Quei viaggi che

Ci sono quei viaggi in cui parti volentieri, sei carico, non vedi quasi l’ora.
E poi ci sono quelli che parti col magone, proprio non hai voglia, e preferiresti startene a letto. Capita di rado, ma capita.
Anzi, mi capitava di rado… una volta. Adesso succede piú spesso.

Ecco, stamattina mi trovo di nuovo in questo mood. Sto aspettando di imbarcarmi sul volo e non ho voglia, proprio non ho voglia. Un cliente che non conosco, operante in un campo di applicazione che non conosco; un sistema vecchio di parecchi anni, installato da tecnici andati in pensione anni fa, del quale si é quasi persa memoria in Azienda.
Insomma, tutti gli ingredienti perfetti per una settimana di guai, imprevisti e problemi.

Ho sempre affrontato queste trasferte in modo molto pragmatico. Vado là, valuto la situazione, faccio del mio meglio e vedo di risolvere. Finora è sempre andata così.
Anzi, sotto un certo aspetto, questo genere di “missione”, potenzialmente irta di imprevisti, incasinamenti e problemi, mi ha sempre galvanizzato, accendeva il mio senso di sfida e di avventura. E che soddisfazione quando hai finito e a momenti non ti sembra vero di essere riuscito a risolvere (quasi) tutto.

Ecco, da quando a casa è arrivato il piccoletto vivo queste cose in modo molto diverso. Innanzitutto c’è quel sottile, leggero ma veemente senso di colpa ogni volta che dici “si” ad una trasferta. Una volta era una risposta automatica, oggi viene su più a fatica, c’è un mezzo groppo alla gola.

Senso di colpa che non ti abbandona, dal momento in cui esci di casa fino al momento in cui sei di ritorno svariati giorni dopo. È latente, resta lí; a volte si affievolisce, e preso dalla concentrazione lo dimentichi, ma poi puntualmente rientra, non appena la mente si rilassa e ti prendi una pausa dall’impegno lavorativo.

Senso di colpa che ti impedisce di godere appieno anche dei momenti di relax serale, quando magari hai i colleghi del sales belli contenti perché hai fatto felice il cliente e allora si festeggia a suon di Cervezite e di Tapas o magari a suon di Ale e Fish & Chips (dipende da dove ti trovi), perché il tuo nuovo senso del dovere da genitore ti fa interrogare sulla moralitá di quanto stai facendo, mentre l’ometto e la sua mamma sono a casa da soli e vorrebbero tanto che ci fossi anche tu.

È vero, normalmente il mio lavoro non prevede moltissimi viaggi, in genere sto al 15-25%. Che anche da genitore é un buon compromesso, secondo me.
Tuttavia ora accade che dopo 2 anni di stop forzato causa Covid, c’é un backlog mostruoso da recuperare, e in piú molti clienti che hanno avuto cambiamenti di personale e di organizzazione negli ultimi 2 anni ora vogliono formare o farti conoscere le nuove persone; oppure magari capita invece che i tecnici che avevano sono andati via (o li hanno mandati via) e adesso chiamano te perché non hanno piú nessuno in casa che sappia bene come far andare i sistemi.
Insomma, c’é un sacco di carne al fuoco e sto viaggiando come non mai – 50% e anche di piú – il che sarebbe stato una figata, se fosse capitato due, tre o quattro anni fa. Ma adesso é proprio il momento “sbagliato”. Perché non me la godo per niente, anzi… soffro.

E sorge spontenea la domanda, se non é arrivato il momento di cambiare. Magari, dopo tanti anni sempre a correre, sarebbe il caso di rallentare, soprattutto viste le mie nuove responsabilitá di papá.
Ci ho pensato, ci ho pensato tanto.
E alla fine giungo sempre alla concusione che é meglio di no.
Che questo in fondo é un momento, e come tutti i momenti, passerá.
Che il piccoletto col passare degli anni diventerá sempre piú un ometto e sotto certi aspetti le assenze diventeranno piú gestibili.
Che quando cambi sai sempre cosa lasci ma non sai cosa trovi, e seppur ora mi capiti questo periodo di grande lavoro in un momento “sbagliato”, non devo mai dimenticare che nel mio lavoro ho trovato un ambiente fantastico, collaborativo e sereno, sifdante quanto basta senza scadere nella competitivitá tossica, e un rapporto veramente eccezionale con capo e colleghi. Cose non facili da trovare. Quel genere di cose che ti accorgi quanto sono importanti solo quanto le perdi.
Sarebbe un assurdo lasciare la mia attuale professione perché mi tiene temporaneamente un po’ lontano dalla famiglia, per poi trovarne una nuova in cui potrei magari sí passare piú tempo a casa, ma dovrei fare i conti con un ambiente di lavoro tossico, sleale e pesante, finendone consumato, stressato, appesantito e imbruttito. E poi hai voglia a tornare indietro.
Non so cosa sarebbe meglio per la mia famiglia.

Certo, mi dispiace. Mi dispiace perché ci sono quei viaggi che sono una piccola avventura, una storia da raccontare, un bel ricordo da tenere. Perché non é solo lavoro, é la mia passione.

Quei viaggi che… sicuramente mi godrei alla grande, se non fossi frenato dai miei pensieri. Pensieri che credo, peró, é giusto che ci siano.

L’inizio della fine

Il 24 Febbraio 2022 é un giorno che non dimenticheremo, il classico giorno di cui tutti ricordiamo dove eravamo e cosa stavamo facendo quando abbiamo saputo.
Un po’ come l’11 Settembre 2001 o il 21 Febbraio 2020, il giorno del Paziente 1 di Codogno.

Se sicuramente l’11 Settembre 2001 e il 21 Febbraio 2020 hanno avuto poi conseguenze molto pesanti per tutti noi, credo che questa volta siamo su un altro ordine di grandezza.
Perché la pandemia si sta finalmente affievolendo, e probabilmente presto sará un (brutto e per molti assai doloroso) ricordo; l’11 Settembre invece ci aveva fatto ripiombare in uno stato di paura che peró aveva contorni indefiniti ed era percepita come lontana e improbabile, ma quello che é successo il 24 Febbraio 2022 é completamente diverso.

Io sono nato nel 1983 e ho vissuto in una Europa sempre in pace che non ha mai conosciuto alcun tipo di minaccia. Il benessere, la tranquillitá, la sicurezza dei nostri confini, sono cose che non sono mai state messe in discussione e che sono sempre apparse come naturali e scontate. Una guerra per le nostre strade era qualcosa di inconcepibile, assurdo, relegabile soltanto ad un film catastrofico o ad un romanzo di Tom Clancy.
Per i nostri genitori e i nostri nonni le cose sono state un po’ diverse, per decenni le loro esistenze hanno convissuto con un nemico misterioso e immensamente potente che aleggiava poco al di lá dei nostri confini ad est. Non poche volte si é andati davvero vicini allo scontro totale tra Est e Ovest, con consegueze che sarebbero state molto vicine al ritorno all’etá della pietra per gran parte della civiltá umana. L’annientamento.

In pochi giorni siamo ripiombati lí. Esattamente lí dove credevamo non sarammo tornati mai piú.
Della mia prima visita a Fabietto in Svizzera, risalente ormai a molti anni fa, ricordo lo stupore che provai nel trovare, al piano interrato del complesso in cui viveva poco fuori Basel, un rifugio antiatomico. Ogni edificio in Svizzera, per disposizione di legge, ne ha uno. E ricordo come all’epoca trovai la cosa completamente assurda e irrazionale. Quasi da farci una risata.

