Die Corona-Lage: come é completamente sfuggita di mano l’epidemia in Germania (29.11.2021)

Se l’epidemia di Covid-19 fosse una guerra, la quarta ondata dell’autunno 2021 sarebbe probabilmente la Caporetto della Germania. Mai il sistema sanitario tedesco é stato cosí messo a dura prova e giá in questi giorni nelle zone piú colpite é necessario trasferire i malati intubati su voli Medevac militari verso altri Bundesländer, mentre l’associazione nazionale dei medici, preparandosi al peggio, sta iniziando a mettere a punto il protocollo per il triage negli ospedali che, con i letti che stanno per finire, é a quanto pare ormai questione di giorni.

Il triage applicato nelle cliniche é un concetto squisitamente medico e non etico o moralista: non sará infatti deciso chi curare in base allo stato vaccinale o al tipo di malattia, ma esclusivamente in base ad una valutazione delle probabilitá di sopravvivenza: chi ha piú chance di farcela, si prenderá il letto in rianimazione. Gli altri saranno lasciati senza cure. [1]

È una situazione terribile, se si pensa che un malato di tumore, un infartuato, o una vittima di incidente stradale, potrebbero vedersi condannati a morte perché il letto di terapia intensiva che potrebbe salvare loro la vita é occupato da un malato Covid-19, magari non vaccinato. Le impicazioni etiche e morali di questa situazione sono a mio avviso molto impegnative e di non facile trattazione, e forse é proprio per questo che nessuno o quasi se ne interessa. In pochi si pongono e il problema e i piú se ne fregano altamente; nonostante gli articoli di giornale e i resoconti drammatici che arrivano dagli ospedali di tutto il Paese, sembra che il problema non interessi ormai a nessuno.

Il mio modesto parere personale é che la pandemia Covid-19 ha dimostrato senza dubbio alcuno che quella Tedesca non é in fondo una Solidarische Gesellschaft (societá basata sulla solidarietá) ma é una societá dove ognuno guarda al suo fregandosene degli altri, piú o meno come in Italia.
E questa é stata per me una grande delusione. Perché dei Tedeschi mi aspettavo di meglio.

Quarta ondata Covid-19 in Germania: i perché di una disfatta su tutta la linea

Come si é arrivati a questa situazione disperata? A mio avviso ci sono principalmente 4 perché:

  1. Una situazione di transizione politica in cui non é ben chiaro chi é in carica di cosa, e con troppe promesse avventate fatte in campagna elettorale
  2. Il livello di attenzione e di rispetto delle regole anticontagio ormai calati a livelli pressoché nulli
  3. L’enorme ondata di dimissioni tra gli infermieri e gli operatori sanitari nelle terapie intensive che ha lasciato scoperti gli ospedali
  4. Una deludente adesione alla campagna vaccinale riconducibile, soprattutto in certe aree del Paese, di una radicata diffidenza nei confronti del governo e dei vaccini

Tuttavia, prima di espandere brevemente questi quattro punti, vorrei fare un passo indietro e tornare a Marzo 2020. La prima ondata vide la Germania lodata da tutto il mondo per la gestione della situazione e io stesso, sul blog, fui trascinato da questo “successo” elogiando l’operato della classe dirigente del Paese. [2]
Il successo nella gestione della prima ondata fu dovuto principalmente a:
– Una situazione di pochi grossi focolai, che con il tracciamento e le restrizioni sono stati piú facili da gestire rispetto ai focolai in Italia che erano piú numerosi, piú piccoli e piú distribuiti sul territorio
– Immediata e diligente collaborazione da parte della popolazione: tutti accettarono subito il lockdown e si attennero alle restrizioni (peraltro non particolarmente gravose) in modo esemplare
– Il sistema sanitario tedesco si trovava, al momento dell’inizio della pandemia, al suo Fitness Peak con quasi 27.000 letti in terapia intensiva e gli operatori pronti a dare il massimo per fronteggiare l’emergenza

La situazione ora, dopo oltre un anno e mezzo, é purtroppo molto cambiata.

C’è un primo importante fattore, ovviamente esogeno, che é la variante Delta: con un R0 triplicato rispetto al Virus di Marzo 2020, ha cambato, e di molto, le regole del gioco. Nonostante il fattore di replicazione reale sia poi calmierato dall’effetto dei vaccini, si ha comunque a che fare con un virus molto piú contagioso e pericoloso.
I rimanenti fattori rientrano peró a pieno titolo nella categoria degli human factors.

Mentre in Germania dilaga il virus, la politica si trova in una situazione di Trance in cui non si capisce chi é in carica delle decisioni: il governo Merkel, oramai uscente, adotta l’atteggiamento distaccato e attendista di chi ha ormai deciso di mettersi da parte, un po’ a voler dire “io sto per andarmene, non tocca piú a me decidere” mentre i partiti della coalizione Ampel ancora discutono il loro contratto di governo, in cui le prioritá dei dibattimenti sono il clima, l’immigrazione, le energie rinnovabili, le finanze, e idee per dare il colpo di grazia definitivo ai killer ambientali che ancora si permettono di guidare auto turbodiesel.
Medici, ospedali, scienziati e gli stessi politici a livello locale intanto lanciano messaggi di allarme sempre piú disperati chiedendo misure piú incisive ma la promessa fatta in campagna elettorale da tutti i candidati cancellieri, incluso Scholz “Ein Lockdown wird mit mir nie wieder geben” é una assai pesante palla al piede: venire meno alla più impegnativa promessa elettorale prima ancora di insediarsi alla Cancelleria sarebbe una debacle colossale. Per non parlare poi dell’altra promessa, forse ancor piú impegnativa e rischiosa, fatta ancor prima, e cioé che il vaccino in Germania non sará mai obbligatorio. A tutto ciò si aggiunge lo scaricabarile tra i singoli Bunsesländer e il governo centrale: pur avendo infatti i singoli Land l’autorità per poter dichiarare Lockdown locali, questi per non perdere la faccia con i propri elettori preferiscono non agire e chiedere al governo centrale di dichiarare un lockdown nazionale. Governo che finora ha sempre rimbalzato ai Land la responsabilità: avete l’autorità per chiudere tutto, quindi se serve fatelo. Ma di Lockdown (anzi, di L-Word, perché la politica vuole evitare persino di menzionare il termine) nessuno ne vuole sentir parlare, e tutti aspettano che arrivi qualcuno a metterci la faccia.
L’introduzione del sistema 3G (una sorta di equivalente del Green Pass italico) é arrivata in ritardo e con molte polemiche, cosí come l’istituzione di un modello di risposta al crescere dei casi (basato non piú sull’incidenza dei contagi, ma sulla cosiddetta “incidenza ospedaliera”) che tuttavia rimane blando e esclude quasi del tutto il ritorno dei Kontaktbeschränkungen su ampia scala(limitazioni ai contatti personali delle persone, aka Lockdown).
E cosí si aspetta, sperando forse in un miracolo, mentre i contagi salgono ormai da piú di un mese a ritmo del 30% in piú a settimana, con l’impressionante picco, registrato lo scorso mercoledí, di 76.000 casi giornalieri.

Numeri spaventosi, che tuttavia sembrano non impressionare piú di tanto.
I Tedeschi, a differenza degli Italiani, non hanno mai vissuto situazioni di paura e di disperazione come quelle di Bergamo di Marzo 2020 o della zone della Brianza a Novembre 2020, quando di notte si sentivano solo sirene di ambulanze senza interruzione e se chiamavi il 118 per far portare in ospedale tua nonna che stava soffocando sul letto ti sentivi rispondere “la prima ambulanza puó passare domani“.
Questo in Germania non é mai successo, sia grazie al sistema sanitario che ha sempre tenuto botta abbastanza bene, sia grazie al lockdown durato da fine Ottobre 2020 fino a Maggio 2021, che ha sempre calmierato i contagi in modo discretamente efficace.
In tutto questo, le gente si é progressivamente lasciata sempre piú andare e il rispetto delle regole di distanziamento e anti-contagio é venuto meno abbastanza rapidamente, proprio perché non é mai stata percepita una vera emergenza e questa situazione di pandemia é diventata, col passare delle settimane, solo una seccatura. È sufficiente andare qualche mese indietro negli articoli del blog per rendersene conto: giá la scorsa primavera scrivevo di come, anche in pieno lockdown, ormai nessuno rispettasse piú le prescrizioni di distanziamento (soprattutto nei supermercati) e le regole venissero sistematicamente ignorate con cene e festicciole abusive nelle abitazioni private che, in barba alle Kontaktbeschränkungen, erano diventate ormai la norma. [3]
Ora, a mesi di distanza, la situazione é ancora piú “rilassata” e la gente nonostante i continui richiami, continua a fregarsene del distanziamento e delle regole. Anche con gli ospedali pieni e quasi 80.000 casi al giorno. E sono pronto a scommettere che anche in caso di ritorno del lockdown generalizzato nazionale (che credo avverrá al piú tardi entro l’inizio della seconda settimana di Dicembre) l’atteggiamento non cambierá; anzi, peggiorerá.
Alla faccia della Solidarische Gesellschaft.

A tutto questo si aggiunge una perdurante situazione di grande rabbia e frustrazione tra i sanitari impiegati nelle terapie intensive tedesche. Ridotti allo stremo dopo 20 mesi di pandemia, hanno iniziato a licenziarsi. In massa.
Si calcola che piú di 9.000 sanitari impiegati nei reparti di rianimazione e terapia intensiva delle cliniche Tedesche abbiano dato le dimissioni dall’inizio della pandemia. [4]
Purtroppo (come ho giá scritto in altri articoli) in Germania vige da sempre una situazione di Personalmangel: in pressoché ogni settore manca personale, soprattutto personale qualificato. Questo fa sí che trovare un nuovo impiego, per chi non ne puó piú di quello attuale, sia abbastanza facile: certi profili sono richiestissimi e cambiare lavoro diventa un gioco da ragazzi.
Ecco quindi che migliaia di Pflegekräfte, massacrate dal superlavoro, dai rischi, e dalle mancate promesse della politica, hanno mollato, ripiegando su impieghi meno gravosi in ambito sanitario.
Le terapie intensive Tedesche sono cosí rimaste gravemente scoperte di personale qualificato e formato, che diventa molto difficile da sostituire in tempi brevi, e il risultato é stato devastante: oggi in Germania ci sono poco piú di 22.000 letti di terapia intensiva attualmente operativi, quasi 5.000 in meno di un anno fa.
Le mancate promesse della politica nei confronti degli operatori sanitari, cosí lodati e applauditi all’inizio della pandemia e poi rapidamente dimenticati non appena i contagi sono calati con l’arrivo del caldo, hanno prodotto questo risultato vergognoso.
E ad oggi sono ancora onestamente stupefatto di come nessuno abbia ancora chiesto ai politici Tedeschi di rendere conto di questo disastro che costerá la vita a moltissime persone.
Perché qui i No-vax non c’entrano un bel fico secco. Qui la colpa é di chi ha promesso senza mantenere, lasciando migliaia di sanitari a combattare da soli, in condizioni massacranti.

