Globalizzazione, delocalizzazione, e … desertificazione (economica)

WP_20181122_08_29_41_Rich

Ieri sono stato contattato da una agenzia di recruitment Italiana che mi ha offerto un “rientro”. Non é la prima volta che mi capita, in realtá. La posizione non era male, anche la location era interessante, ma la retribuzione (non negoziabile in quanto già “molto alta” secondo il recruiter) era esattamente la metà della mia attuale RAL.  La metá.
Non sono scoppiato a ridere per rispetto della persona all’altro capo del telefono, che era pur sempre una professionista che cercava di svolgere al meglio il suo lavoro con cifre che non aveva deciso lei. Tuttavia il mio interlocutore insisteva nell’invitarmi a considerare seriamente la proposta in quanto era un trattamento economico “che si vede di rado” per una figura tecnica.
Ho gentilmente declinato.

Ora, io non credo che una agenzia di recruitment sia tanto sprovveduta da non sapere quanto guadagni in Germania un Ingegnere con esperienza. Anche perchè è il committente che decide quanto é disposto a sborsare. Sicuramente erano ben consci del fatto che le possibilitá che io potessi accettare erano praticamente inesistenti.
Se sono arrivati fino a me, c’é quindi una sola spiegazione logica: in Italia non si trova nessuno, ma proprio nessuno, idoneo a rivestire il ruolo ricercato.

È un piagnisteo che si legge spessissimo sui giornali, quello dell’imprenditore che cerca personale ma non trova nessuno, ma io mi chiedo: come mai?
In genere si parte subito in quarta con la polemica, accusando i giovani Italiani di essere choosy, di esigere stipendi troppo alti, di non avere voglia di lavorare e di voler fare tutti i Fashion Blogger. Ma siamo sicuri che sia cosí?

Io credo che la risposta sia un’altra.
In una parola… Globalizzazione.

Mi spiego meglio. Da un lato, grazie alla recente ondata di globalizzazione molte imprese Italiane hanno potuto delocalizzare, diversificare, e approfittare del dumping salariale con il lavoro di manodopera proveniente da paesi più poveri: per chi ha saputo muoversi bene, questa strategia ha fruttato notevoli profitti.
Contemporaneamente, però, accade che in Italia ormai quasi tutti i laureati, soprattutto quelli in materie tecniche, parlino una seconda (e anche una terza) lingua, facciano esperienze all’estero giá durante gli studi, e finicano per apprendere molto presto che a meno di un’ora di volo dall’Italia ci sono un sacco di posti interessanti (Svizzera, Germania, Austria) dove si può essere pagati il doppio (o il triplo) e dove si trova lavoro con una facilitá disarmante: ergo, non appena si ha la pergamena di laurea in mano si fanno le valigie e si parte.
Se una Azienda può “delocalizzare” e trarne vantaggio… beh, similmente puó farlo anche una persona. Sono in molti a “delocalizzarsi” in questi anni, le statistiche dell’AIRE (e non solo quelle) parlano chiaro.

E chi si “delocalizza” per primo è, logicamente, chi é piú appetibile sul mercato del lavoro e puó massimizzarne il vantaggio. E di conseguenza il mercato va a svuotarsi laddove le occasioni sono meno interessanti, e i primi profili a mancare sono quelli piú strategici.
Insomma: se le Aziende delocalizzano a Est, e i laureati “si delocalizzano” a Nord, in Italia rimane meno expertise a disposizione e il rischio per il futuro potrebbe essere quello di assistere ad una vera desertificazione economica, oltre che di risorse e di competenze.

Per le imprese Italiane io vedo una sola soluzione (tutt’altro che facile): portare gli stipendi ad un livello europeo. Altrimenti in futuro in Italia di Italiani ne rimarranno (a lavorare) ben pochi.
Ma le Aziende non possono fare tutto da sole.
Se la politica tentasse, con opportune manovre, di mettere le Aziende in condizione di assumere e alzare gli stipendi, invece di concentrarsi su improbabili flat tax o su soldi gratuiti per i nullafacenti, sarebbe giá un inizio.
Ma probabilmente sto sognando.