Avevo torto. E credo che siamo stati in milioni, in centinaia di milioni, ad avere torto. Perché in appena cinque giorni di rapido precipitare di eventi, quei tempi sono tornati.

E devo essere sincero: sono molto molto preoccupato, come non lo sono mai stato in vita mia. E il fatto di essere diventato padre da pochi mesi rende la cosa ancora piú angosciosa.
Perché anche il coronavirus sembrava lontano, remoto, sembrava ua minaccia distante, qualcosa che avremmo potuto fermare. Finché un giorno non ci siamo accorti di averlo giá in casa.

E la mia grande paura é che anche con questa guerra sará cosí.
E un ICBM dalla Russia centrale ci mette meno di un quarto d’ora ad arrivare sulle nostre teste.
Decisamente piú veloce del coronavirus.

Una cosa é certa: questo é un inizio. L’inizio della fine.
La fine dei 30 anni di pace e tranquillitá post caduta del Muro, la fine di tutte le sicurezze e garanzie di pace e stabilitá che ci hanno accompagnato finora, l’inizio di una nuova era in cui le nostre vite saranno decisamente piú complicate e in cui torneremo a vivere con la paura latente di essere svegliati nella notte dalle sirene, la paura che quella atroce assurditá che risponde al nome di Mutual Assured Destruction possa, da un giorno all’altro, trasformarsi in realtá. Magari proprio tra pochi giorni.

Lo so, puó sembrare assurdo. Ma ieri sera, mentre finivo la mia Carlsberg Elephant doppio malto (vista la tensione, volevo qualcosa di un pochino strong) mi sono trovato ad elaborare un pensiero.
In tutte le situazioni che prevedono l’uso della forza, si tratti di una semplice rapina in un sottopassaggio oppure di una guerra su larga scala, esiste una regola universale: é in posizione di vantaggio chi ha meno da perdere. Ed é in posizione di forza assoluta colui che magari non ha proprio nulla da perdere.
È il motivo per cui un padre di famiglia non reagisce mai ad un rapinatore, ma gli consegna il portafoglio senza fiatare. Troppo da perdere.

In questa situazione, noi Europei siamo quelli che hanno tutto da perdere. La maggioranza dei Russi, che non conoscono il benessere occidentale e che vivono in un Paese da sempre autoritario e militarizzato, temono le privazioni e le conseguenze di una guerra nucleare decisamente meno di noi. Approvano la guerra e sono pronti a sopportare importanti sofferenze per la loro Patria (molto, molto piú di noi).
Ciononostante, la situazione impone di fare qualcosa, e tra sanzioni e aiuti militari agli aggrediti, come UE ci siamo esposti davvero parecchio.
Consci di essere quelli che hanno piú di tutti da perdere.
Speriamo che vada a finire bene.

Il punto tra apprensione e felicitá

È il mio primo momento di solitudine da 15 giorni a questa parte. Seduto su una panchina di fronte al Badesee di Bensheim, guardando il cielo che va verso l’ora blu, ripercorro con la mente gli avvenimenti di questi ultimi giorni.

Sono state due settimane molto intense e sicuramente quelle che seguiranno non saranno da meno. Sono diventato papá di un bellissimo biondino dagli occhi vispi che non smette mai di fissarmi quando gli parlo (un po’ in Italiano, un po’ in Tedesco) e che io a mia volta non smetterei mai di guardare perché ogni volta che vedo quel visino ho l’impressione di avere davanti a me semplicemente la piú bella cosa al mondo.

Quello che ho vissuto neli ultimi giorni é qualcosa di incredibilmente grande e affascinante, ho avuto il privilegio di vivere attimi indescrivibili, di essere presente fin dai primissimi momenti, e ancora vivo quelle immagini in modo piú cristallino che mai. Ricordi, sensazioni ed emozioni che potrebbero darmi materiale per scrivere sul blog per settimane; ma se da un lato questo sito per anni é stato un po’ la finestra nascosta sui miei pensieri e una sorta di libro aperto sulle mie vicende, ho deciso che per quanto riguarda la mia vita di famiglia non sará cosí.

Certo, non é affatto escluso che un domani condivideró alcune cose strettamente attinenti ai temi del blog quali ad esempio come si sbriga tutta la burocrazia alla nascita tra Standesamt e Consolato Italano (ci sono ancora dentro fino al collo, abbiate pazienza…) e le mie esperienze nel crescere un bambino bilingue in Germania (mi sto giá attrezzando con apposite letture per vederci un po’ piú chiaro). Insomma, ci sará sicuramente un sacco di potenziale nuovo materiale su cui lavorare.

Ma quello che faremo io, Hanna e Lukas sará e resterá cosa nostra. Continueró a raccontare i nostri viaggi e le nostre sortite alla scoperta della Germania e del mondo, continueró a fare informazione e a elaborare articoli informativi su questo Paese, anche a tema bambini e famiglia, ma non terró un blog sulla mia vita di famiglia, non butteró foto di mio figlio ai quattro venti raccontando ogni cosa che fa.
Non credo sia giusto e rispettoso nei suoi confronti.

Nei suoi confronti.
Mentre scrivo mi sembra di sentire quasi l’importanza, il peso di queste parole. Quando per la prima volta tieni in braccio tuo figlio entri in un mondo nuovo, capisci che tutto sta cambiando, e che quella piccola, preziosissima vita che tieni tra le braccia ora é responsabilitá tua. Ti chiedi se sarai all’altezza, ti passa per la testa ogni possibile tipo di dubbio e di preoccupazione, ma dall’altra parte, dentro, di te senti una forza immane e una felicitá che si fatica a descrivere.
Una mistura unica, fortissima, prorompente. Se potessi darle un nome usando poche parole, direi che é il punto tra apprensione e felicitá. Forte, vibrante, teso, e carico di energia.

È giá passato del tempo, il cielo si é fatto scuro. È ora di tornare a casa.
Ora che ci penso, “Casa” ha un significato del tutto diverso adesso.
E comunque sí, sono davvero felice. Scriverei di piú, molto di piú; ma in virtú di quanto spiegato poche righe fa, qui mi fermo e non andró oltre.

C come Covid – C come Cattiveria

La pandemia e la crisi economica che ne é conseguita hanno avuto spiacevoli conseguenze per tutti (o quantomeno: per quasi tutti) ma tra gli effetti collaterali meno noti e meno portati all’attenzione delle persone c’é l’esacerbazione e l’estremizzazione, a livelli mai visti prima, di un conflitto pluridecennale che – soprattutto in Italia – da generazioni vede contrapposti due grandi schieramenti.
Da un lato lo schieramento degli stipendiati garantiti ovvero i dipendenti statali, i pensionati, i dipendenti di aziende a partecipazione statale, contro lo schieramento della piccola imprenditoria e degli autonomi attivi nel commercio e nei servizi.
I primi da sempre “fancazzisti” e “parassiti” a detta dei secondi, i secondi da sempre “ladri del nero” ed “evasori” a detta dei primi.
Una guerra senza quartiere che si combatte dagli albori della Repubblica postbellica.

Ma con l’avvento improvviso della pandemia l’esito di questo scontro, da anni in costante bilico, volge ora decisamente in favore dei primi. È la categoria degli stipendiati garantiti che ora puó permettersi di gongolare in homeoffice a stipendio pieno oppure di riposare sul divano di casa incassando puntuali sussidi e godendo malignamente, in modo neppure troppo velato, dell’infausto trapasso che il destino ha riservato al nemico di classe.
Si é cosí creata una ulteriore e profonda spaccatura, che va ad aggiungersi al quadro di una societá occidentale che giá prima della pandemia era piú divisa che mai.