Rimaniamo sul tema vaccini e analizziamo l’ultimo punto: la deludente adesione alla campagna vaccinale. La Germania ha vaccinato il 67% della platea, meno di quanto hanno fatto Paesi considerati normalmente meno “virtuosi” come Italia, Spagna o Portogallo. Come mai?
Due fattori sono a mio avviso determinanti: in primis, come giá scritto un paio di paragrafi piú su, il fatto che non sia mai stata percepita dalla popolazione una vera situazione di emergenza; e poi una radicata diffidenza nei confronti dei vaccini e della medicina, diffusa soprattutto tra i sostenitori del’estrema destra di AfD nella ex Germania dell’est e tra le popolazioni di molti Landkreis di montagna, nel sud del Paese. In particolare in queste regioni montane gli stessi medici sono visti con molte riserve dalla popolazione ed é molto piú diffusa e rispettata la figura dell’Heilpraktiker, una sorta di “guaritore” che applica medicina naturale e alternativa senza necessariamente possedere un titolo di studio nel campo della medicina tradizionale. Pur trattandosi di una figura rigidamente regolata per legge (è necessario superare un difficile esame di Stato per diventare Heilpraktiker) non é un mistero che chi pratica le cure naturali spesso veda con una certa avversione i vaccini.
In queste zone, i pulmini itineranti che offrivano la vaccinazione sono stati addirittura presi a sassate o attaccati con fumogeni e petardi dalla popolazione locale, ritrovandosi cosí costretti alla fuga.[5]
Questo “zoccolo duro” di popolazione ostile ai vaccini é forse meno rumoroso e casinaro rispetto ai “no green pass” italici, ma lo supera agevolmente in massa critica.
Ad oggi le terze dosi stanno prendendo velocitá abbastanza bene ma le prime e seconde dosi crescono ancora a ritmi molto lenti. E sono sempre di piú le istituzioni, sia politiche che scientifiche, a non escudere piú l’introduzione dell’obbligo vaccinale, come giá deciso dalla vicina Austria.
Secondo molte proiezioni infatti la percentuale difficilmente potrá salire molto oltre il 70%, visto che chi non intende vaccinarsi molto difficilmente cambierá idea.
I vaccini, si sa, non offrono protezione totale e hanno anche efficacia decrescente nel tempo; rimangono tuttavia un importante fattore di riduzione del rischio che puó fare la differenza tra un decorso Covid-19 molto grave e una malattia che puó essere curata a casa (che i vaccini proteggano da morte e forme gravi rimane assodato e dimostrato dai numeri). È chiaro che, in questo frangente, ogni percento di copertura in piú aiuta. Non ferma il virus, ma aiuta a non impestare gi ospedali.
Ma regioni come Sassonia o Baviera, con il 60% circa di vaccinati, rimangono molto esposte al rischio di sovraccarico degli ospedali (rischio che infatti si é verificato) e la situazione non é destinata a migliorare nelle prossime settimane.

E ora arriva pure la variante Omicron. Variante della quale si sa pochissimo, ma quel poco che si sa é piú che sufficiente per preoccuparsi ancora di piú.
Beh, che dire. Ci sono tutti i presupposti per un lungo e buio inverno Covid, in questa attendista e indecisa Germania. Magari converrá svernare in Italia?

[1] https://www.tagesschau.de/inland/coronavirus-pandemie-kliniken-101.html
[2] Emergenza Covid-19: il posto piú sicuro in Europa é la Germania
[3] Die Corona-Lage: come va l’epidemia in Germania (20.04.2021)
[4] https://www.tagesschau.de/wirtschaft/unternehmen/pflege-corona-loehne-101.html
[5] https://www.br.de/nachrichten/bayern/impfaktion-in-schule-gegner-attackieren-mobiles-impfteam,Sj5o1hO

Lavori in un settore colpito dalla pandemia? Niente permesso di soggiorno. La dura vita degli stranieri in Germania ai tempi del Coronavirus

I giardini dei castelli e delle ville barocche in Germania, normalmente brulicanti di vita, di famiglie, di compagnie di giovani e di gruppi di turisti stranieri, sono ormai da piú di un anno assai meno frequentati di quanto ci si fosse abituati a vedere. In alcune ore del giorno, nelle fredde giornate di inizio primavera di qualche mese fa, era possibile trovarli irrealmente e silenziosamente vuoti. Una atmosfera insolitamente cupa e sconsolata, che ci ricorda come il turismo sia una delle grandi vittime di questo momento storico.
Un settore, quello del turismo, che per la Germania non é sicuramente strategico come per l’Italia, la Spagna o la Grecia, ma che comunque porta con sé dei posti di lavoro, delle persone e delle storie. Storie che sono di grande difficoltá e di sofferenza.

Storie come quella di Molham.

Molham é Siriano ed é arrivato in Germania durante la crisi dei rifugiati del 2015. Si é dato molto da fare, ha partecipato a tutti i corsi di integrazione e ha portato a termine con successo un Ausbildung per inserirsi nel mondo del lavoro tedesco. Oggi parla fluentemente il tedesco, e ha un contratto a tempo indeterminato come impiegato in contabilitá presso una catena di alberghi e resort.
A 5 anni dal suo arrivo in Germania, Molham ha presentato richiesta di Niederlassungserlaubnis (un permesso di soggiorno a tempo indeterminato). Un permesso che normalmente per chi come Molham é ben integrato e ha un lavoro fisso e stabile viene sempre approvato senza problemi.

A mesi dalla richiesta, la doccia fredda: Molham riceve una lettera dall’Ausländerbehörde in cui gli viene notificato che la sua richiesta di Niederlassungserlaubnis é stata respinta.
Motivo: il settore turistico e alberghiero é in crisi a causa della pandemia, e l’Azienda per cui lavora Molham sta utilizzando il Kurzarbeit, equivalente tedesco della cassa integrazione.
In queste condizioni, Molham non puó ricevere un Niederlassungserlaubnis.

Sia Molham che il suo datore di lavoro rimangono di stucco. Molham é un lavoratore serio ed affidabile ed é una totale nonsenso che non possa ottenere un permesso di soggiorno. Ma le regole sono regole, e gli Ausläderbehörde le applicano alla lettera.
Presupposto importante per ottenere un permesso di soggiorno in Germania, infatti, é che si possa badare a sé stessi senza diventare un costo per lo Stato Sociale tedesco, il cosiddetto principio del Sicherung des Lebensunterhalts. Il turismo, peró, è visto in questo momento come un settore che non offre sufficienti garanzie per un posto di lavoro “sicuro”, ne consegue che il permesso di soggiorno non puó essere rilasciato. Purtroppo le regole sono regole e non si puó analizzare il singolo caso.

Nella lettera con cui l’Ausländerbehörde ha comunicato a Molham che la sua richiesta di Niederlassungserlaubnis é stata respinta, vi sono anche alcuni “consigli” rivolti a Molham per incrementare le sue possibilitá di ottenere una approvazione: in buona sostanza, per ottenere il permesso di soggiorno si raccomanda a Molham di cambiare settore, e trovarsi un lavoro piú “sicuro”.
L’Ausländerbehörde si prodiga anche di fornire alcuni “suggerimenti”:

  • IT
  • Sviluppo software
  • Networking
  • Reti e dati

Molham ora ha un anno di tempo per sviluppare nuove skill e competenze, prima che il suo attuale Permesso di Soggiorno a tempo determinato scada. Una disperata corsa contro il tempo per cercare un nuovo lavoro piú “gradito” agli Ausländerbehörde.
Oppure potrá fare ricorso, operazione che tuttavia non offre alcuna garanzia di successo.

In Germania per migliaia di stranieri si prospetta quindi ora un quadro poco rassicurante: reskilling immediato, oppure… fare le valigie.

Un doloroso preludio di quello che nei prossimi anni spetterá a sempre piú persone. I primi a subire le conseguenze sono, purtroppo, i piú deboli, gli immigrati come Molham. Ma piano piano toccherá a tutti. Sará darwinismo sociale allo stato puro: chi non saprá adattarsi verrá travolto.
La triste esperienza di Molham sia un monito per tutti quanti noi.

La storia di Molham nell’articolo su Welt:
https://www.welt.de/wirtschaft/plus230629155/Syrer-soll-trotz-Arbeitsvertrag-keine-Niederlassungserlaubnis-erhalten.html

Die Corona-Lage: come va l’epidemia in Germania (13.03.2021)

Ci siamo lasciati lo scorso Febbraio con l’incidenza in discesa e l’attesa per la riunione tra Bundesländer e governo federale del 10 Febbraio per decidere il da farsi. In quella occasione il lockdown fu prolungato fino al 7 Marzo, tra il plauso dei chiusuristi e della comunitá medica e le rabbiose reazioni dei rappresentanti dei settori colpiti, sempre piú in ginocchio. Alcuni settori, tra cui lo Sport e la Ristorazione, sono ormai chiusi ininterrottamente dalla fine di Ottobre e una Pleitewelle (termine tedesco che significa “ondata di fallimenti”) sembra ormai inevitabile.
Unica eccezione: barbieri e i parrucchieri, ai quali é stato concesso di aprire dal 1.Marzo. Una probabile conseguenza del video virale della Friseurin Bianka Bergler in cui si percepiva evidente lo stato di disperazione della categoria. Questo provvedimento tuttavia ha causato le reazioni piccate degli altri settori, tra cui il commercio al dettaglio, scocciati da questa disparitá di trattamento.
Un altro provvedimento che ha causato l’ira e l’agitazione dei settori colpiti dalle chiusure é stata la decisione, sempre datata 10 Febbraio, di abbassare da 50 a 35 il livello soglia di incidenza collegato alle riaperture. Decisione che Angela Merkel ha difeso con convinzione, perché il virus ora é cambiato e la contagiositá della variante inglese impone di riparametrare le riaperture.
Con leggere disparitá da zona a zona, dal 22 Febbraio é iniziata anche una riapertura per gradi degli asili e delle scuole, dando la prioritá agli alunni piú piccoli. Una bella boccata di ossigeno per milioni di genitori, sfiancati dal lockdown e dal dover seguire i figli a casa cercando contemporaneamente di lavorare.

