Giusto o sbagliato? L’etica dell’espatrio

Wiesbaden 5.5.19

Durante questi anni non ho mai smesso di chiedermi se ho fatto bene o ho fatto male ad andarmene. Intendiamoci, è stata una scelta azzeccata e ci ho guadagnato pressochè in tutto: qualità della vita, felicità di coppia, lavoro, prospettive di crescita, arricchimento personale, sviluppo della mia passione per i viaggi e la tecnica, condizione economica…

Quello che intendo in realtà è qualcos’altro. Quello che intendo è se sia stato eticamente giusto o sbagliato.

Rileggendo la prima frase che ho scritto si coglie l’essenza della questione: ci ho guadagnato pressochè in tutto ecco sì, io ci ho guadagnato. Ma gli altri?

Andarsene via non influenza solo la tua vita, influenza soprattutto quella di altre persone e se tu sei contento di ciò che hai fatto, non è detto che lo siano anche gli altri.
Mi sono chiesto tante volte, se mia madre abbia sempre mostrato di essere felice di questa mia scelta solo per spronarmi ad andare avanti nel fare ciò che mi avrebbe fatto sentire realizzato. Continuo a chiedermi se in realtà lei non ne abbia sofferto, e non ne sia stata ferita a tal punto da perdere le ultime forze nella battaglia contro il cancro e decidere di arrendersi. Non saprò mai quanta tristezza i miei parenti mi abbiano nascosto, e a volte quando mi fermo a pensarci non posso esimermi dall’essere sopraffatto dai sensi di colpa e chiedermi se sotto certi aspetti andarsene è, in fondo, una scelta di puro egoismo. La scelta di chi vuole il meglio per sè e mette automaticamete il resto del mondo in secondo piano.

Io non sono religioso, credo poco in entità ultraterrene e ho perso ogni fiducia nella chiesa già anni fa, ma c’é una cosa che periodicamente riaffiora nella mia testa e mi assilla.. ed è il pensiero se sono o non sono una cattiva persona.
Ho sempre pensato di non essere un uomo cattivo, di avere sempre trattato tutti in modo corretto e di aver sempre cercato di fare del bene per gli altri ogni qualvolta ero in grado di offrire loro un aiuto. È vero che se guardo al passato, riconosco che ci sono alcune persone con cui mi sono comportato male, quasi sempre per problemi mai chiariti in prima persona che forse, parlando, si sarebbero potuti risolvere.

È vero che in alcuni casi ho intenzionalmente perso i contatti con persone con cui ho deciso di non avere più a che fare perchè ho pensato che loro avessero sbagliato con me, senza neanche ammettere la possibilità che probabilmente anche io, in qualche modo, avevo sbagliato con loro.

Ecco, quando ci ripenso il problema etico che mi pongo è se quando si fa del male involontariamente ed inavvertitamente a qualcuno, si è ancora autorizzati a sentirsi delle brave persone? E questo vale anche quendo espatriamo, credo. Non sappiamo a quante persone stiamo facendo del male, perché molto probabilmente, le persone a cui lo stiamo facendo morirebbero piuttosto che farcelo capire.

Forse in questo frangente chi se ne va per necessità, perchè non trova lavoro, perchè fugge da una situatione di vera crisi economica, è più scusato di chi se ne va per capriccio, perchè vuole cambiare aria, perchè vuole vedere il mondo o semplicemente perchè non gli stanno più bene i 1500 euro al mese italiani e vuole andare a fare lo stesso lavoro ma guadagnare il doppio.  Ma questo non è probabilmente puro egoismo?

Non é forse un po’ come dire: io voglio il meglio per me, gli altri si fottano ?

Non per niente una delle critiche più gettonate, fatte in modo velato ma neanche troppo indiretto a noi expats, è che noi abbiamo preferito andarcene piuttosto che restare e lottare. Ora, al di là del fatto che in Italia personalmente io non vedo nessuno lottare, ma vedo quasi esclusivamente una sconsolata arrendevolezza, riconosco che il discorso di base non è del tutto sbagliato. Espatriare significa scansare il problema invece che affrontarlo.