Nella nostra era tecnologica e dissennata dominata dai social networks e dalla socializzazione virtuale, ora piú che mai catalizzata dalle restrizioni pandemiche che impongono alle persone di incontrarsi solo digitalmente, é su Internet che si spostano ora il confronto e il campo di battaglia, prendendo forma in quella che si potrebbe considerare la piú autentica fonte di letteratura spontanea moderna, vero specchio della societá: i commenti sui social.
Ed é dai commenti sui social che si capisce la vera portata di questa guerra.

Ecco quindi da un lato gli stipendiati garantiti farsi promotori delle posizioni piú chiusuriste e restrizioniste, trincerandosi dietro all’inviolabile principio del “prima la salute, il resto si vedrá” per giustificare chiusure a oltranza e lockdown severissimi, dall’altro la piccola imprenditoria dei servizi e del commercio che sgomita e protesta, soffocando lentamente sotto i colpi inferti dalla crisi, chiedendo solo di poter lavorare. Ma gli appelli vanno a vuoto, anzi: chi protesta é bollato di negazionismo, riduzionismo, additato come reo di irresponsabili atteggiamenti di ribellione.

Di fronte alle proteste dei ristoratori e dei commercianti, ormai ridotti alla disperazione dopo 14 mesi di chiusure, i commenti sui social e sui siti di notizie piú battuti disegnano un quadro impietoso.
I piú spietati ovviamente godono malignamente e si dicono soddisfatti di quanto sta accadendo, vedendo questa crisi senza precedenti come la giusta punizione per chi da sempre fa nero e non paga le tasse. I piú “magnanimi” si limitano a far notare che esiste il rischio di impresa e che fa parte del gioco: chi si mette in proprio sceglie di rischiare quindi sono cavoli suoi. Non manca poi ovviamente chi si attacca alle nefaste statistiche dell’epidemia per fare la morale: “abbiamo XXX morti al giorno e questi pensano solo al loro orticello” “si devono vergognare”.
Si apprezza l’assenza piú totale di empatia. Nessuna parola di solidarietá, neanche il minimo compatimento per una categoria di persone che nella vita ha probabilmente come unica colpa quella di avere avuto una sfiga terribile.
Selezione naturale di mercato, senza alcuna forma di pietá o di comprensione: bellum omnium contra omnes.

Si é detto tante volte che é proprio nei momenti piú terribili che gli esseri umani tirano fuori il meglio di sé. Che quando sopraggiungono il terrore e la disperazione, quando siamo vicini al baratro, siamo capaci di atti di grande nobilltá.
Sará, ma io non vedo succedere nulla di tutto questo. La situazione é di quelle davvero brutte, ma non vedo nessun atto di nobiltá o di altruismo da parte di nessuno.
Forse tutto ció é figlio della grande disparitá insita nelle dinamiche di questa crisi, che colpisce alcuni molto piú di altri.

Sta di fatto peró, che quando leggo e vedo tutto questo, mi rendo conto che c’é un’altra epidemia in corso che mi spaventa molto di piú dell’epidemia di Covid. È silenziosa e striscia tra la gente, senza far troppa notizia ma diffondendosi con un Rt molto piú grande di 1.
È una epidemia di Cattiveria. E mi fa molta, molta paura.
Perché se sono quelli a cui sta andando tutto sommato “bene” a diventare cosí cattivi, mi domando che cosa succederá a quelli a cui sta andando male.

Buona Pasqua-Covid a tutti. È giá la seconda. Non sará l’ultima.

È giá passato piú di un anno ormai da quando le nostre vite sono diventate “casa e lavoro” (oppure “casa e sussidi” per chi é meno fortunato) e mi sto lentamente trasformando in un animale da scrivania con l’eccezione della passeggiata pomeridiana/serale (quando non c’è coprifuoco).
Niente piscina, niente viaggi, niete ritrovi con la famiglia, niente birrette al Linie 3, niente ritrovi con amici, niente sauna settimanale al Jugendstilbad, niente cinema, niente concerti, niente flammküchen al Flambee, niente visite alle Weinkeller, niente, Niente di niente.
E per il secondo anno consecutivo a Pasqua siamo io e Hanna, con i nostri genitori sullo schermo di un computer.
Questa vita “DDR style” ci accompagnerá ancora a lungo e mi sono rassegnato ad abituarmici e a cercare di pensare che la salute é in questo momento la cosa piú importante e il regalo piú grande, seguito in seconda posizione dalla compagnia di una persona che ti ami davvero e in terza da un lavoro che non risenta della pandemia. E fortunatamente in questo momento ho tutte e tre queste cose, quindi non mi sembra il caso di lamentarsi del resto.
Tutto il resto é stravizi e anche senza stravizi in fondo si puó vivere benissimo.
Ancora soffro, certo, come stanno soffrendo tutti, ma in qualche modo ci abitueremo. Non abbiamo alternative.

Del resto, qualche anno ancora ci vorrá. Chi pensa che con la vaccinazione sará tutto finito, secondo me, sbaglia.
Soprattutto continua a stupirmi come i nostri Governi non abbiano pensato a nessun piano B, nessun piano di lungo termine per una “economia di pandemia” che permetta di affrontare la situazione con qualcosa di diverso dal lockdown nel caso la vaccinazione non mantenga le promesse. Tutta la nostra strategia si basa sull’imposizione di chiusure e di restrizioni “temporanee” dando per scontato che con i vaccini, in un momento ben preciso, se ne uscirá. Momento che (se ci avete fatto caso) viene posticipato sempre piú in lá.
Prima ci avevano promesso che con i vaccini avremmo avuto la normalitá per l’estate 2021. Ora giá si inizia a mettere le mani avanti e parlare di Agosto/Settembre. C’é chi giá parla di autunno 2021, primavera 2022, estate 2022… e via cosí.
Ci spostano l’asticella sempre piú in lá.

Mah, io ho giá spiegato che secondo me non sará cosí e che a mio personale giudizio dovremo convivere con una situazione di lockdown Ottobre-Giugno per i prossimi 4 anni almeno. Ma forse anche di piú.

Sono pronto a scommettere (non tantissimo, ma un paio di centoni sí) che a Ottobre 2021 ritornerá il lockdown preventivo in tutta Europa. Ancora una volta ci diranno che é “per prudenza” e che si tratta dell’ “ultimo sacrificio”, che una volta che la vaccinazione sará “finita per davvero” riavremo la vita normale.
I piú temerari diranno che sará “per salvare il Natale 2021”, del resto in politica la faccia come il culo é una soft skill necessaria.
Tanto la gente oramai se ne fa una ragione e non dice nulla. L’andazzo é questo e prima o poi tutti, volenti o nolenti, devono rendersene conto e accettarlo.

Ogni volta che annunceranno una nuova chiusura, ci prometteranno che sará l’ultima. Andremo avanti cosí, tra promesse e chiusure, fino a quando il virus non avrá completato il suo ciclo naturale di adattamento a noi.

Se saremo fortunati, riavremo la libertá di muoverci e di ritrovarci a Pasqua 2025.

Ma forse anche no. Certi livelli di “libertá”, soprattutto quelli che implicano affollamenti al chiuso, secondo me non torneranno piú.
Perché c’é sfortunatamente un problema aggiuntivo, che va oltre il virus, oltre i contagi, oltre la pressione sul sistema sanitario.
Si tratta dello shock sistemico a cui é stata soggetta la nostra intera societá e il nostro modo di vivere. Uno shock che é paragonabile ad un infarto. E un infarto non é mai qualcosa da cui si esce indenni e uguali a prima.