Il buon andamento della curva dei contagi, nonostante la persistenza del lockdown, si é invertito intorno alla fine di Febbraio con i numeri che sono tornati lentamente a risalire. Se si avvererá la profezia di Karl Lauterbach riguardo al Turbo-Virus, é ancora presto per dirlo. Tuttavia oggi l’istituto epidemiologico RKI di Berlino rincara la dose e mette (per l’ennesima volta) in guardia: secondo un modello matematico che tiene conto della contagiositá della variante inglese, a Pasqua la Germania sará travolta da una escalation di contagi esponenziale in cui si supereranno i 40.000 casi al giorno (numeri finora mai visti in Germania, neppure nel pieno della seconda ondata). L’ormai noto parametro che condiziona la vita di tutti i Tedeschi, la 7-Tage-Inzidenz (nuovi casi settimanali per 100.000 abitanti) si era assestato intorno a 60 alla fine dello scorso mese, con tuttavia diverse regioni del Paese ampiamente sotto la soglia ritenuta “non-critica” di 50. Questo trend, che faceva ben sperare in vista del nuovo meeting tra Bund e Länder del 3 Marzo, si é purtroppo interrotto e in circa due settimane l’incidenza é risalita a oltre 70 (oggi siamo a 76,1).
Nessun boom, bensí una lenta risalita che tuttavia l’intero Paese tiene d’occhio col fiato sospeso.

Ciononostante, al meeting del 3 Marzo la linea chiusurista di Angela Merkel si é alla fine ammorbidita, probabilmente anche in considerazione del sentiment generale del Paese, che vede sempre piú tedeschi mettere in dubbio le misure prese dal Governo e importanti segnali di Lockdown-Müdigkeit tra la popolazione (stanchezza psicologica da lockdown).
Da lunedí 8 Marzo il commercio al dettaglio ha finalmente potuto riaprire dopo una chiusura che si protraeva ormai da metá dicembre, tuttavia solo su appuntamento e con notevoli restrizioni di presenze e affollamento. Queste aperture possono tuttavia restare in essere solo se l’incidenza é inferiore a 100. Anche le palestre hanno potuto riaprire, alle medesime condizioni (su appuntamento e incidenza sotto a 100). Musei e zoo possono riaprire, pur con restrizioni notevoli.
La gastronomia potrá aprire, solo all’aperto, con una incidenza inferiore a 50 stabile da almeno 7 giorni.
Nessuna luce in fondo al tunnel invece per hotel, piscine, cinema e teatri.

E per tutti gli imprenditori e i lavoratori dei settori colpiti dal lockdown purtroppo le cattive notizie non si fermano qui: nelle ultime settimane si sono moltiplicate le segnalazioni di frodi e ruberie ai danni del sistema federale di distribuzione degli Überbrückungshilfe, gli aiuti a fondo perduto per le imprese operanti nei settori colpiti. I pagamenti degli aiuti sono pertanto stati congelati.
A quanto pare, un numero imprecisato di truffatori (sembra diverse centinaia!) si é registrato nel sistema informatico federale di assegnazione degli aiuti, mettendo a segno efficaci operazioni di furti di identitá ai danni di imprese, intermediari e Steuerberater, riuscendo ad accedere indebitamente a milioni di euro di aiuti, fingendo di essere i legittimi destinatari dei contributi. Solo nel Nordrhein-Westfalen, in questo momento ci sono piú di 5600 denunce per sospette frodi nell’assegnazione degli Überbrückungshilfe. In alcuni casi, le tracce lasciate dai pirati informatici portano fino in medio oriente, alimentando l’inquetante sospetto che gli aiuti cosí indebitamente sottratti siano andati a finanziare il terrorismo internazionale.
Dall’inizio dell’epidemia, la Germania ha erogato piú di 86 miliardi di Euro di aiuti all’economia attraverso questo sistema. La facilitá di accesso e la rapiditá di pagamento di questi aiuti (spesso lodata dai media esteri) si é peró rivelata una terribile arma a doppio taglio… ora a farne le spese saranno purtroppo, ancora di piú, le imprese giá in crisi, che dovranno fare i conti con un accesso ancora piú difficoltoso alle sovvenzioni.

Se i settori colpiti piangono, altrettanto non puó dirsi per l’industria tedesca. Trainata dalla rampante ripresa della Cina (unico vero vincitore in questa crisi), la domanda di beni del settore secondario é alle stelle e l’export tedesco se la passa piú che bene, con la produzione in salita ben oltre le attese giá alla fine del 2020 e attualmente in assestamento su numeri di tutto rispettto anche in questi primi mesi del 2021.

Die Corona-Lage: come va l’epidemia in Germania (8.2.2021)

Mentre ci si avvicina rapidamente al 14 Febbraio (la fine programmata del lockdown in Germania) é pressoché certo che nel vertice previsto per mercoledí 10 Febbraio le misure di “lockdown duro” attualmente vigenti verranno prolungate fino almeno alla fine del mese. Nonostante l’incidenza sia in costante discesa e sempre piú cittá e Landkreis stiano finendo sotto al treshold considerato “critico” di 50 nuovi casi a settimana per 100.000 abitanti, la comunitá scientifica tedesca e l’istituto epidemiologico RKI invitano alla massima prudenza e a mantenere le chiusure attuali almeno fino a “primavera inoltrata”.
Secondo gli scienziati piú vicini ad Angela Merkel é ancora troppo presto per pensare ad allentamenti: una riapertura, anche parziale, farebbe ripartire la circolazione del virus portando la variante inglese a diventare il ceppo dominante nel Paese nel giro di poche settimane, gettando i presupposti per una devastante terza ondata in Marzo/Aprile.

Il ministro dell’economia Peter Altmeier, in una lunga intervista rilasciata ieri alla Bild, non si é voluto sbottonare circa un programma di possibili riaperture, limitandosi ad affermare che “é verosimile aspettarsi che, quando il sole splenderá e si potrá tornare a sedersi all’aperto, potremo mettere in atto le prime riaperture“. Dichiarazione che lascia ben poco spazio a speranze per imprenditori e occupati del settore.
Voci di corridoio degli ambienti del retail dicono che per le Aziende del settore commercio al dettaglio si ipotizza una riapertura dopo Pasqua, mentre per gastronomia, turismo, palestre e piscine si parla della domenica di Pentecoste (23 Maggio).
Si prospettano quindi mesi durissimi per le attivitá commerciali e del tempo libero in Germania, considerati anche gli aiuti statali che sono in forte ritardo e mettono a serio rischio la sopravvivenza di molte piccole attivitá che non possono contare su riserve di liquiditá. Settimana scorsa é diventato virale il video di una giovane parrucchiera di Dortmund che, disperata e in lacrime, racconta di essere oramai in rosso su entrambi i suoi conti correnti e di non avere piú i soldi per comprarsi da mangiare, mentre le sue richieste di ristori sono da tempo arenate alla Bundeasgentur für Arbeit per banali cavilli burocratici e rischiano di rimanere inevase ancora per parecchie settimane.

Nonostante il grido di dolore delle attivitá colpite, Angela Merkel ha dichiarato che la terza ondata va “evitata ad ogni costo” e secondo un recente sondaggio di YouGov piú della metá dei tedeschi é per una estensione del lockdown duro, mentre solo un terzo della popolazione si dichiara favorevole alle riaperture.
Effetto che (opinione personale) é stato sicuramente ottenuto grazie ad una “informazione della paura” che non ha nulla da invidiare a quella che si vede in Italia.
Ogni giorno sulle principali testate tedesche compaiono messaggi di catastrofe e sventura che non hanno nulla da invidiare ai vari Crisanti, Galli & co, ben rappresentati in Germania da Christian Drosten e Karl Lauterbach. È proprio Lauterbach in un tweet a mettere in guardia dal “Turbo-Virus” ovvero la famigerata variante inglese. In un grafico mostra come oggi la varante britannica rappresenti solo il 20% dei casi ma secondo un modello matemarico, essa prenderá in poche settimane il sopravvento e a Marzo esploderá la terza ondata. Secondo Lauterbach quindi non é proprio il momento di pensare a riaperture; al contrario bisognerebbe chiudere ancora di piú altrimenti saremo sopraffatti dal dilagare della variante inglese (sono proprio curioso di vedere come andrá! ne riparliamo tra un mese).
Ai summenzionati scienziati si é aggiunta recentemente anche la virologa Melanie Brinkmann, la quale ha dichiarato pochi giorni fa che “contro la variante inglese non abbiamo nessuna possibilitá“.
Si apprezza quindi come al momento costanti messaggi di negativitá e paura stiano, per ora efficacemente, alimentando un condiviso sentimento di “chiusurismo” tra la popolazione, con solo una minoranza propensa alle riaperture.

Nel frattempo da una casa di riposo tedesca nel distretto di Örsnabruck arriva una notizia potenzialmente “bomba”: 14 anziani ospiti della struttura, che avevano tutti ricevuto la seconda dose di vaccino Pfizer-Bointech lo scorso 25 Gennaio, sono risultati positivi alla variante inglese del Coronavirus.
Essendo la questione comprensibilmente delicata, al momento vige il massimo riserbo sulle loro condizioni di salute. Sembrerebbe tuttavia da prima informazioni che siano tutti asintomatici o pauci-sintomatici. Nei prossimi giorni se ne saprá probabilmente di piú.
Sicuramente questo é un ottimo banco di prova per capire l’efficacia del siero Pfizer-Biontech su anziani e virus mutato.
La “brutta” notizia é che a questo punto parrebbe ormai certo che il vaccino protegga dalla malattia, ma non dall’infezione.

Questo Natale non s’ha da fare

quest’anno per le feste ognuno a casa sua. Se non saremo noi a farlo, ci costringeranno.

Lo ammetto, sono stato un po’ un idiota.
Facendomi trascinare dall’entusiasmo e dalla voglia di riscattare un anno di M, in cui non é successo quasi nulla di positivo, in estate ho prenotato con largo anticipo le ferie di Natale in un Wellness Hotel in Foresta Nera. Super pacchetto completo di Capodanno.

