Zona di Comfort

Finalmente sono seduto al tavolo del mio bar/ristorante preferito a godermi un po’ di atmosfera di weekend anticipato.
In questo periodo in cui il lavoro é talmente tanto da diventare quasi tossico per i neuroni, sedermi qui e aprire il tablet per dare una sistemata al Blog e proseguire nella sua “ristrutturazione” diventa forse il modo migliore per svuotare e disintossicare il cervello mentre alla mia destra corrono veloci i vigneti del Baden-Wurttenberg (con una bella Bitburger alla spina a completare il quadretto).

Poi peró in un attimo mi sono ritrovato ad abbandonare l’editor di interfaccia per aprire una bozza e iniziare a scrivere questo post. Perché in fondo questo é quello che mi ha sempre aiutato a svuotare veramente la testa, fin da quando ero un ragazzino. Scrivere.

Scrivere. Non necessariamente con un oggetto, un tema o una argomentazione da sviluppare; a volte, semplicemente buttare giú le mie idee e i pensieri del momento. Per poi rileggerli, riorganizzarli, riordinarli, dargli un senso logico, provare a trovargli un significato: proprio come sto facendo ora.
È uno sfogo. Perché spesso mi ritrovo nella testa turbini di pensieri e di idee che vorticano e vorrebbero uscire da qualche parte: li sento, quasi facessero pressione sulle pareti interne della scatola cranica. Scrivere é bello per questo, posso finalmente compensare questa pressione, é come se vedessi con i miei occhi la lancetta del manometro che scende mano a mano che le righe di testo aumentano.

È una passione che ho capito di avere grazie al mio professore di lettere delle scuole medie, una persona di sconfinata cultura e grandissima umanitá che non dimenticheró mai. Erano gli anni d’oro del Collegio Pio XI, quando le aule traboccavano di studenti in ogni sezione e tutta la “Desio bene” studiava lí. Io in realtá non ne facevo proprio parte, la mia famiglia era molto meno facoltosa di quelle dei miei compagni e mandarmi lí era stata una decisione di mia madre, che credeva nel mio potenziale con tutte le sue forze e voleva per me l’istruzione migliore anche a costo di sacrifici. Una decisione di cui saró grato per la vita.

Avevo 12 anni all’epoca.Il passaggio dalla quinta elementare alla prima media, allora, era uno shock. Il carico di lavoro e il livello di selezione aumentavano paurosamente, ricordo ancora le telefonate tra le mamme sconvolte, quando rientravamo a casa alle 16 dopo le lezioni del pomeriggio “Ma é giusto che abbiano così tanti compiti?” “Ma Avete visto quanto sono scesi i voti?” e il piú temuto di tutti era lui: l’inflessibile, terribile professore di lettere. Il Professor Viganò.

Giravano leggende su di lui, quando eri in quinta elementare. Dicevano che quelli che avevano il massimo dei voti in italiano con lui rasentavano a malapena la sufficienza. Che quando gli facevi girare le palle (perdonatemi il francesismo: sto facendo fluire liberamente pensieri dal cervello alla tastiera) ti distruggeva a parole.

E in effetti era esigente, eccome. Non ti perdonava nulla, neppure la grafia. E la mia, quando avevo 11 anni, era terrificante. Era il mio unico tallone d’achille nello scrivere; o almeno cosí credevo. Il mio primo tema, in prima media, fu un fallimento: presi 6. Per me, che fino a pochi mesi prima che ero il cocco della maestra, quello che prendeva sempre 9 o 10, fu una sconfitta mostruosa. La grafia aveva abbassato il voto di parecchio, ma mi furono corrette anche alcune frasi che ritenevo perfette.

Iniziò cosí il mio rapporto di amore/odio con la lingua Italiana. Durante i tre anni di scuola media, si instauró una “lotta” senza esclusione di colpi, fiera ma sempre al massimo della correttezza, tra me e il Professor Viganò. Lui aveva capito il mio potenziale e con me fu sempre spietato. Un po’ come mia madre. E gliene sono grato.

Corresse la mia grafia. E oggi, a voler guardare i fatti, scrivo benissimo. Fu sempre esigentissimo nel correggere i miei scritti. Mi fece notare ogni virgola che sbagliavo. Ma soprattutto, durante quei tre anni in cui da ragazzino inizi lentamente a diventare adolescente, mi rispettó sempre e mi fece sentire un adulto. Ricorderó sempre i nostri discorsi sulla politica italiana, quando, ormai arrivato in terza media, iniziavo ad esplorare con maggior curiositá scientifica il contesto sociale intorno a me. Erano gli anni del primo Governo Berlusconi e del primo grande pieno di voti della Lega come partito di “protesta”. Commentavano la situazione, ci scambiavamo idee, benché nella mia ingeniutá di tredicenne non potessi capire proprio tutto.

Credo di avergli dato una delusione enorme, quando un giorno, in un incontro privato in sala professori a poche settimane dagli esami di terza media, mi chiese cosa volevo fare da grande, e io risposi :
“Ingegnere Aeronautico”

Rimase in silenzio per qualche secondo, e io capii dall’espressione che lo avevo spiazzato. Poi mi disse: ” Avrei detto tutt’altro.”

E io di rimando “Che cosa?”

“Il giornalista. Oppure lo scrittore“.

Oggi capisco un po’ quella delusione, perchè effettivamente credo che nel profondo, una parte di me sia rimasta come allora. C’é una parte di me che adora scrivere e che si sente nella sua vera zona di comfort solo quando é di fronte a un foglio bianco. Magari sul vagone di un treno diretto chissá dove. In una camera di albergo in Alabama. Su un A380 in mezzo alle turbolenze.
A vole apro il blog, riguardo gli articoli scritti nel passato e riscopro un po’ di atmosfera da corrispondente estero nei miei post sulla situazione sociale e politica della Germania. E capisco che lí dentro c’é forse quel giornalista che il mio professore di lettere aveva visto tanti anni fa…

…che peró poi nella vita ha preferito fare altro. E tiene la scrittura solo come passatempo e sfogo tra un viaggio e l’altro.

Ok, siamo arrivati a Freiburg ormai. C’é una sola cosa che mi manca per pubblicare l’articolo prima di arrivare a Basel e perdere definitivamente la Wi-Fi… fare l’upload della foto che ho fatto col telefono poco dopo avere iniziato a scrivere questo post. Mi piace contestualizzare le cose.
Dopotutto..potevo essere un giornalista.

Scrittore…. mah.
Ho 36 anni. C’è tempo.

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