Come un infartuato che, dopo essere sopravvissuto ad un attacco cardiaco ed essere uscito dalla cardioriabilitazione, passa il resto della vita a tastarsi il polso vivendo nel terrore che l’infarto possa tornare da un momento all’altro, cosí la nostra societá continuerá ancora per molti anni a guardare con apprensione i contagi covid, le statistiche delle terapie intensive, i ricoveri in ospedale e a sondare con terrore ogni persona che starnutisce come possibile portatore di un nuovo terribile virus respiratorio.
Correndo ai ripari e prendendo contromisure, che il piú delle volte saranno probabilmente sproporzionate ed inutili, ma che saranno ormai viste come “necessarie”.

Ed esattamente come un infartuato, che non ritorna mai davvero alla vita di prima, cosí sará per la nostra societá. Una nuova era salutista di restrizioni é, a mio avviso, assolutamente inevitabile, e ci verremo accompagnati piano piano, partendo giá da ora.
Del resto, l’uomo é “Un essere che s’adatta a tutto” secondo Fëdor Dostoevskij.

Quindi di cuore, buona Pasqua-Covid a tutti, e iniziamo a farci l’abitudine.

Consigli atipici e sovversivi per la felicitá sul lavoro

Idealmente, questo mio articolo é la prosecuzione dell’articolo sul Performance Punishig (per cui, se non lo hai letto, ti consiglio di darci prima un’occhiata) anche se vi sono alcune divagazioni da quel tema.
Non voglio e non posso dare consigli per il successo sul lavoro, perché non mi ritengo essere una persona di successo (ci sono persone che alla mia etá sono giá finite su Forbes, hanno accumulato fortune e fondato startup milionarie: quelle per me si definiscono vere persone di successo) peró posso dare qualche consiglio per essere felici sul lavoro. Che forse é ancora piú importante.

Io mi ritengo una persona estremamente felice del proprio lavoro. Lavorare non mi pesa minimamente anzi lo faccio ogni giorno con entusiasmo. Credo sia uno dei piú grandi privilegi che si possa avere nella vita.
E questo é dovuto non solo al fatto che il mio lavoro mi piace molto, ma anche al fatto che negli anni ho imparato tutta una serie di tecniche di autodifesa e sopravvivenza che aiutano (parecchio) a evitare stress, incazzature, incomprensioni, conflitti e problemi sul lavoro.
Insomma, aiutano a evitare tutti quei fastidiosi casini tipici delle giornate lavorative, che ti fanno tornare a casa imbronciato e nervoso e che ti rendono peggiore la vita.

Nella vita ho conosciuto persone ossessionate dal proprio lavoro. Ossessionate nel senso che passavano tutto o quasi il loro tempo libero a lamentarsene.
Avete presente quelle persone che quando esci una sera a berci un paio di birre insieme ti disidratano con un monologo di tre ore in cui si lamentano del proprio lavoro, del proprio capo, dei propri colleghi, raccontandoti in ogni piú doloroso dettaglio tutte le vicissitudini, tutte le incomprensioni, tutte le litigate, tutti i casini, i soprusi, le ingiustizie e le angherie subìte?
Quelle persone a cui hai paura a chiedere “come va?” perché sai che in risposta riceverai 2 ore di lamentele e piagnisteo sul loro lavoro?

Persone incapaci di essere felici sul lavoro. Anzi, persone che permettono ai propri problemi sul lavoro di diventare il tema centrale della loro vita portando, inevitabilmente, a gravi conseguenze sulla qualitá della propria esistenza.

Persone che si lasciano divorare dallo stress e dal livore al punto da sviluppare problemi psicosomatici, anche importanti (gastriti, colon irritabile, squilibri ormonali, esaurimenti, irritabilitá).

Tutti noi, chi piú chi meno, sul lavoro abbiamo problemi da gestire. Vogliamo farci rovinare la vita cosí?
Ecco, un bel giorno ho semplicemente detto: no, io non voglio diventare cosí. E ho iniziato a sviluppare, lentamente, le mie tecniche di protezione e autodifesa.

Attenzione: questi consigli sono per la ricerca della felicitá sul lavoro e non sempre sono compatibili (anzi a volte vanno in direzione opposta) con la ricerca della carriera e del successo.
Per questo li ho chiamati consigli atipici e sovversivi.
La lettura é raccomandata a tutti coloro che pensano che stare sereni sia piú importante di fare i soldi.

1Non prenderti troppi meriti.
Quando risolvi un problema non sbandierarlo a tutta l’azienda, anzi cerca di estendere il merito a chi ti ha aiutato e a chi ha lavorato insieme a te, anche se non ha apportato contributi decisivi. Non solo migliorerai il rapporto coi colleghi e col team, ma eviterai di farti del male. Perché farsi troppa pubblicitá, sbandierare a destra e a sinistra che “tu sei bravo” é controproducente: quando diventi “troppo bravo” a fare qualcosa, ti rovini la carriera da solo. Si diffonderá tra i tuoi superiori e l’ufficio risorse umane la convinzione che solo tu sei in grado di risolvere certe problematiche e che solo tu sai rivestire la tua posizione in modo ottimale. Non solo cosí facendo, ti condannerai a dover fare la stessa cosa per sempre, ma qualora dovesse liberarsi una posizione superiore, oppure dovesse servire un PM per un nuovo, bellissimo e interesantissimo progetto, può essere che l’ultima persona a cui penseranno sarai tu. Perché tu sei troppo prezioso lí dove sei. Scacco matto.

2 ► Sbaglia.
Ogni tanto fai qualche cazzata. Piccola, e possibilmente rimediabile. Sí, perché se i tuoi lavori filano sempre lisci come l’olio e non sbagli mai una virgola ti porterai addosso la maledizione di dover fare sempre tutto alla perfezione. Non solo tutte le “mission impossible” finiranno inevitabilmente per atterrare rovinosamente sulla tua scrivania, ma diventerai il “primo della classe” creandoti intorno un’aura di astio e invidia.
Cosí, la prima volta che sbaglierai (perché sbaglierai, succede a tutti), ci sará un esercito di detrattori pronti a crocifiggerti con chiodi arrugginiti e il tuo primo “errore” avrá cosí tanto risalto e rindondanza mediatica all’interno dell’organizzazione da vanificare anni di lavoro perfetto compromettendo in modo quasi irrimediabile la tua reputazione. Crearsi un’aura di “genio infallibile” non fa mai bene, meglio essere considerato “semplicemente” una persona valida e nulla piú.
In un mondo in cui le persone valide diventano merce sempre piú rara, é giá un’ottima cosa.

3Non dare sempre il massimo.
Non é umanamente possibile, non ti fa bene, ma soprattutto vizierai pericolosamente i tuoi superiori e i tuoi colleghi che finiranno per chiedere sempre a te quando c’é da affrontare un compito particolarmente difficile. Affronta il lavoro come fosse un’onda; pronto a darti da fare al 120% quando il carico si alza, per poi allentare la pressione e rilassarti quando diminuisce. Non c’é bisogno che corri e che ti sbatti quando sei scarico (tanto nessuno ti appunterá la medaglia al petto) quindi approfittane per prendere fiato, riposarti, prenderti mezza giornata di ferie, oppure goderti l’ufficio tranquillo e sistemare con calma quei lavori a bassa prioritá e basso impegno che avevi messo da parte per tanto tempo… sí esatto, ti sto dicendo di cazzeggiare un po’. Non c’é niente di male ad abbassare la pressione nei momenti di morbida, anzi credimi lo fanno tutti, anche i piú grandi stakanovisti; solo sono molto bravi a non darlo a vedere…
E se hai dei collaboratori adotta la stessa filosofia anche con loro: dopo un lavoro impegnativo, se possibile, fagli prendere fiato con qualcosa di piú easy. E non dare mai sempre alle stesse persone i lavori piú difficili.