Ecco, sono stato un idiota perché non ho assolutamente pensato a cosa sarebbe accaduto questo inverno. Eppure era evidente, non ci voleva una laurea in virologia per capirlo.
Ma credo sia valso un po’ per tutti: la parentesi estiva ci ha fatto dimenticare che c’é in giro il Coronavirus e in una sorta di meccanismo di rifiuto e di autodifesa celebrale, abbiamo ignorato il fatto, naturale e prevedibilissimo, che il virus con l’inverno sarebbe tornato alla ribalta, incarognito quanto a Marzo scorso se non peggio.

Credo che sia stata una reazione naturale, anche se stupida.

Mi lascio andare ad una breve digressione socio-psico-filosofica: di cosa ha bisogno l’uomo per vivere?
Beh, non di molto in realtá: cibo, acqua, un tetto sopra la testa, possibilmente al caldo, e un cesso che funzioni.
Cose per noi assolutamente scontate, anche se spesso dimentichiamo che buona parte della popolazione mondiale non é cosí fortunata (e giá questo ci dovrebbe far riflettere un pochino).

Ma di cosa ha bisogno l’uomo per godersi la vita, e non meramente sopravvivere? Ha bisogno di compagnia. Di svago e convivialitá.
Non di soldi, magavacanze, lussi o macchinoni. Ma di buona compagnia.
Siamo animali sociali, ci piace stare insieme. Se ci beviamo una birretta, preferiamo farlo in compagnia. Se ci concediamo un bel pranzo, preferiamo essere in tanti. Se vogliamo festeggiare qualcosa, se vogliamo condividere dei bei momenti, invitiamo un bel po’ di amici. Vale anche per il sesso: molto meglio essere in due che essere da soli, no?

La convivialitá, la compagnia delle persone che ti fanno stare bene, é una cosa bellissima, forse una delle migliori cose della vita.

Sfortunatamente in questo momento é anche una cosa pericolosissima. E a breve sará anche vietatissima, si tratta solo di aspettare qualche settimana.

Il periodo natalizio e prenatalizio rappresenta, per tutti noi, una parentesi di estrema convivialitá.
Si parte intorno a metá Dicembre (ma talvolta anche prima) con tutte le varie megacene di fine anno dai 20 invitati in su. La cena con gli amici storici di sempre, la cena con gli amici della palestra, la cena con gli amici della piscina, la cena con i colleghi dell’ufficio, a cena con il gruppo di fotografia, senza contare le innumerevoli pizzate di Natale delle scuole, ecc…
Poi al 22 o al massimo al 23 Dicembre in centinaia di migliaia affolliamo treni, aerei, autostrade per rientrare in famiglia, dove iniziano i cenoni e i pranzi da 20 o piú persone.
E si va avanti cosí fino a Capodanno.
Badordi, bagordi, e ancora bagordi. Il tutto, ovviamente, al chiuso e senza distanze.

Ecco, non credo serva essere un epidemiologo per capire che quest’anno (ma probabilmente anche il prossimo) tutte queste cose non ce le potremo assolutamente permettere.
Non é un caso se generalmente il picco dell’influenza arriva a Gennaio inoltrato: é la conseguenza di tutti gli eventi festaioli che, avvicinando e mescolando persone, hanno fatto da “booster” per il virus.

Credo che per tutte le persone dotate di un minimo di raziocinio sia oramai chiaro: questo Natale non s’ha da fare.

Dobbiamo metterci nell’ottica che questa é, a tutti gli effetti, una guerra mondiale. Siamo sotto attacco da parte di un nemico microscopico ma molto potente contro il quale – ci piaccia o no – non abbiamo nessuna arma per difenderci se non restare lontani l’uno dall’altro e diventare maniaci dell’igiene.

E, come i nostri nonni durante la guerra, non possiamo certo pensare ad un Natale come tutti gli altri. Perché in tempo di guerra certe cose non si possono fare.

Quest’anno Natale semplicemente non ci sará. Questo é un anno eccezionale, sono saltate persino le Olimpiadi – per quale motivo non dovrebbe “saltare” anche il Natale?
In fondo cosa è diventato il Natale ormai? Soltanto un tripudio di consumismo e una scusa per trovarsi e divertirsi. Chi é credente e vuole celebrare il Natale religioso potrá comunque raccogliersi in preghiera anche in casa propria. Ma tutto il resto andrá messo da parte, necessariamente.

Il 2020 sará probabilmente ricordato come l’anno senza il Natale. E credo anche il 2021 non sará molto diverso.
Ovviamente quando dico “l’anno senza il Natale” mi riferisco a come é considerato oggi il Natale moderno, ovvero un guazzabuglio di bagordi, cibo, alcool ed esborso di soldi.
È chiaro che, da un punto di vista meramente calendariale, il Natale ci sará.

Ma tutto sommato potrebbe non essere cosí male: prenderci una pausa di un paio di anni dai nostri deliri consumistici natalizi puó aiutarci a focalizzare meglio l’attenzione su cosa conta davvero.
E magari arrivare a capire che in realtá non serva aspettare il Natale per organizzare ritrovi, per vedersi, per ridere e scherzare.
Che forse non ha molto senso non vedersi e non sentirsi per 11 mesi e poi aspettare gli ultimi 15 giorni dell’anno per vedere tutti, compattando 7 cenoni e 5 apericena in 2 settimane.
In fondo, non dovremo definitivamente rinunciare a quello che questo Dicembre non ci sará concesso di fare: lo potremo semplicemente rimandare alla prossima estate.

E poi tutto sommato, “saltare” il Natale ha anche i suoi lati positivi:
– Quest’anno a milioni di uomini in tutto il mondo occidentale sará risparmiato il supplizio di essere trascinati contro la loro volontá in deliranti sessioni di shopping tutte le domeniche di Dicembre
– Questo Dicembre non ci inquarteremo di calorie, alcool e grassi insaturi come maiali; il portafoglio e la salute ringrazieranno
– Non ingrasseremo e non avremo bisogno di metterci a dieta a Gennaio
– Sará un trionfo per gli introversi e per tutti quelli che detestano il ritrovo forzato coi parenti-serpenti che vedi una volta all’anno e che ti rompono i cog…

Certo, per chi lavora nel retail, nella ristorazione e nel turismo sará una autentica tragedia, e a pensarci mi sento quasi male per loro. Questo é un grande dramma e sto male al pensiero tutti quelli che ci perderanno e che vedranno la loro vita rovinata da questa situazione.
Ma, come ho giá scritto mesi fa, da questa situazione usciranno dei vincenti e dei perdenti. E la storia ci insegna che ogni tanto arrivano rivoluzioni che portano al ridimensionamento, se non alla scoparsa, di determinate categorie professionali.

Ecco, forse non dovremmo rattristarci perché quest’anno non possiamo festeggiare al ristorante o fare festa con gli amici. Forse dovremmo rattristarci pensando al dramma sociale che ne conseguirá.

E magari cercare di fare qualcosa. Lo so,contro una pandemia globale ci si sente molto piccoli, ed é legittimo chiedersi: ma cosa mai potró fare io?
Beh, qualcosa si puó fare.

Io, per esempio, ho iniziato ad acquistare qualche pensierino per Natale adesso, fintanto che i negozi qui in Germania sono aperti. Poi manderó tutto per posta ai legittimi destinatari.
E inviterei tutti a fare altrettanto: non aspettiamo troppo, perché poi arriverá il lockdown, sará tutto chiuso e dovremo per forza comprare online.
Cerchiamo di comprare adesso, dai negozi nelle nostre cittá, e non dai grandi gruppi digitali che distruggono il mercato, ammazzano il commercio, fano dumping salariale ed eludono il fisco. Se questo Natale compreremo tutt i regali online, faremo una strage di piccole attivitá e saremo complici del nostro stesso impoverimento. Leggendo i commenti agli articoli su Internet vedo un quantitativo impressionante di gente che scrive “va bé, tanto quest’anno compro tutto online…” NO! cazzo NO! Cerchiamo per una fottuta volta di essere meno egoisti e piú solidali! Un piccolo sforzo maledizione!
È vero,sono tempi di magra per (quasi) tutti, quindi quest’anno di sicuro non sará un anno di regali importanti e/o costosi. Io credo che anche piccoli pensierini economici vanno bene, purché li si compri da qualche negoziante.
Se saremo in tanti a fare cosí, i nostri acquisti, pur piccoli, daranno un aiuto concreto a chi in questo momento rischia di andare in rovina.

E poi, per concludere, mi piacerebbe molto che le autoritá di tutti i Paesi, quando ordineranno il lockdown di Natale (perché ci arriveremo, non vedo altro epilogo per questa situazione) pensassero a tutte le persone sole. A tutte le persone come mio padre o mia nonna, chiusi in casa da soli anche per le feste. Che si pensi a un modo sicuro per permettere almeno a queste persone di poter vedere qualcuno.
Lo so che non é semplice, anche perché spesso queste persone sole coincidono, sfortunatamente, con quella categoria di persone piú a rischio che piú si dovrebbero isolare. Ma é doveroso almeno tentare di fare qualcosa. Perché se per me un Natale da solo tutto sommato non sarebbe un grosso problema, per loro sarebbe qualcosa di davvero devastante.

Io lo capisco che non si vuole che i nostri cari muioano di Covid. Ma cerchiamo di non farli morire di solitudine.


…finché non arriverá il vaccino

Il vaccino anti-Covid é il Santo Graal sanitario che promette di restituirci la vita di prima. Ma se dovesse fallire?

Covid é tornato.
I numeri crescono ovunque senza sosta. Anche Italia e Germania, che sembravano essere gli ultimi baluardi Europei resistenti all’avanzata del Sars-CoV-2, stanno ormai cedendo sotto l’accelerazione dei contagi.
Vorrei essere ottimista, ma in questo momento faccio davvero fatica.
Vorrei essere ottimista ma temo che nel giro di un mese saremo tutti quanti di nuovo in lockdown e, che ci piaccia o no, ci resteremo fino in primavera.
Natale quest’anno sará diverso, molto diverso dal solito.

Ovunque, in televisione, sui giornali, e su Internet, domina un unico mantra.
Una frase, una promessa. Una speranza.
“… finché non arriverá il vaccino”.

Questo sará l’ultimo anno di sofferenza, ci dicono. Dobbiamo sopportare e tenere duro.
Quando il vaccino arriverá, tornerá tutto a posto e torneremo alle nostre vite di prima (sempre che avremo ancora un lavoro, un reddito e/o di che vivere, ma questo non é l’oggetto dell’articolo).
In tutto il mondo, gli scienziati prima, e i politici poi, hanno venduto al popolo che il vaccino ci salverá.