Certo, poi ti chiedi dove e come si potrebbero affrontare certe situazioni, se oggi ha davvero senso e può portare davvero a qualcosa. Le generazioni passate ci rimproverano che non stiamo lottando e che se stiamo perdendo tutti i diritti acquisiti da loro è solo colpa nostra perchè non combattiamo.
Poi però ti chiedi che senso abbia “lottare” oggi, in una economia globale. Una volta non esisteva il dumping salariale innescatto dall’accesso al mercato del lavoro di manodopera straniera, così come non esistevano la diversificazione e le delocalizzazioni e, non ultimo, l’economia rampava e galoppava e le industrie erano pen più bendisposte a fare concessioni. Se incrociavi le braccia e bloccavi un reparto produttivo, qualcosa ottenevi.
Oggi se incroci le braccia e blocchi un reparto produttivo, il tuo datore di lavoro sposta la produzione in Polonia e ciao a tutti.

Apriamo gli occhi: una volta, anche nell’economia, vigeva un minimo di fairness e di correttezza. L’accumulo di ricchezze ad ogni costo non era l’unico obiettivo: c’era chi faceva impresa anche per fare qualcosa di buono. Oggi non è più così, viviamo in un mondo molto più avido e scorretto. L’impoverimento della classe media che sta avvenendo in tutte le economie sviluppate (eccetto quelle rampanti come la Cina) è causato fondamentalmente dalla classe dirigente che vuole arricchirsi ancora di più (e ci sta riuscendo).

In questo mondo, fosre sì, espatriare è un po’ conseguenza di scelte di egoismo e di questa crescente unfairness che ci vede tutti uno l’altro nel disperato tentativo di non scendere di classe sociale. E allora, quando capisci che il tuo Paese sta diventanto troppo povero per le tue ambizioni, scappi in uno più ricco.

Sì, è vero, messa giù così è davvero triste.
Fortunatamente, non è così. Non c’è solo questo. Non è solo un fatto meramente economico, e meno male che è così.

E’ vero, tante volte mi sono chiesto se l’espatrio sia eticamente giusto o sbagliato. E sono giunto alla conclusione che, come sempre, a seconda dei punti di vista può essere entrambe le cose.

Per me espatriare non è stato solo andare a guadagnare di più. E’ stato molto di più.
Per me andarmene è stato un atto di ribellione. Il mio modo di ribellarmi al sistema del nepotismo, delle raccomandazioni e della mancanza totale di meritocrazia che per troppi anni ho dovuto mandare giù senza poter fare assolutamente nulla.
Per me espatriare è stata una sfida.  In tutti gli ambienti di lavoro in cui mi ero trovato in Italia ero sempre riuscito ad emergere, a ottenere rispetto e stima (e un sacco di lavoro, e un sacco di responsabilità). Ora volevo dimostrare a me stesso di essere in grado di farlo anche in Germania, in una azienda tedesca, in cui si parla tedesco. E’ stata la più grande sfida professionale della mia vita, e oggi sono felicissimo di avere avuto il coraggio di provare.
Per me espatriare è stata sofferenza. Ho sofferto anche io la lontananza dalla famiglia e degli amici. Ho fatto i salti mortali per essere in Italia quando c’era bisogno di me, quando mia mamma stava male. Ho vissuto tanta angoscia e non dimenticherò mai quelle ore passate in treno ogni weekend. Ma ho anche imparato tanto. Ho capito quanto è grande l’amore per tutte le persone a cui sono legato proprio perchè la distanza lo ha amplificato. E’ bellissimo ogni volta che torni in Italia riabbracciare le persone e godersi la loro compagnia ancor più di prima. Da quando vivo all’estero ho conosciuto persone di tutto il mondo e di tutte le razze, sono diventato più aperto e ho meno pregiudizi di quanto non fosse una volta. Questa esperienza mi ha cambiato e mi ha cresciuto, e se guardo dentro di me sono convinto, anzi sono certo, che oggi sono una persona migliore rispetto a quando sono partito.

E non ultimo, grazie alla mia scelta di vivere all’estero ho potuto offrire aiuto a persone care, quando me lo hanno chiesto. Un genere di aiuto che non sarebbe stato posibile se non me ne fossi andato.
Quindi, anche da una scelta forse un po’ “egoista” alla fine può arrivare qualcosa di buono.

Come sempre, é tutta questione di punti di vista.