Ballad of the mighty (k)night

Questo lo pubblico in “senza categoria”, perché stasera sto accozzando un brain dump di pensieri accumulati negli ultimi giorni e non saprei bene come classificare.
Ho avuto poco, davvero pochissimo tempo ultimamente. Ci sono mille articoli iniziati e salvati come bozze in (vana) attesa di una mano benevola che torni ad armeggiare sulla tastiera per portarli a compimento, ma dovranno aspettare ancora.

Stasera era una occasione  buona per portare avanti qualcosa, ma come talvolta accade quando si parte in quarta con le migliori intenzioni… ho in realtà glissato e sono entrato un una di quelle fasi di “sciacquone mentale” (la si voglia vedere come una interpretazione alternativa del concetto di “brain dump”) che di tanto in tanto mi prendono nei periodi di stress. Stasera mi ritrovo con il laptop aperto nell’oscurità della cucina del mio appartamento di Desio, con la poca luce dei lampioni del cortile che filtra tra le tapparelle come unica illuminazione “concessa” al fine di non svegliare Lukas e Hanna nella camera da letto. Lo schermo in modalità total black non fa in realtà chissà quanta luce e la tastiera retroilluminata è un benedizione per scrivere in queste condizioni.

Ho rivisto tante persone in questi giorni. È stato molto bello ritrovarsi con gli amici e fare delle belle chiacchierate in compagnia come non se ne facevano da parecchio tempo. Non sempre in realtà si tratta di chiacchiere in compagnia ma talvolta si finisce per avere delle “one on one”. Sotto un certo aspetto benvenute, dopo tanto tempo.

Questi anni ci hanno provati, cambiati e imbruttiti, tutti quanti nessuno escluso. Rivedere la gente dopo tanto tempo to fa apprezzare tante cose, ma soprattutto fa riflettere.

Riflettere sul fatto che siamo esseri umani, con le nostre paure e le nostre debolezze, costretti però da questo mondo e da questa società ad apparire realizzati, inscalfibili, perfetti. E questo è un peccato, mi disorienta, e sotto un certo aspetto mi dispiace.

Perché rivedere le persone ti fa apprezzare come ogni persona di fronte a noi, ogni persona, combatta guerre di cui noi ignoriamo l’esistenza. Dietro alle foto impeccabili sui profili online, dietro alle vacanze da sogno sbandierate sui social, dietro ai sorrisi, ai saluti, agli outfit ricercati, alle emoticon, ai meme, dietro alle auto nuove fiammanti, ai vestiti di marca, alla goliardía e alle battutacce sui gruppi WhatsApp,  ci sono difficoltà, sofferenze, problemi, attriti, talvolta disgrazie.

Due mondi separati, uno finto e uno vero, quello “vero” troppo spesso chiuso nel silenzio di una debolezza che non si vuole minimamente condividere o confessare, perché ammettere di essere solo esseri umani oggi è diventato tabù.

E a volte mi chiedo se l’atteggiamento di tanti (quella buona volta che alla fine si aprono e ti raccontano) di commiserarsi e di considerare le proprie difficoltá  terribili e insormontabili, credendosi gli unici ad avere problemi in un mondo in cui tutti vivono felici, non sia figlio proprio di questo. Di tutte queste esistenze fittizie.
Artificiali, costruite, false, portatrici di un messaggio distorto. Un messaggio che si é amplificato a dismisura quando la pandemia ci ha tolto per mesi (in taluni casi anche anni) il contatto vis-a-vis, la conversazione faccia a faccia, la presenza, il contatto umano. Relegando tutta la nostra comunicazione a questo mondo finto che ci inganna tutti quanti.
E che puó portarci a credere di essere gli unici ad avere problemi in un mondo in cui a tutti quanti gira bene.
No, non é cosí, chi piú chi meno abbiamo tutti i nostri casini e i nostri dolori  e se a volte ci sembra che gli altri si lamentino per niente é perché ormai abbiamo deciso di vivere in un mondo finto e anche noi, come tutti, ci stiamo facendo abbindolare. E tutto questo in realtá non é nato con il dilagare del Covid ma ha iniziato a mettere radici assai prima.
Sí, perché anche io piú di una volta sono caduto nel costrutto di credermi l’unico a dover affrontare delle rogne e dei dispiaceri in una situazione in cui tutti quanti intorno a me sembravano spassarsela; pensare agli altri a dire “ma guarda te quelli: non hanno un problema al mondo”.
Sbagliato.
Ho sbagliato, e da un lato ne sono felice, non soltanto perché solo gli imbecilli non sbagliano mai, ma soprattutto perché ho capito che questo é un mondo che ci vede tutti quanti inesorabilmente immersi nei casini. E allora mal comune, mezzo gaudio.

Mi sento di essere sincero: tornando col pensiero alle battaglie che riempiono le nostre vite, mi ritengo fortunato perché sebbene io le “mie” battaglie le abbia sempre combattute bene, uscendone quasi sempre meglio di prima, devo pur ammettere che la vita mi ha sempre messo di fronte imprevisti e occorrenze che, per quanto complicate, spiacevoli o demoralizzanti, non si sono mai rivelate senza via di uscita.
È anche vero peró che le nostre battaglie il piú delle volte ci piace condividerle solo dopo che le abbiamo vinte.
Non tutti hanno la voglia o il coraggio per raccontarle mentre le stanno combattendo, soprattutto quando la battaglia sta andando male. È una decisione che non critico perché spesso l’ho fatto anche io.
Peró mi dispiace perché forse nel mio piccolo potrei dare una mano, fosse anche solo una pacca sulla spalla; in momenti in cui la vita sembra solo volerti dare sberle, una mano che non ti vuole tirare una pizza puó essere una piccola luce nel buio. Ma il rispetto per le persone innanzitutto: se non ti va di tirare fuori qualcosa, non saró io quello che ti costringerá a farlo.

È una di quelle sere, questa, in cui scrivere mi fa sentire meglio e mi fa apprezzare anche il semplice fatto di essere qui, nel buio, con la visuale su un cortile di lampioni e asfalto, a suonarmela e cantarmela da solo, nel silenzio piú assoluto. Una notte come tante, che apparentemente non ha nulla di speciale, anzi sarebbe solo una delle tante notti infrasettimanali in una semideserta cittá dormitorio di provincia, fatta di villette e palazzi, di insegne e di lampioni, con sottofondo di sgommate nelle rotonde e dello sferragliare lontano di treni merci. E cosí, mentre scrivo la mia ballad of the mighty night (titolo che mi é venuto cosí, senza un perché) ho deciso di metterci davanti una k, tra parentesi, dedicata a tutti noi, perché quando combattiamo le nostre battaglie siamo tutti un po’ cavalieri.

In definitiva, se devo proprio essere schietto fino in fondo, é stato bello rivedere le persone perché ho riscoperto che siamo tutti essere umani. Che a distanza tutto é finto. Faccia a faccia tutto cambia.
Ed é bello cosí. Il mondo “virtuale” e “social” lo lascio volentieri agli altri.
Il mio “social” é da sempre una tavola imbandita, il bancone di un bar, la panca di una birreria. Eh sí, sto diventando vecchio cazzo.

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