Nessuno peró osa chiedere apertamente che cosa ci aspetta se il vaccino non arriverá. O se il vaccino non funzionerá.

La domanda é lì, nell’aria, aleggia sileziosa, tutti se la pongono ma tutti hanno paura a chiederselo. Soprattutto la politica.
Perché la politica sa benissimo che agli elettori la risposta non piacerá.

Alla fine, peró, qualcuno la domanda l’ha posta. E ha ottenuto una autorevole risposta.

A rispondere é stato Christian Drosten, il piú famoso virologo tedesco, in una intervista a Zeit Online. E la sua risposta, come ben si addice ad un tedesco doc, é stata diretta e lapidaria:
Se il vaccino non funzionerá, dovremo abituarci a vivere cosí per sempre.

Mascherina sempre addosso; lockdowns intermittenti e distanziamento sociale; scuole, palestre, piscine, ristoranti e bar chiusi; limitazioni alla libertá personale, limitazioni ai viaggi: sará la nuova normalitá se il vaccino non funzionerá.
Parola del virologo numero 1 del Charité di Berlino, nonché consulente scientifico piú influente del governo di Angela Merkel.
Dovremo abituarci a stare a casa, a poter viaggiare solo 4 mesi all’anno, ad avere molta meno libertá di prima” dice Dorsten “se il vaccino non funzionerá come previsto, e il virus continuerá ad avere manifestazioni cliniche importanti, l’unico modo per affrontarlo sará mettere limiti alla nostra capacitá di diffonderlo. Fino a quando sará necessario“.
Permettere al virus di diffondersi liberamente, in una societá con il nostro profilo demografico, non é sostenibile. Il nostro sistema sanitario verrebbe devastato. Sarebbe una catastrofe” dice Drosten “una societá con limitazioni alla libertá personale é invece sostenibile a tempo indeterminato“.
Per Drosten si tratta di una questione etica: “Di fronte ad una minaccia di questa portata la sospensione di alcune delle libertá fondamentali non é una possibilitá, ma un dovere. Un dovere nei confronti dei piú deboli, dei malati e delle persone a rischio a cui altrimenti verrebbe tolto il diritto alla salute“.
Ma come fare i conti con le (devastanti) conseguenze per l’economia, per i posti di lavoro, per i giovani, per le famiglie, per l’istruzione?
Saranno dolorose ma necessarie” prosegue il virologo ” e comunque meno dolorose di quello che accadrebbe se lasciassimo circolare il virus liberamente. Purtroppo bisogna scegliere il male minore“.
Per Drosten, tuttavia, non ci sono al momento evidenze scientifiche che facciano pensare che il vaccino possa non funzionare. La risposta anticorpale nei soggetti testati c’é ed é consistente, anche se permane la questione della durata della protezione.
Ma anche questo potrebbe non essere un grosso problema: se il vaccino dovesse avere efficacia limitata nel tempo, si tratterebbe di fare campagne di vaccinazione stagionali.

Certo, c’é sempre il rischio che qualcosa nell’approvazione vada storto, che i troppi effetti collaterali lo rendano inutilizzabile sui soggetti piú deboli o semplicemente si finisca per scoprire che anche i vaccinati si ammalano come tutti gli altri.
Questa eventualitá, improbabile ma pur sempre possibile, ci lascerebbe inermi alla mercé del nostro nuovo microscopico nemico. E quello che ci aspetta in questo caso non é esattamente uno scenario piacevole:
Per quanto mi riguarda, come virologo, se non si troverá vaccino o cura contro questo virus, sará lockdown per sempre. O quantomeno, fino a quando il virus non dovesse andarsene da solo“.

Morale della favola: dita incrociate per il vaccino, o son dolori per davvero.

L’intervista su Die Welt: https://www.welt.de/kultur/plus217317742/Christian-Drosten-Ausnahmezustand-fuer-immer.html
Il podcast: https://weltnewscheck.podigee.io/1015-neue-episode

Schwimmautobahn: in Germania ai tempi del Coronavirus é… vietato nuotare

Cari nuotatori che leggete dall’Italia, potete considerarvi fortunati: la riapertura delle piscine vi ha riconsegnato lo stesso ambiente che conoscevate, benché con qualche limitazione.
Le corsie del nuoto libero sono tornate ad essere quelle di prima, seppur con qualche prescrizione in merito alla numerositá dei nuotatori (che forse, un po’ egoisticamente parlando, é anche una buona cosa). Ma si puó ancora nuotare e allenarsi praticamente come in precedenza.

Al di lá delle Alpi le cose vanno decisamente peggio.

In Germania purtroppo si é deciso, anche alla luce del ritorno dei contagi giornalieri a quattro cifre, che il distanziamento sociale minimo di 1,5 metri debba essere rispettato anche in acqua. Questo comporta, per lo sport in piscina, enormi limitazioni.
In tutte le piscine coperte della Nazione, che stanno aprendo in questi giorni, é in corso di introduzione il concetto di Schwimmautobahn (Autostrada natatoria), che era giá stato sperimentato in alcune piscine all’aperto durante l’estate.

Benché il nome “Autostrada” possa far pensare a “velocitá”, si tratta putroppo dell’esatto opposto.

►Per garantire il rispetto del distanziamento sociale, le corsie sono a senso unico.
►Per andare avanti e indietro si nuota quindi usando due corsie.
►È obbligatorio nuotare al centro della corsia, e rimanere a minimo 1,5 metri dagli altri nuotatori.
►In virtú di ció, il sorpasso di nuotatori piú lenti é severamente vietato.
►Alla fine della vasca bisogna passare sotto la corsia e rientrare nuotando nell’altra corsia.
►Se nell’altra corsia c’é un nuotatore fermo in attesa di partire, bisogna aspettare finché questi non parte.
►Le virate sono vietate.

Per chi viola queste regole, c’é prima un ammonimento verbale, poi l’Hausverbot (praticamente un DASPO dall’impianto, della durata di uno o due anni, con tanto di segnalazione alla Polizia!)

In queste condizioni é diventato impossibile riuscire a rispettare qualunque scheda di allenamento. Il nuoto sportivo, all’interno delle corsie del nuoto libero, non é piu praticabile.

Se entra in corsia (con tutto il rispetto) un anziano che vuole fare le sue 20 vaschette a rana con la testa fuori, si deve andare tutti alla sua velocitá. Con buona pace di chi si vuole allenare.

C’é giá stato ovviamente chi ha protestato (vedasi qui ad esempio) e ha definito le misure come assolutamente esagerate, ma la risposta delle autoritá é stata NEIN, facendo anche richiamo al principio di solidarietá: per la salute di tutti, qualcuno deve fare sacrifici.
La prioritá (come si puó leggere in questa intervista) é poter dare accesso al nuoto libero alle persone anziane, ammalate e con disabilitá, per le quali la piscina rappresenta spesso l’unico modo per fare movimento.
Ai nuotatori sportivi viene consigliato non frequentare il nuoto libero e di iscriversi ad una squadra di nuoto per potersi allenare.

Sfortunatamente la situazione attuale ha giá spinto moltissimi nuotatori a presentare domanda di iscrizione presso le Schwimmvereine, col risultato che la maggior parte di queste ha chiuso le iscrizioni perché non piú in grado di offrire posti (anche in virtú della di fatto dimezzata disponibilitá di corsie per nuotare).

Insomma, in Germania allo stadio a vedere la partita si puó andare, sui treni si possono occupare tutti i sedili, ma in piscina… é vietato nuotare. Paese che vai, controsensi che trovi.

Piccola nota positiva: i prezzi non sono aumentati. Anche se onestamente avrei preferito pagare il doppio e poter nuotare come si deve.

Vedró di farmene una ragione e mi iscriveró in palestra (anche se ho sempre odiato le palestre). Ma quando uno non ha altra scelta….

Certo che ‘sto 2020 é veramente un anno di emme. Mai e poi mai avrei pensato che un giorno avrei dovuto rinunciare alla mia passione per il nuoto…

Di nuovo in treno – 8 ore di viaggio ai tempi del coronavirus

Darmstadt, ore 9:37 – l’ICE per Karlsruhe si muove in perfetto orario. Se tutto va secondo i piani, prima delle 18 saró a Desio.

Una delle cose “buone” di questa crisi é l’imposizione di periodi forzati di assenza (non retribuita) dal lavoro. Ció mi permette di godere di un discreto quantitativo di tempo libero che normalmente non avrei a disposizione.
La busta paga ne risente, ma cerco di prenderla con filosofia. C’é molto di peggio che puó capitarti nella vita.
Anzi, scambio volentieri un po’ di soldi con un po’ di tempo per me e per le persone che mi fanno stare bene.

Partendo oggi, giorno del mio compleanno, ho deciso di concedermi un viaggetto in Italia per stare un po’ con la famiglia e per dare una sistemata al mio appartamento a Desio che negli ultimi due anni ammetto di avere decisamente trascurato, utilizzandolo quale mero surrogato di camera d’albergo per i miei fugaci soggiorni in Lombardia. A dire il vero ci sono un paio di altre cose che ci terrei a fare nel caso mi avanzasse tempo, ma sull’argomento scriveró magari un’altra volta.

Oggi si viaggia in treno. Sono voluto tornare ai miei viaggi ferroviari Südhessen-Brianza per cercare un po’ di normalitá in questo periodo pazzo e indecifrabile. Secondariamente, per un viaggio in solitaria il Super Sparpreis delle DB risulta vincente anche sui (bassi) costi di viaggio della mia ct200h.
In treno da Darmstadt a Desio ci vogliono circa 8 ore: in aereo, ma anche in auto, ci si mette di meno. Ma a me il treno piace per tutta una serie di ragioni. Posso rilassarmi, bere qualcosa, lavorare al computer, scrivere. Scegliendo di viaggiare in treno posso uscire di casa a Darmstadt, andare in stazione con una camminata di pochi minuti, e poi una volta arivato a Desio raggiungere il mio appartamento in pochi minuti a piedi.
Ammetto che tenersi la mascherina addosso per 8 ore di viaggio rappresenta una assoluta e incommensurabile rottura di ***** pure per me, che sono uno che la tollera abbastanza bene. Ma il disagio puó essere temporaneamente rimosso con una visita al Bordrestaurant.