4 Non devi sempre sapere tutto.
Se non sai la risposta ad una domanda, dillo e basta. Non c’é niente di male. Evita le scenate ridicole tipiche di chi cerca di comporre su due piedi una risposta verosimile inventandosi qualcosa al momento… il tuo interlocutore, se non é un idiota, capirá perfettamente che non hai idea di quale sia la risposta alla domanda e farai la figura del cialtrone.
Risposta perfetta: “non ne ho idea, mi informo e Le faccio sapere“. E poi lo fai davvero.

5 ► Delega senza pretese.
Se deleghi un lavoro, sii pronto ad accettare con serenitá che questo lavoro potrebbe non essere fatto come lo avresti fatto tu, che potrebbe non essere a regola d’arte, e potrebbe essere diverso da come te lo aspettavi. L’importante, naturalmente, é che il tuo collaboratore abbia portato a termine il compito e ció che ha eseguito sia funzionale allo scopo. Ma cerca di risparmiarti le pulci sui dettagli inutili.
Non c’é niente di piú irritante di quei capi che delegano un lavoro e poi si lamentano perché non lo hai fatto come avrebbe fatto lui. Il micromanagement é qualcosa di odiato a livello universale, quindi evitalo ad ogni costo.
Se credi che l’unico modo giusto al mondo di fare una cosa é il tuo, allora forse non dovresti fare il capo e non dovresti gestire persone. Oppure, se vuoi proprio fare il capo, allora non delegare. Peró poi non ti devi lamentare se ti ritrovi sommerso di cose da fare e soffochi. Chi é causa del suo male…

6 ► Non usare il NOI a sproposito.
Non parlare al plurale se poi a fare le cose devono essere gli altri. In tutti i corsi di “coaching” e “management” ci si trova a che fare con sedicenti santoni della comunicazione interpersonale che vi insegneranno che un buon capo (anzi, un buon “coach“, come di moda di questi tempi) usa sempre il “NOI” quando dá direttive ai collaboratori.
Personalmente, dissento. Poche cose sono piú irritanti di quei capi che quando ti assegnano un lavoro parlano al plurale dobbiamo pensare, dobbiamo pianificare, dobbiamo fare..” poi spariscono dalla circolazione e il lavoro devi farlo TU. Da solo.
Cosí i tuoi collaboratori si sentiranno presi per il didietro, e avranno assolutamente ragione. Patti chiari, amicizia lunga: quando hai bisogno che qualcuno esegua un compito, dillo chiaramente senza inutili addolcimenti di pillola o stratagemmi comunicativi da “coach”.

7 ► Fai quello che ti sembra giusto.
Questo non é affatto un punto scontato. Non accade di rado che le dinamiche del lavoro ci vedano costretti a fare qualcosa che va contro la nostra coscienza (per chi ancora ha una coscienza).
Quando ad esempio la dirigenza decide di non rinnovare dei collabratori a termine, e ti viene vietato categoricamente di avvisarli se non il giorno stesso della fine del contratto. Oppure quando assisti a comportamenti altamente scorretti e iniqui da parte di colleghi o superiori, ma tutti si girano dall’altra parte e fanno finta di non vedere.
Non spetta a me dire cosa sia giusto o sbagliato fare in questi casi, le risposte sono tante come tante sono le situazioni specifiche e tante sono le sensibilitá di ciascuno di noi.
Peró tornare a casa col magone e con il dubbio che il nostro non agire ci renderá complici di una ingiustizia (o peggio) non é una bella cosa con cui convivere. Se credete che quello che sta accadendo non sia giusto, molto probabilmente é cosí. E spesso si puó fare qualcosa, talvolta magari con le dovute piccole accortezze e furbizie che permettono di non esporsi troppo.
E anche se dovesse portare a esporvi, chiedetevi cosa volete davvero dal vostro lavoro. Sta a ciascuno di noi capire se é piú importante la carriera o avere la coscienza pulita e godersi un sano e riposante sonno notturno.

8 ► Pensaci due, anzi, tre volte prima di accettare una promozione.
Ho scritto alcuni mesi fa un articolo sulle promozioni senza aumento e su quanto nel mondo lavorativo di oggi sia diventato, sotto certi aspetti, poco conveniente fare carriera.
Soprattutto quando sali di livello e ti ritrovi in posizioni di responsabilitá gerarchica in cui devi gestire persone. Gestire persone é un problema, é difficile, e ti cambia la vita (in peggio).
Le persone non sono sistemi complicati, che rispondono a input noti con output noti.
Le persone sono sistemi complessi e imprevedibili. Le persone si lamentano, si agitano, si indispettiscono, si irritano, si arrabbiano, subdorano, tramano, e mentono. Con regolaritá.
Gestire persone significa che tu ci metti la faccia per conto dell’Azienda, tu per il tuo Team rappresenti l’Azienda. Tutti i loro malumori, problemi e incazzature con l’Azienda verranno scaricati su di te. Tutti i casini originati dai tuoi collaboratori passeranno attraverso di te.
Quando la gente sul lavoro é frustrata, c’é una e una sola persona con cui se la prende: il CAPO.
E non aspettarti che l’Azienda ti aiuti o ti supporti piú di tanto nel gestire le incazzature del tuo team: TU sei lí per quello.
Sì, gestire persone ti cambia la vita, nel senso che potenzialmente te la rovina.
E la barzelletta é che ti ritrovi a farlo a fronte di un incremento retributivo che non ti cambia affatto la vita, perché quelle poche migliaia di RAL in piú all’anno che ti vengono concesse non sono per nulla proporzionali con l’incremento di incombenze che ti ritrovi.
Sempre ammesso che ci sia un aumento di RAL, ben inteso. Perché sempre piú spesso non c’é neanche quello.
Quindi la convenienza a conti fatti… non c’é.
Il mio consiglio é: se vi importa la cifra in fondo a destra, cercate una carriera tecnica o specialistica in cui le vostre competenze e skill vi possano dare accesso a buone retribuzioni senza dover gestire gerarchicamente altre persone. Oppure cercate di guadagnare con straordinari, trasferte, bonus, premi, ecc…
E prima di diventare “Capo” di qualcuno… pensateci bene.

9 ► Pensare di meritare non significa meritare
Quasi tutte le persone hanno una coscienza di sé e delle proprie conoscenze sopravvalutata rispetto alle loro reali capacitá. Si chiama effetto Dunning-Kruger.
Questo contorto e antipatico fenomeno fa sí che in una organizzazione tutti si sentano superiori agli altri e pensino di meritare piú degli altri. Solo le persone piú esperte e preparate sono in grado di sviluppare una evoluta coscienza di sé che gli permette di non cadere in questa trappola mentale (“So di non sapere”, disse Socrate).
Di conseguenza, si sviluppano in molti ambienti di lavoro atmosfere velenose in cui tutti reclamano di “meritare” piú degli altri: tutti ritengono di meritarsi l’aumento, tutti ritengono di meritarsi la carriera, tutti ritengono di meritarsi il premio di produzione, tutti ritengono di meritarsi di piú. Bellum omnium contra omnes.
Il mio consiglio qui é di non fare l’errore che fanno tutti e di non cadere in questa trappola (in cui cascare a pié pari é molto piú facile di qual che si pensi!): sii il piú possibile obiettivo, sii il piú possibile corretto con tutti, riconosci i meriti degli altri, cerca di imparare tutto quello che puoi, sii aperto a cose nuove, non perdere mai la voglia di accettare sfide e lavori nuovi, sii umile, non partire col presupposto di essere migliore degli altri a prescindere, accetta il fatto che da chiunque c’é una piccola lezione da imparare.
Solo così diventi migliore degli altri per davvero. E non ti verrà il sangue acido partecipando alla patetica gara dell’ “IO MERITO” perché quando avrai coscienza vera delle tue capacitá e di quello che vuoi, sarai in grado di andartelo a prendere senza scomodare nessuno. Senza sbraitare e senza gridare “IO MERITO”.

