavoro” significa che quando arrivi in hotel alla domenica sera dopo aver passato 12-18 ore tra aeroporti, file, odiosi sedili in economy class, controlli, ri-controlli, e ancora controlli (fare customs e poi scalo negli USA è un vero pain in the ass) e vorresti solo morire sul letto… invece devi tirare fuori asse, ferro da stiro e stirarti le camicie e i pantaloni per il lunedì. Perché per quanto tu possa piegare il vestiario allo stato dell’arte e infilarlo in valigia perfettamente, comprimendolo in modo che non si possa muovere neanche di un millimetro, le ore di scossoni/strattoni/lanci e maltrattamenti vari cui il tuo bagaglio viene sottoposto nel carico/scarico da un volo all’altro avranno ridotto il tuo abbigliamento a un guazzabuglio stropicciato, impresentabile per una riunione col cliente. Per cui non hai alternativa se non stirare almeno una camicia e un pantalone.

“Viaggio di lavoro” significa che, se hai un programma di allenamenti sportivi e/o di dieta in corso, andrà inevitabilmente a pu***ne. Per chi corre è più facile, basta mettere in valigia le scarpe e l’abbigliamento e si può correre praticamente ovunque. Per me, che sono un nuotatore e che per via della mia anca non posso correre, la faccenda si fa più complicata. Trovare un hotel che abbia una piscina di dimensioni tali da permettere un minimo di nuotata non è così facile. E se lo trovi, devi sperare che sia coperta, altrimenti sei nelle mani del meteo. Se poi a tutto ciò aggiungi : la colazione a buffet con ogni ben di dio, il pranzo rigorosamente di corsa con panini/fast food, la cena sempre al ristorante, tra cui le cene/occasioni ufficiali con i clienti nelle quali si mangia e beve sempre più del necessario, aggiungendo la non trascurabile postilla che in certi angoli del mondo mangiare sano e a basso contenuto calorico è impossibile (come si può stare bassi di calorie in un posto in cui sei considerato un salutista se bevi Diet Coke???), il pasticcio è fatto.

“Viaggio di lavoro” significa che spesso hai un compito preciso e un tempo già stabilito, e limitato, per portarlo a termine. Quindi è normale che se le cose vanno male e c’è qualche imprevisto, per portare a casa il risultato si lavora fino a tarda sera, o si va dal cliente alle 6 del mattino, o entrambe le cose.

“Viaggio di lavoro” significa magari fare un test di accettazione finale lungo 5 giorni nel quale il numero di possibili inconvenienti che possono rovinarti la giornata è solo pari alla fantasia del cliente nel chiederti di rivoluzionare il sistema ad un giorno dalla firma finale del protocollo di test… e tu, col cervello ormai ridotto ad un colabrodo, cerchi disperatamente di comporre una giustificazione tecnicamente valida (perché il mio cliente tipo non è un pir*a) per farlo desistere dal proposito e tornare sui suoi passi… perché tornare a casa con la milestone non firmata non è un’opzione.

“Viaggio di lavoro” significa magari visitare 7-8 clienti in una settimana, con distanze chilometriche nel mezzo. Significa che in una settimana cambi albergo tutti i giorni, devi disfare e rifare la valigia tutti i giorni, e stirarti almeno una camicia al giorno. E spesso e volentieri arrivi in albergo alle 22, vai a letto a mezzanotte, e la mattina dopo ti alzi alle 6. Qui le energie fisiche e mentali sono davvero messe a dura prova. E se proprio in uno di questi viaggi la compagnia aerea ti perde la valigia, allora sì che conoscerai la disperazione vera. Perché prova a spiegarglielo al servizio di riconsegna bagagli smarriti della United che nei prossimi 7 giorni sarai in 7 posti diversi in 5 stati diversi.

“Viaggio di lavoro” significa passare due settimane a parlare solo inglese (con gente che magari ha accenti che ti rendono il listening un girone di inferno dantesco) e poi al ritorno in Germania dover risintonizzare il cervello sul tedesco è un doloroso processo che richiede almeno un paio di giorni.

“Viaggio di lavoro” significa che quando torni in hotel alla sera dopo cena e ti attacchi alla Wi-Fi la tua mailbox esplode, e se non vuoi avere 470 mail da leggere in blocco quando rientri, ti conviene portarti avanti col lavoro e quantomeno fare una cernita tra le mail importanti e quelle da mettere direttamente in archivio.

E poi.. viaggi di lavoro, a volte, significa stare da soli per parecchi giorni. E doversi arrangiare per qualunque cosa accada. Non sempre, purtroppo, ho il privilegio di avere al mio fianco i colleghi del luogo che mi danno man forte (gente come Ravi, Kevin, e Jon che per aiutarmi si fanno davvero in quattro) ma a volte devo rimboccarmi le maniche con la certezza che, se le cose si mettono male, saró on my own.

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