Inizialmente il servizio al tavolo era stato sospeso e sostituito con una triste offerta di cibo e bevande take away, anche se a dirla tutta in un paio di viaggi in ICE fatti in periodo di Pasqua avevo trovato il vagone ristorante chiuso. Ora peró nei Bordrestaurant e Bordbistró degli ICE e Intercity tedeschi si é tornati a mangiare e bere come di consueto, e un panino e una birretta sono un ottimo escamotage per prendersi qualche minuto di pausa dalla mascherina.

Servizio a bordo del Bordrestaurant DB in periodo Covid: attraverso scansione del codice QR si accede ad una pagina per lasciare i propri dati personali e successivamente al menu.

Nel Bordrestaurant mi trovo mio malgrado a dover sedare una accesissima discussione venutasi a creare tra una distinta signora tedesca e un tale in outfit elegante che da circa tre quarti d’ora discute animatamente al telefono in una non meglio identificata lingua dell’Est europeo (presumo fosse polacco, ma non posso esserne certo).
La signora fa giustamente notare al tizio che nel Bordrestaurant non é consentito telefonare (non sarebbe neppure permesso lavorare con un laptop, ma su questo divieto si chiude quasi sempre un occhio). Il tizio dal canto suo inizialmente chiede scusa, ma poi pretende di avere ragione perché “lui sta lavorando” (giustificazone che, a quanto ho modo di apprezzare, é universalmente diffusa quale scusa premium per non rispettare le regole: quando sta “lavorando” la gente comune si sente legittimata a fare il ***** che gli pare).
La discussione degenera quando il tizio, evidentemente straniero, chiama a sua difesa il razzismo, accusando la signora di averlo richiamato solo perché straniero “se fossi stato tedesco lei di sicuro non mi avrebbe detto nulla“.
Basta. Apocalisse. La discussione si trasforma in una diatriba Tedeschi vs Ausländer e come ben noto in questi casi, quando la si butta in politica (soprattutto sul tema immigrazione) ogni speranza di venirne fuori in maniera costruttiva e pacifica ormai é persa.

Il personale di bordo cerca blandamente di intervenire per placare gli animi ma é chiaro che oramai la situazione é fuori controllo e che la discussione é antrata in quella delicatissima fase di autoalimentazione in cui una diatriba non puó essere risolta perché si alimenterá all’infinito similmente ad un reattore nucleare in meldtown. L’unico modo per porvi fine é un ingresso deciso e aggressivo.
Con i cog***ni ormai smerigliati da questi due che litigano da dieci minuti, faccio appello al mio italienisches Temperament e mi butto in mezzo alla discussione a voce alta dicendo che agli altri passeggeri non fa certo piacere stare a sentire le loro discussioni e che se vogliono passare il viaggio a litigare sono pregati di andarsene altrove. Non prendo le parti di nessuno dei due: dico solo senza mezzi termini che non ho voglia di stare a sentire le loro questioni e che se vogliono continuare se ne devono andare altrove.

Entschuldigung bipartisan e per il resto del viaggio fino a Basel SBB non vola una mosca.
Quando ce vó, ce vó.

Dopo aver sedato una discussione socio-razziale in Bordrestaurant, posso finalmente godermi la mia Bitburger in santa pace mentre i vigneti di Brisgovia fanno da sfondo al paesaggio

Mentre posso finalmente gustarmi la mia Bitburger in santa pace, non posso fare a meno di ripensare alla discussione di cui sono appena stato involontariamente testimone, e la prima riflessione che mi viene in mente é quanto irritante e offensivo sia l’atteggiamento di certi stranieri che usano il razzismo quale solido baluardo di difesa quando sanno benissimo di essere in torto. Come immigrato che vive in un altro Paese, lo trovo schifosamente inaccettabile. Il razzismo é un problema serio, coloro che nella vita hanno la sfortuna di subirlo sulla loro pelle sanno quanto sia brutto.
Usare il razzismo come scusa per poter fare quel ***** che vuoi é semplicemente vergognoso, é qualcosa che fa davvero schifo.
Senza contare che é una pericolosa arma a doppio taglio la quale non fa altro che aumentare l’astio dei locali verso gli stranieri! Ai tedeschi (e non solo a loro) non piace per nulla sentirsi dare dei razzisti solo per avere invitato qualcuno a rispettare una regola.

Sí, quella discussione mi ha davvero infastidito. Se non fosse che abbiamo giá passato Freiburg, ordinerei volentieri un’altra birra. Sento il bisono di decomprimere e rilassarmi un po’.
Pazienza.

A Basel una gradita sorpresa: il treno verso Lugano oggi é espletato da un Giruno, il nuovo treno ad alta velocitá della Stadler, primo treno di questo tipo a produzione 100% svizzera. Un mezzo che sono davvero curioso di provare.
La seduta di seconda classe é abbastanza deludente, i tavolini sono minuscoli e gli interni assomigliano a quelli di un treno regionale: a mio avviso un passo indietro rispetto all’ICN. Se con questo treno le SBB contano di effettuare i colegamenti Francoforte-Milano, a mio modesto parere non ci siamo: questo non mi sembra proprio un treno adatto ad un viaggio di 7 ore. Come accaduto anche con l’ICE4 germanico, credo che dovremo abituarci all’idea che con i nuovi treni a lunga percorrenza si viagggerá sempre piú stretti e scomodi. Lucrum imperat.
Speriamo che almeno l’affidabilitá del mezzo meccanico faccia onore alla tradizione svizzera. Per il prossimo viaggio vedró se riusciró a rimediare uno Sparpreis 1. Klasse in modo da provare la prima classe.

Il Giruno fa il suo ingresso al binario 6 di Basel SBB come Intercity per Lugano. Il muso é aerodinamico e accattivante; il design, se non altro, é promosso.

In Germania come anche in Svizzera vige un totale Maskenpflicht a bordo di ogni mezzo pubblico: chiunque salga in treno, tram o metropolitana deve avere naso e bocca coperti. Se tuttavia in Germania a bordo treno tutti sono diligentemente in mascherina, altrettanto non puó dirsi a bordo del Giruno che da Basel SBB mi porta a Lugano. Mi ritrovo sorprendentemente circondato da persone senza mascherina o con mascherina abbassata, davvero strano per essere che siamo in Svizzera.

Rispetto ai Tedeschi, gli Svizzeri sembrano essere stati molto meno condizionati dalla pandemia Covid nel loro approccio alla vita di tutti i giorni. Se infatti in Germania i treni viaggiano semivuoti ormai da Marzo, il Giruno che oggi viaggia come intercity 21 da Basel a Lugano é partito da Basel SBB praticamente pieno, con pochissimi posti liberi. E a Olten si é riempito ulteriormente, al punto da avere viaggiatori in piedi.
E non siamo assolutamente in ora di punta.

Mi sento di spezzare una lancia a favore del Giruno circa il vagone ristorante: bello, sobrio, ordinato, con sedili comodi e senza posti “vista montante”. Solo perché é il mio compleanno, oggi mi concedo una buona Feldschlösschen e un’insalata. Normalmente evito i ristoranti di bordo elvetici per i prezzi abbastanza inaccessibili, ma oggi mi sono sentito di fare una piccola eccezione. E gustarsi il pranzo con vista sul lago di Zugo e poi sul lago dei quattro Cantoni ha pur sempre il suo perché.

In prossimitá di Altdorf una decisa accelerata del Giruno annuncia che siamo ormai in prossimitá del tunnel di base del San Gottardo. A 195 chilometri l’ora percorriamo i 57 chilometri del tunnel in circa 20 minuri, prima di sbucare sud delle Alpi. Siamo ormai in canton Ticino.

Siamo a Bellinzona.
Qui i piani di viaggio iniziali prevedevano una sosta per un brindisi di compleanno al volo con Fabietto, che sarebbe stato di passaggio nella sua impresa di scalata delle Alpi in bicicletta da Basel a Chiasso. Ma complice un eccesso prestazionale durante la prima tappa e il bel tempo ha preferito restarsene ad Andermatt a visitare le bellezze della Region Gotthard (come dargli torto) pertanto rimando a bordo del Giruno e proseguo fino a Lugano.

A Lugano la coincidenza con un S10 per Chiasso fila perfettamente liscia dopo qualche minuto di attesa alla banchina, e riesco a sedermi su uno dei pochi posti liberi rimasti. Il Flirt Tilo sfila silenzioso lungo l’estremitá sud del lago di Lugano e attraverso il mendrisiotto, andando progressivamente svuotandosi.

L’arrivo a Chiasso avviene in perfetto orario alle 17.04. Qui mi attende un S11 per Milano Porta Garibaldi, espletato dalle solite carrozze vicinali piano ribassato di circa mezzo secolo fa, piú volte ristrutturate e revampizzate. Il “salto di qualitá” (ironico) rispetto ai treni precedenti é… notevole.

Siamo ormai in territorio FS e mi imbarco sull’ultimo treno di oggi, una S11 per Milano P.Garibaldi.

Nei miei anni da pendolare S11 e S9 in Italia, penso che l’unico periodo di “gloria” della linea MIlano-Chiasso sia stata la breve parentesi Tilo dei primi anni 2000, quando i convogli E464 + carrozze piano ribassato erano revampizzati di fresco, ben puliti e ben curati (oltre che essere diversi dal solito con una livrea molto accattivante). Dimostrazione che se si vuole, anche con materiale non nuovissimo si puó fare un bel servizio, basta metterci la volontá. La volontá di dare un servizio valido al cliente.

Ci muoviamo in orario alle 17.13. A bordo del treno ci sono pochissimi passegeri, nella mia carrozza sono l’unico. Non posso fare a meno di notare i cartellini plastificati applicati sui sedili che invitano a lasciare libero un posto su due, a protezione del contagio da coronavirus.
Mi chiedo quanto una tale disposizione possa essere… rispettata sui treni delle 7 del mattino, quando giá a Lissone-Muggió la gente fatica a salire sul treno perché le carrozze sono troppo gremite di persone.

Certo, probabilmente smart working e pendemia hanno avuto un effetto sul volume di passeggeri, ma rimango onestamente un po’ dubbioso. Non ho idea di come sia la situazione S11-S9 nel post-Covid, magari se qualcuno ha esperienza diretta mi puó lasciare un commento (pura curiositá).

Mano mano che il treno prosegue verso Sud la carrozza va lentamente riempiendosi anche se all’arrivo a Desio ci saranno ancora posti a sedere disponibili. È pur vero che rispetto al flusso principale siamo controcorrente.