(io ci ho messo tanto tempo, ma ci sono arrivato)

10Ricordati che non sei indispensabile.
E ricordati anche che pensare di esserlo é uno dei modi piú efficaci per finire a rovinarsi la vita a causa del lavoro. E di rovinare non solo la tua vita.
Lo so, é facile cascarci: si guarda alla propria scrivania, alla miriade di scartoffie da finire, la casella email che esplode, i colleghi che quando non sanno cosa fare chiedono sempre a te, e piano piano ecco che ci si inculca nella testa il pensiero “ma io sono indispensabile. Se me ne vado io, qui va tutto a rotoli. Chi altro si sobbarcherebbe queste cose?“.
Ed ecco che il disastro é fatto.
Convincersi di essere indispensabili é una delle cose peggiori che si possano fare:
Per chi é schiavo del senso del dovere, significa condannarsi ad avere per sempre la maledizione del “devo fare tutto io”, con la garanzia di vivere in perenne stato di pressione e di stress.
Per chi invece si illude che la propria “indispensabilitá” sia sinonimo di intoccabilitá e illicenziabilitá, significa accocolarsi in un falso senso di sicurezza che in realtá puó drammaticamente dissolversi da un giorno all’altro attraverso una semplice Email con oggetto “Organizational Announcement“. Lasciandoti solo e sparurto in balia della tempesta.
Ti invito a fermarti un attimo e riflettere qualche minuto: prova a immaginare cosa succederebbe intorno a te, se tu domani dovessi improvvisamente morire.
Puoi stare certo che per la tua Azienda sará solo questione di giorni trovare un sostituto provvisorio e in capo a qualche settimana rimediare un sostituto definitivo; in breve tempo l’organizzazione sará di nuovo funzionante e tu sarai sostituito e dimenticato. Per quanto tu ti potessi ritenere “indispensabile”, per il tuo datore di lavoro sei sempre e comunque sostituibile. Piú facilmente di quanto pensi.
Ma per la tua famiglia sará invece una tragedia immane, destinata a rimanere. Per i tuoi familiari resteranno tristezza, disperazione e un vuoto incolmabile, per sempre.
Chiediti quindi per chi sei davvero “indispensabile”, se per il tuo datore di lavoro o per la tua famiglia.
E rifletti di conseguenza, su chi merita davvero la maggior parte del tuo tempo e dei tuoi sforzi…

Io, al riguardo, non ho dubbi.
Tu?

Finitela di trattarci come bambini!

A Marzo la promessa era stata “torneremo a riabbracciarci”.
Ora, che si torna in lockdown tutti insieme appassionatamente (Germania, Francia, Italia, e gli altri a seguire) la promessa é che questo secondo Lockdown é per permettere “un sereno Natale con le nostre famiglie”.
Il tutto condito dalla ben nota cantilena che “andrá tutto bene”.

Io qui, davvero, divento feroce, perché mi sento trattato come un infante.
Io non sono un bambino, c@xxo. Posso benissimo immaginare e capire cosa ci aspetta da qui al 2022 inoltrato: lockdowns intermittenti alternati a periodi di libertá vigilata, i quali saranno per lo piú coincidenti con la stagione calda. Questa sará la nostra “normalitá” per i prossimi due anni almeno.
Non servono un QI spropositato o chissá quale conoscenza scientifica per arrivarci. Basta osservare cosa é successo e cosa sta sucedendo e fare 2 + 2.

Davvero, vorrei che i governanti di questa Europa la smettessero di trattarci come bambini, dicendoci di stare buoni con la promessa dei balocchi a Natale. È chiaro fin da ora che quest’anno non ci sará nessun Natale come abitualmente lo intendiamo (vedi mio post precedente), é chiaro che dovremo convivere con i lockdown intermittenti ancora a lungo, é chiaro che ciò che ci aspetta non sará né breve né facile.
È chiaro che purtroppo molte persone, soprattutto anziane, non ce la faranno, é chiaro che a livello sociale ed economico andremo incontro ad una crisi senza precedenti, é chiaro che ci saranno pochi vincitori, molti perdenti e che le diseguaglianze sociali aumenteranno, é chiaro che una volta riconquistata una parvenza di normalitá (2022? 2023? 2024?) ripartire sará un dramma, anzi, per alcuni non ci sará proprio nessuna ripartenza.

Mi piacerebbe che qualcuno la smettesse di trattarci come bambini e avesse il coraggio di trattarci da adulti, dicendo le cose come stanno e preparandoci a quello che ci aspetta.

Si badi bene, non sto dicendo di fare terrorismo mediatico, di spargere disperazione o di diffondere disfattismo. Sto dicendo di dare spiegazioni e previsioni razionali basate su fatti, dire chiaramente alla popolazione qual è il problema, qual é l’evoluzione attesa, come la si affronterá e cosa ci si aspetta da tutti.
Dire senza indorare la pillola quali sono i problemi e le difficoltá che inevitabilmente ci aspettano, dando aiuti e consigli razionali per preparare le persone ad affrontarli. Sia praticamente che psicologicamente.

Invece la leadership dell’Europa d’oggi si dimostra, ahimé, assolutamente inetta e inadeguata allo scopo. Come quei genitori privi di polso che, per tenere a bada figli indisciplinati, non hanno altra strategia se non quella di promettere loro i balocchi a Natale, sperando che questo basti a tenerli buonini per un paio di mesi senza che rompano eccessivamente le scatole.

Strategia misera e controproducente, perché si limita a procastinare.

Vedremo come andrá a finire, quando a Natale i balocchi non arriveranno.

Non accettate promozioni gratis. Mai.

Stasera, non so perché, ho buttato giú di getto questo post.

Anzi no, in realtá il peché lo so benissimo.
Dopo molte chiacchierate e svariate birrette (virtuali e in presenza), oggi ho saputo da un mio amico che ha finalmente deciso di lasciare il suo lavoro in Italia e accettare una offerta in Germania (e con questo fanno due da inizio 2020 – non so quanti amici mi rimarranno in Italia, se va avanti così).
In ogni caso, sono molto felice per lui e sono certo che non se ne pentirá.

La sua ex-azienda (con la a minuscola) cosa gli propone come rilancio? Una bella promozione. Capo reparto.
Ingresso ufficiale in organigramma aziendale, ufficio nuovo, un team tutto per lui, ma… stesso trattamento economico di prima.
Eh sí, per lo stipendio si dovrá aspettare, perché la situazione economica é quello che è, sai com’è, tra Covid e mica Covid, quindi un aumento della RAL per ora é escluso, ma gli si promette (???) che appena si potrá fare qualcosa la sua posizione retributiva verrá rivista (il tutto a voce, naturalmente).

A me queste cose fanno ribollire il sangue.