Arrivo a Desio puntuale alle 17.53. Pochi minuti a piedi e sono a casa.
Non mi sento per niente stanco e posso dire che la mascherina tutto sommato é una seccatura tollerabile, anche per un periodo cosí lungo.
La speranza é che questo viaggio non rimanga un episodio isolato, che i confini possano rimanere ancora aperti e che i treni possano continuare a viaggiare, anche nel futuro prossimo. Lockdowns permettendo.

8 ore dopo avere lasciato Darmstadt siamo ormai a Desio. Mentre il treno prosegue per Milano, mi avvio a piedi verso “casa”.

Alla Germania conviene accettare gli Eurobond. Altrimenti la prossima ondata di rifugiati potrebbe arrivare dall’Italia.

La mia personalissima visione su Euro, Debito Pubblico, Crisi Economica, Eurobond e MES: cosa é successo in passato e cosa potrebbe succedere nel futuro….

Si fa un gran parlare degli Eurobond (o Coronabond, che dir si voglia) e degli stati “cattivi” che non vogliono aiutare le economie sud Europee in difficoltá. Si tratta in effetti di una questione spinosa e dalla quale potrebbe dipendere in modo serio e decisivo tutto il nostro futuro. E se l’egoismo prevarrá, le conseguenze temo saranno molto gravi per tutti noi.

Non voglio fare il Doctor Doom, anzi spero vivamente di essere presto smentito dai fatti nei prissimi mesi. Peró vorrei raccontare quello che (secondo me) succederá. Iniziando da ció che é giá successo.
Partiamo con la narrazione riiavvolgendo il nastro di qualche anno.

L’ingresso dell’Italia nell’Euro nel 1996 fu giá controverso e non indolore, per via della cosiddetta “Eurotassa” (ve la ricordate? Io sí! All’epoca ero un ragazzino delle medie e non capivo certo chissá che di politica, ma i bestemmioni di mio padre li ricordo benissimo) che servì, fondamentalmente, ad abbellire il nostro bilancio quanto basta per permettere l’ingresso nell’Euro.
Era giá chiaro allora, che qualcosa non andava. Per rimanere “dentro” il sistema, ci veniva chiesto di adottare una politica economica molto rigorosa, e diversa da ció che si era fatto per il mezzo secolo precedente.

Da sempre, in Italia, si utilizzava la svalutazione competitiva per ridurre il debito e rilanciare economia ed esportazioni. Ogni volta che il debito pubblico diventava eccesivo, si svalutava la lira, il debito cosí diventava piú “piccolo” e si poteva fare altro debito. Questo, per contro, generava inflazione. Per anni in Italia si é convissuto con inflazione a due cifre percentuali, che tra l’altro é una delle ragioni storiche del nostro attaccamento alla casa di proprietá; un concetto allora sensato (visto che il mattone era l’unica cosa che reggeva all’inflazione) ma oggi oramai superato.

Le economie mitteleuropee come Germania e Olanda invece hanno sempre diligentemente perseguito il pareggio di bilancio, per tenere stabile la loro moneta ed evitare l’inflazione. Non a caso, se vi ricordate, un marco Tedesco costava, a fine anni ’90, qualcosa piú di mille lire.

Il progetto della moneta unica Europea portava con sé il non indifferente onere di unire sistemi monetari completamente diversi: le virtuose economie mitteleuropee del pareggio di bilancio e le economie mediterranee del debito e della svalutazione competitiva. Era ovvio che sistemi cosí diversi non avrebbero potuto piú coesistere con una moneta unica e una unica banca centrale che decideva per tutti: qualcuno doveva necessariamente adeguarsi e cambiare “stile di vita”.
Chi era quel qualcuno? Ovviamente l’Italia.

Quando é stato deciso di entrare nell’Euro, l’allora classe politica Italiana non fece altro che scaricare l’onere di “rigare dritto” sui governi successivi. Si sapeva che con l’Euro non si sarebbe piú potuto fare come prima ed era necessario un enorme cambio di mentalitá in termini di politica economica, ma… sarebbero stati ca**i di chi veniva dopo. L’importante era salire sul carretto insieme a tutti gli altri ed entrare nel club. E cosí fu.

Se non altro, l’ingresso nel club fece vedere i suoi frutti di lí a poco. Oggi in Italia in molti si lamentano dell’Euro; evidentemente hanno dimenticato quanto benessere arrivó nei primi anni dell’Euro, tra il 2002 e il 2007.
Io me lo ricordo bene.
Una volta smaltito il contraccolpo dell’11 settembre l’economia prese a correre a gonfie vele, in Brianza chi lavorava nell’edilizia e nell’indotto era sommerso dalle commesse e si faceva soldi a palate. Ricordo benissimo molti miei conoscenti attivi nel settore, passati dalla Fiat Bravo a SUV tedeschi di lusso nel giro di due o tre anni. Il mercato edilizio era in pieno boom, le case nuove avevano prezzi stratosferici, non appena si costruivano nuovi appartamenti era una corsa ad accendere mutui. Tutti cambiavano auto ogni 2 o 3 anni; appena finite le rate, correvano a comprarsene una nuova. La produzione industriale in Italia toccó nel 2007 un picco che non é mai stato piú raggiunto. Erano anni in cui sembrava che l’economia fosse lanciata come una montagna russa e nulla potesse fermarla (purtroppo non fu cosí).

In quegli anni ci fu una grande occasione persa: quella di ristrutturare e abbattere il debito pubblico Italiano. Come l’economia, anche le entrate tributarie andavano alla grande e si sarebbe potuto approfittare della situazione per mettere da parte un tesoretto che ci permettesse di mettere sul mercato meno titoli di stato.
Ma se noi Italiani siamo da sempre un popolo savio e di grandi risparmiatori, altrettanto non puó dirsi dei nostri politici e governanti. Purtroppo nessuno approfittó di quegli anni di vacche grasse per ristrutturare il debito pubblico e portarlo sotto al 100%, e di lí a qualche anno l’avremmo pagata cara.

La crisi dei mutui subprime del 2008 interruppe il momento magico dell’economia Italiana che sprofondó nella recessione insieme a tutte le altre economie d’Europa. Se peró le economie a basso debito come la Germania giá nel 2010 riportavano la loro produzione industriale e il loro PIL sui livelli pre-crisi, l’Italia stentava a ripartire. Troppo debito. Non si poteva dare stimoli all’industria per ripartire senza andare a sforare i parametri europei, e il Paese non ingranava. Questa situazione purtroppo rese l’Italia vulnerabilissima di fronte all’attacco speculativo che innescó la crisi dei debiti sovrani del 2011. Che cosa successe dopo, ve lo risparmio. Credo che tutti ricordiamo bene un certo signor Mario Monti (chiamato, suo malgrado, a metterci la faccia per fare quello che andava fatto).

Oggi ci troviamo sfortunatamente in una situazione molto piú grave del 2011, nella quale é necessario e doveroso mettere da parte le esigenze dell’economia e fermare il piú possibile le nostre vite per arrestare l’avanzata del coronavirus.
Questo peró purtroppo non potrá non avere conseguenze serie e importanti sull’economia reale e sulle nostre vite. E quando dopo l’epidemia sará il momento di ripartire, ci troveremo di fronte a un dramma.

Il dramma sará che l’Italia per dare sostegno a famiglie, lavoratori, imprese avrá dovuto indebitarsi ulteriormente e mostruosamente. È presto per fare stime ma verosimilmente dovremo aspettarci un deficit/PIL dell’ordine del 170%, dovuto da un lato al massiccio debito emesso per sostenere il Paese, e dall’altro dalla contrazione del PIL che per il 2020 si prospetta devastante.
Se da un lato l’Europa ci ha detto di stare tranquilli e che il Patto di Stabilitá sará sospeso per il tempo necessario, il dramma si presenterá nella sua totalitá quando la situazione di emergenza sará archiviata e il Patto di Stabilitá verrá ristabilito. Per le economie mitteleuropee, che hanno sospeso il pareggio di bilancio per il tempo necessario a sostenetre l’emergenza, il debito sará aumentato ma rimarrà con buone probabilitá sotto al 100% del PIL e gli interventi per rimettere le cose a posto saranno sicuramente gestibili. La Germania, per esempio, é indebitata per circa il 60% del PIL e con i 750 miliardi messi in campo contro la Corona-Krise, potrebbe uscirne nel peggiore dei casi col Deficit/PIL al 90%. Decisamente peggio di prima, ma risolvibile.
Ma quando all’Italia verrá chiesto di rientrare nei parametri di stabilitá, col il Deficit/PIL al 170% ci sará un solo modo per farlo: una severa e rigorosa austerity.

Una austerity da far sembrare il governo di Mario Monti una sciocchezza.
Il problema é che nel momento in cui ti ritrovi a dover far ripartire una economia devastata dopo una crisi come quella dovuta al Coronavirus ,dovesti fare esattamente l’opposto: dare sostegno alle imprese attraverso forti aiuti economici, che richiederebbero ulteriore indebitamento. Ma questo non sará verosimilmente possibile e l’effetto che ne conseguirá sará catastrofico.
Dopo l’epidemia moltissime Aziende saranno fallite mentre quelle sopravvissute avranno dovuto apportare consistenti tagli, avranno bisogno di anni per riprendersi e non saranno in grado di assumere nuovo personale per moltissimo tempo. I pochi settori usciti a testa alta dalla situazione (farmaceutico, medicale, grande distribuzione, servizi online) non potranno, da soli, riassorbire i licenziamenti di massa avvenuti negli altri settori. L’economia Italiana non si riprenderá, anzi, sprofonderá ulteriormente, e la fortissima contrazione delle entrate fiscali costringerá lo Stato Italiano a misure fortemente impopolari per la riduzione del debito.

Si tratterebbe di una austerity probabilmente peggiore di quella a cui fu costretta la Grecia nel 2012. Per darvi un’idea, durante l’austerity la Grecia fu ridotta ai minimi termini al punto che il governo non aveva i soldi per pagare i medicinali alle grandi case farmaceutiche. Gli ospedali greci rimasero senza medicine, inclusi i chemioterapici (che hanno costi elevatissimi) e moltissime persone morirono di cancro non avendo piú accesso alle cure. Le prestazioni della sanitá pubblica furono dimezzate, a mortaliá infantile triplicó, i diabetici morivano perché non si trovava l’insulina, ci fu una impenata di suicidi e di morti per fame.

Uno scenario di austerity simile in Italia porterebbe probabilmente a:
► Tasse sul patrimonio: prelievi forzosi sui conti correnti, incrementata tassazione sulle case
►Tagli alle pensioni, con riduzioni degli assegni per tutti
►Taglio di ogni sussidio, aiuto o sovvenzione; probabile fine del welfare come lo conosciamo oggi
► Massicci tagli e devastazione della sanitá e dei servizi
► Milioni di persone senza piú un reddito (disoccupati)
► Violenza e rabbia sociale mai viste prima, impennata della criminalitá

La differenza tra ricchi e poveri salirebbe a livelli senza precedenti e con il risparmio della classe media completamente eroso nel giro di pochi anni, si andrebbe incontro alla fine del benessere e della pace sociale.
A seguito dell’impoverimento rampante che non risparmierá praticamente nessuno saranno inevitabili rivolte, sollevazioni popolari, e proteste violente.
Limitazioni della libertá personale potrebbero essere introdotte in modo permanente per fronteggiare il caos sociale che si verrá a creare.

Insomma, un bel casino.

In questa situazione, l’Italia non potrá che essere costretta a lasciare l’Unione Europea e l’Euro (sia per la situazione economica e sociale disastrata, sia per l’opinione pubblica che lo chiederá ormai all’unisono) per poi avviare un processo di ricostruzione e ripresa della durata di moltissimi anni. Eventualitá che sarebbe devastante non solo per l’Italia, ma anche per Germania & co.

Tutto questo sarebbe (probabilmente) evitabile, con gli Eurobond. Si tratterebbe di titoli emessi dalla Banca centrale Europea in cui tutte le economie dell’Unione, all’unisono, garantiscono per questi titoli e per il debito di tutti.
Problema di fondo: ai “virtuosi” adepti del pareggio di bilancio non va di garantire per il debito degli “spendaccioni” del Sud. Gli Eurobond avrebbero infatti un tasso di interesse e una attrattivitá sul mercato mediata sui debiti di tutti, quindi gli stati meno solidi ne guadagnerebbero (pagando meno interessi di quanti ne pagherebbero se mettessero i loro titoli di stato sul mercato) ma gli stati piú solidi ci perderebbero, perché pagherebbero un interesse piú alto del normale.
E a Germania, Austria, Olanda & co. non va di pagare di piú per salvare il debito degli altri.

Io mi metto nei panni dei tedeschi (che conosco molto bene) e posso capire il loro punto di vista: loro hanno sempre rigato dritto con la politica economica e adesso non vedono perché dovrebbero perderci dei soldi per aiutare chi non è stato in grado di farlo. Ci indirizzano al MES, un fondo per emergenze e per le insolvenze che peró é di fatto una sorta di prestito di cui l’Italia deve rispondere come singolo Stato. Posso capire, per caritá. Ma anche loro dovrebbero capire che se preseguono dritti per la loro strada condanneranno una Nazione ( o più Nazioni) a grandi sofferenze. E non é che gli Italiani abbiamo deciso di proposito, di essere (per ora) la Nazione piú devastata dal Coronavirus. Non é piú una questione solo economica, é anche umanitaria.
È il momento giusto per mettere da parte questi interessi e darci una mano sul serio. Ora o mai piú.

Altrimenti il prossimo milione di profughi diretto in Germania potrebbe arrivare, anziché dalla lontana Siria, dalla vicina Italia.
Forse anche alla Germania conviene cedere agli Eurobond, dopotutto.

Irreale

L’abbiamo scampata per un pelo. Per il momento.

Eravamo a Vienna quando il “Paziente Uno” é salito alla ribalta nelle cronache Italiane una settimana fa. Avevamo in programma qualche giorno di vacanza nella capitale austriaca e poi un breve soggiorno in Lombardia per vedere famiglia e amici, piano che abbiamo poi annullato nella giornata di martedí, quando abbiamo visto che la situazione contagi si aggravava e sia io che Hanna eravamo giá stati raggiunti telefonicamente dai rispettivi datori di lavori che chiedevano chiarimenti sui nostri piani di viaggio.
Siamo cosí rientrati a casa a Darmstadt, non senza un filo di rammarico e di preoccupazione per i nostri familiari e amici in Brianza.

Il Covid-2019, fino a ieri cosí lontano, fino a ieri confinato all’estremo Oriente e a piccoli focolai europei perfettamente contenuti, ha fatto irruzione a gamba tesa da un giorno all’altro, proprio cosí vicino alla mia terra d’origine, a pochi chilometri dai miei amici e familiari. E vivere questa cosa da lontano é semplicemente… irreale. Come se qualcuno avesse messo una patina opaca, una “fog of war” tra te e la tua famiglia, mentre i siti internet delle principali testate giornalistiche italiane pubblicano titoloni catastrofici a tutta pagina.

C’é stata un poco di esagerazione, questo é sicuro. Tuttavia la questione non va presa alla leggera, questo virus é un nemico sconosciuto per il nostro sistema immunitario ed é giá ampiamente documentato che anche persone giovani e sane, in alcuni rari casi, possono morire per l’infezione. Senza dimenticare le categorie piú deboli come anziani, malati, pazienti oncologici: sono loro a rischiare tantissimo. È giusto e doveroso aiutarli.
Quindi, a mio parare, uno shutdown parziale della nostra vita di tutti i giorni, professionale e non, é necessario. Contenere il contagio aiuterá a superare questa situazione senza sovraccaricare il sistema.
Sará una botta da KO per l’economia, ma pazienza. Tanto prima o poi sarebbe successo ugualmente: guardando i listini negli ultimi mesi, chiunque ne capisca un po’ di numeri non poteva che arrivare alla medesima conclusione, ovvero che un altro sberlone in stile 2008 era imminente. Serviva solo l’innesco.

Come sempre, la moderazione é totalmente assente e la gente si é divisa in due grandi fazioni: i catastrofisti disperandi, che stanno scavando bunker sotterranei con provviste per tre anni, e i faciloni che con la massima sufficienza hanno sentenziato che “è appena poco piú che un’influenza” e che “tanto muoiono solo gli anziani”, assolutamente contrari ad ogni misura contenitiva in quanto per loro assolutamente inutile. È in quest’ultima categoria che ho trovato le uscite piú ignoranti e odiose, culminate con un tale che, rispondendo ad un post di una ragazza malata di leucemia che cercave di spiegare come le disposizioni di isolamento e quarantena servissero proprio a proteggere le persone come lei, scriveva “ma i malati oncologici non potrebbero semplicemente starsene a casa loro?”
Certo, perché la chemioterapia te la fanno comodamante a domicilio.

Lasciando stare la bassezza e l’ignoranza dell’homo sapiens medio, cosa alla quale oramai dovrei essermi abituato e invece continuo a tollerare faticosamente, ora si tratta di vedere cosa succederá e come le nostre vite saranno affette da questo problema. I contagi iniziano ad aumentare anche qui in Germania (oggi siamo a 150) e il ministro della salute giá venerdí sera ha detto chiaramente che siamo all’inizio di una epidemia.

La veritá, purtroppo, secondo me, é che nessuno sa esattamente cosa fare perché questa é una situazione totalmente nuova, per tutti. Per ogni persona, per ogni regione, per ogni Nazione del mondo. Dall’ultima grande epidemia (la Spagnola) sono passati ormai 100 anni e si é persa ogni memoria sociale di eventi del genere. La salute e il benessere pressoché totali che fanno parte della quotidianitá del nostro mondo occidentale sono cose che diamo da sempre per scontate e avevamo, fino a ieri, l’illusione di essere diventati pressoché invincibili. Sì é vero, c’é sempre un grande male che ci fa paura che é il cancro, ma rimane sempre qualcosa che, anche nella sua totale crudeltá, rientra per certi versi nel nostro quotidiano. Chi di noi non ha dovuto (purtroppo) avere a che fare con un caso di cancro in famiglia? Quasi tutti. Una persona su due, in Europa, é toccata da vicino almeno una volta nella vita da una diagnosi di cancro (ovvero riguardo a sé stessa o a un parente di primo grado). Quindi il cancro é sí un nemico terribile e spietato, ma é qualcosa che dolorosamente conosciamo e che siamo preparati ad affrontare.
Ma questo virus é qualcos’altro.

È una cosa nuova, che nessuno di noi ha mai affrontato prima. È un nemico minuscolo e invisibile che pensavamo di poter controllare e invece ce l’ha fatta sotto il naso. È arrivato fin qui dribblando agevolmente tutti gli scaner termici, i controlli aeroportuali, le misure di contenimento e i blocchi del trasposto aereo. Tutta la nostra tecnologia e prevenzione é stata inutile, ha circolato in Italia e nel resto d’Europa per almeno un mese senza essere individuato (ma c’é chi, come il Prof. Galli del Sacco di Milano, pensa che sia in giro da ancora piú tempo) e adesso é arrivato, sta giá intesando i reparti di terapia intensiva e le prossime settimane sono un grandissimo punto di domanda.

Quello che credo succederá, é che dovremo prepararci ad alcuni mesi molto diversi dal solito. Vedremo introdotte alcune limitazioni alla nostra libertá personale e alla nostra mobilitá. Dovremo convivere con una situazione strana e per certi versi disagevole, cambiare drasticamente molte nostre abitudini.
Ma non credo sia tutto. Secondo me, siamo appena all’inizio. All’inizio di uno scossone che cambierá il mondo sotto tantissimi aspetti.

A partire dall’economia, che subirá probabilmente il crash piú pesante dopo il 2008 (o magari anche peggio). Molti di noi, lavorativamente parlando, ne pagheranno le conseguenze. Seguiranno un paio di anni di vacche magrissime.

Andrá rivisto molto profondamente il concetto di globalizzazione. Il mondo intero non puó dipendere dall’Asia per la produzione di ogni cosa. Giá ben prima che il virus raggiungesse l’Europa, si iniziava a annusare che tantissime Aziende avrebbero pagato a caro prezzo la delocalizzazione selvaggia. Credo che l’epidemia da Covid-19 sará un potente acceleratore del processo di de-globalizzazione in atto.

E probabilmente é finita, magari solo per qualche tempo, o magari per sempre, l’era della mobilitá free per tutti, dei voli low cost, dei viaggi, del poter andare dove vuoi quando vuoi, senza che nessuno possa farti storie alla dogana.

Eh si, il coronavirus sta tirando fuori tutte le debolezze del nostro mondo e credo che in questi giorni si stia scrivendo una pagina di storia.

Staremo a vedere. Per ora, laviamoci le mani per benino.
Una cosa é sicura: che solo un paio di mesi fa una situazione del genere l’avrei data per … irreale.