E purtroppo succede spessissimo. Anzi, considerato quello che sento da amici e conoscenti in Italia, si puó dire che oramai le promozioni senza aumento sono quasi diventate la regola.

Lo dico a tutti, soprattuto a chi é piú giovane di me: non fate questo errore.
Non accettate mai promozioni gratis.
Non permettete alle Aziende di fare queste cose, non fatevi prendere in giro in questa maniera.

Io, che giá ci sono passato, posso spiegarvi alcune cose.

Inazititutto bisogna sapere che quando diventi capo ufficio, capo officina, capo reparto, capocommessa, capo-qualcosa, ecc… e inizi a gestire personale fronteggi un incremento in termini di responsabilità, carico di lavoro, stress e rotture di scatole dell’ordine del 110-120% a fronte di un incremento della RAL del 5-10% (20% se va di lusso!). In sostanza, devi lavorare decisamente più di prima, le responsabilitá sono sensibilmente piú gravose di prima, la qualità della tua vita peggiora, il tempo libero diminuisce, i colleghi non sono più tali ma diventano collaboratori, i rapporti umani inevitabilmente si incrinano un pochino. Sei chiamato a gestire litigate, inimicizie, conflitti, rivalità, ti ritrovi costretto a prendere decisioni che non vorresti. Piano piano, non vieni più invitato alle pizzate, alle partite di calcetto, agli aperitivi, perchè ormai sei un “capo” e per i tuoi ex colleghi stai diventando inesorabilmente, col passare del tempo, un estraneo.
Quindi, già di per sè, non c’è convenienza. Bisogna davvero chiedersi se, per quelle poche migliaia di euro lordi in più all’anno, ne valga davvero la pena.
Se poi la promozione non è neppure remunerata ma è “gratis” allora beh, grazie ma no grazie. Il “capo” che lo faccia pure qualcun altro. Io no.

Anche io ho subíto la presa in giro della promozione “gratis”, ormai svariati anni fa.
E stupidamente, accecato dall’ambizione e dall’ingenuitá della mia giovane età, ho aspettato, confidando che si trattasse solo di avere un po’ di pazienza. Ho gestito un ufficio tecnico di 15 persone, tra cui anche Ingegneri, prima solo “de facto”, poi con il riconoscimento ufficiale nell’organigramma aziendale. Ma dei soldi manco l’ombra. C’era sempre qualche scusa, qualche problema, qualche ritardo, e non era mai colpa di nessuno. Vedevo superminimi e categorie arrivare agli altri, e mai a me. Ma ho continuato ad aspettare, intanto mi facevo in quattro, non dicevo mai di no e lavoravo sempre sodo. E’ andata avanti così per diversi anni.
Alla fine ho dato le dimissioni, ho trovato lavoro all’estero e dal mio ex ruolo di “capo” sono tornato a fare il tecnico, sono felicissimo della mia scelta e in futuro mi guarderò bene dal tornare a fare il “capo” se non a fronte di una RAL che davvero mi cambi la vita.
Perchè altrimenti non ne vale assolutamente la pena. Ve lo garantisco.

Se proprio uno vuole a tutti i costi incrementare la cifra in fondo a destra, esistono altri modi, a mio avviso molto più redditizi in termini di impegno/risultato, come il lavoro straordinario, i viaggi, le trasferte, oppure meglio ancora fare le valigie e andarsene all’estero dove certe figure tecniche sono pagate il doppio (ma anche più del doppio) che in Italia, e le stesse Aziende sono molto più corrette (quello che promettono arriva sempre, e in fretta).
Per cui siate svegli e non fatevi prendere in giro dai vostri datori di lavoro. Se vi offrono una promozione “gratis” rifiutate sempre. Non ve li daranno i soldi, non fatevi illusioni, vi stanno solo prendendo per il didietro. Se le aziende offrono promozioni gratis é perché ormai quasi tutti le accettano. Pertanto, solo se tutti smetteranno di accetterle, le aziende saranno costrette a cambiare atteggiamento.

Ogni volta che accetti una promozione gratis, stai praticamente accettando di svalutare il tuo lavoro, il tuo impegno e le tue capacitá.
Ogni volta che accetti una promozione gratis, stai dicendo al tuo datore di lavoro che sei disposto a dare di piú per meno. Puoi stare certo che lui in futuro ne terrá conto.
Ogni volta che accetti una promozione gratis, stai attestando che chi a fronte di una promozione chiede un incremento retributivo é, evidentemente, un ladro.
Ogni volta che accetti una promozione gratis non danneggi solo te stesso, ma anche tutti gli altri.

Sì, lo so.
Lo so che in Italia c’é poco lavoro.
Lo so che in Italia spesso si é costretti a prendersi quello che arriva.
Ma cosa vogliamo fare, vogliamo continuare a farci svilire e prendere in giro?
Abbiate coraggio, dite no. Abbiate coraggio, cercate altro. Abbiate coraggio, fate le valigie e andatevene.

È chiaro che all’estero non sono certo lí ad aspettarti a braccia aperte; come in tutte le cose, ci vuole competenza e tanta buona volontá.
Se tuttavia vi stanno offrendo una promozione in un ruolo di responsabilitá, significa che degli sprovveduti in fondo non siete. Significa che il vostro lo sapete fare, che vi si riconoscono delle capacitá.
Significa che valete qualcosa; e anche al di fuori dell’Italia facilmente potrete farvi valere.

Lo dico davvero dal cuore: pensateci, prima di accettare una promozione gratis. Abbiate coraggio.

Io quando é stato il momento, non l’ho avuto. E ho perso anni preziosi.
È forse l’unico grande rimpianto della mia vita.

Ritorno agli anni ’70: ecco come Covid-19 porterá il nostro potere d’acquisto indietro di 50 anni

Addio aerei, treni, resort e sfizi: i tragici viaggi e le avventure “al risparmio” del Ragionier Ugo Fantozzi potrebbero diventare la nostra normalitá dei prossimi anni

Una interessante intervista al capo economista di Deutsche Bank, pubblicata dal quotidiano online Die Welt, illustra come Covid-19 rappresenterá un brusco punto di svolta per la nostra societá e spiega come il ventennio 2000-2020 sará probabilmente in futuro ricordato come una sorta di “belle epoque” di benessere generalizzato che per la maggior parte di noi rimarrá, giustappunto, solo un bel ricordo.
In un altro editoriale, sempre pubblicato su Die Welt, dal rassicurante titolo “Quando l’emergenza sará finita, ci risveglieremo in un incubo” si spiegano alcune delle conseguenze economiche che avremo a fine epidemia, e del perché la politica si guarda bene dal parlarne.
Per chi volesse consultarli, ecco i link agli articoli (in tedesco):
Il commenti di David Folkerts-Landau, capo economista di Deutsche Bank
Die Welt: Quando l’emergenza sará finita, ci risveglieremo in un incubo.

Non ho voluto tradurre o riportare per intero gli articoli, anche perché il succo di entrambi é il medesimo: dopo l’epidemia saremo tutti molto piú poveri.

Questi articoli sono stati la base di alcune riflessioni che mi hanno accompagnato durante questo weekend in cui, lo ammetto, l’ottimismo sta venendo un po’ meno (i negozi iniziano a riaprire ma Hanna rimane in cassa integrazione a tempo indeterminato, e io ho appena subito una bella decurtazione del 20% dello stipendio fino a fine 2020) e pensavo a come sará il mondo durante e dopo questa epidemia.

La prima conclusione logica é lapalissiana: più lunga sará la fase di “convivenza”, piú devastanti saranno le conseguenze a lungo termine, perché l’economia ne uscirá massacrata. Dobbiamo sperare nella scienza e in una cura farmacologica/vaccino entro l’autunno, altrimenti sono dolori. Ma supponiamo che l’ipotesi giusta sia quella portata avanti da molti scienziati, ovvero che si debba convivere col virus per 18-24 mesi.

Innanzitutto, dobbiamo tenere conto di un crollo dei redditi. Tra licenziamenti, casse integrazioni, e moltissime Aziende che stanno chiedendo ai dipendenti di accettare riduzioni di stipendio per fare saving in preparazione a un anno di vacche magre, saranno moltissime (secondo alcune stime, almeno il 55% dei lavoratori totali in Europa) le persone che vedranno una riduzione o un annullamento totale del proprio reddito. Piú di una persona su due.

Contemporaneamente, avremo aumenti dei prezzi ovunque.
La mancanza dei lavoratori stagionali stranieri dell’agricoltura sta facendo impennare i prezzi di frutta e verdura, cosí come la domanda extra legata all’effetto quarantena (la gente é sempre a casa, non puó andare al ristorante, le mense delle Aziende sono chiuse) ha fatto raddoppiare o triplicare gli acquisti di generi alimentari nei supermercati. Nel contempo le difficoltá nei trasporti e le dogane chiuse fanno sí che risulti difficile stare dietro all’incrementata domanda. La legge della domanda e dell’offerta suggerisce una sola, semplice, naturale conseguenza al problema: i prezzi aumenteranno.

Un caso emblematico é quello del vino: se non si apriranno i confini entro settembre e si permetterá ai lavoratori stagionali di arrivare in Germania, in Francia o in Italia, la vendemmia 2020 sará compromessa. C’é giá chi suggerisce di fare scorta di vino adesso, fintanto che i prezzi sono accessibili. Dall’anno prossimo una bottiglia di vino potrebbe costare 5 volte quello che costa oggi.

Da nuotatore quale sono, non ho potuto fare a meno di cercare di informarmi su quale sia la situazione delle piscine e quando sia prevista una riapertura. Un articolo sul FAZ parlava di preparazione della stagione estiva 2020 con ingressi scaglionati nelle piscine all’aperto, accessi alla vasca con massimo un nuotatore per corsia con prenotazione anticipata delle corsie a intervalli di 30 minuti. Il tutto associato ad un inevitabile eumento dei prezzi. Si stima che mezz’ora di nuoto libero costerá da 10 a 20 euro.
Per migliaia di nuotatori in tutto il mondo si prospetta quindi la scelta obbigata di rinunciare alla propria passione, perché moltissimi non potranno piú permettersi di andare in piscina ad allenarsi. Si salverá propabilmente chi abita in prossimitá della costa, in zone di mare o di lago, potendo ripiegare sul nuoto in acque libere.

Lo stesso discorso vale per le palestre: gli ingressi dovranno essere scaglionati e verosimilmente bisognerá prenotare anche qui, con un incremento dei prezzi assolutamente certo. Se i prezzi non saranno alla portata della gente, molto probabilmente si assisterá ad un boom dell’acquisto di attrezzatura fitness da usare a casa, e le palestre, come business, potrebbero essere destinate a morire.

Il discorso potrebbe estendersi a tutti gli sport praticati in ambienti chiusi. Del resto, se le limitazioni di accesso anti-contagio permetteranno l’ingresso di un quarto o un quinto delle persone che entravano prima, c’é un solo modo, per il gestore della struttura, per far quadrare i conti: quadruplicare, o quintuplicare i prezzi. Purtroppo é cosí.

Lo stesso varrá per i ristoranti: se vorremo andare a pranzo o a cena fuori, dovremo essere pronti a spendere molto di piú di quello che spendiamo oggi. I ristoratori dovranno pur far quadrare i conti in qualche modo, altrimenti chiuderanno tutti.
E per molti di noi la pizza settimanale o l’uscita mensile al ristorante diventeranno molto probabilmente un ricordo.

Un discorso analogo é inevitabile per il settore trasporti e turismo. La limitazione degli accessi avrá effetto su Aerei, Treni, e su tutti i luoghi di grande assembramento (basti pensare, ad esempio, a Piazza San Marco a Venezia, alla Galleria Vittorio Emanuele di Milano o a Potsdamer Platz a Berlino, e cosí via…). In tutte queste localitá bisognerá prevedere sistemi di diluizione degli accessi, con tornelli o polizia, per far sí che non vi siano piú di X persone contemporaneamente e permettere di rispettare il distanziamento anti-contagio.
Sui treni e sugli aerei sará verosimilmente consentito occupare un solo sedile di ogni fila e questo non potrá certo influenzare positivamente i prezzi. Se sará possibile utilizzare solo il 20% o il 30% della capacitá di un treno o di un aereo di linea, anche per i prezzi dei viaggi sará da tenere in considerazione un fattore moltiplicativo tra il 4 e il 5.
L’era dei viaggi low cost potrebbe essere finita per sempre, e probabilmente si tornerá ad una situazione anni ’80, quando a poter salire su un aereo o su un treno internazionale erano solo le Èlite.
Inoltre, in virtú delle limitazioni di accesso nelle grandi cittá turistiche, anche alberghi e strutture ricettive dovrano adeguarsi e aggiustare i prezzi adeguatamente. Se un weekend a Venezia in un albergo di classe in centro fino ad oggi costava 1.000 euro, nell’era Post-Covid-19 probabilmente costerá 10.000 euro.

I treni internazionali in Europa erano, negli anni ’80, esclusivo appannaggio dei ricchi e dei benestanti.

In molti potrebbero chiedersi: ma é un modello sostenibile? La gente pagherá questi prezzi?
Secondo me , sará un modello sostenibile,e non lo dico io ma le statistiche: negli ultimi 20 anni, a fronte di un impoverimento di tutte le altre classi sociali, i milionari e super-ricchi sono aumentati del 500%. Anche in Italia, per quanto sembri strano, nel periodo 2010-2019 nonostante la perdurante stagnazione economica i milionari sono triplicati (fonte: Credit Suisse). Anche in Germania i ricchi sono aumentati vertiginosamente, soprattutto la categoria privilegiata dei privatiers (ne parlo in questo articolo).
A molti puó sembrare che ci sia meno ricchezza di una volta, ma non é cosí: la ricchezza é la stessa se non di piú, semplicemente si é spostata.
I ricchi e i detentori di grandi patrimoni saranno probabilmente gli unici a uscire non troppo danneggiati da questa situazione; ad impoverirsi saranno tutti gli altri.
Quindi secondo me sí, ci saranno sufficienti membri dell’Èlite dei ricchi e benestanti per dare mercato a questa nuova forma di turismo e di svago che sará inaccessibile ai piú. Anzi, se il settore Turismo potrá sopravvivere e reggere a questi anni di epidemia sará solo grazie ai ricchi e ai benestanti. Altrimenti crollerá.
Per questo non é improbabile, per tutti noi, un ritorno agli anni ’70 e ’80 di Fantozzi, con i privilegiati e i megadirettori che potranno permettersi le vacanze al mare e in montagna mentre noi torneremo a caricare di valigie le nostre utilitarie per andare in campagna. Forse.
Perché la nostra prioritá sará riuscire a pagare il mutuo/affitto e mettere qualcosa nel frigorifero; fatto quello, tutto il resto molto probabilmente non ce lo potremo piú permettere.

Poi, sicuramente, c’é da chiedersi cosa succederá quando il virus sará definitivamente sconfitto e si potrá tornare a riempire le piazze, gli aerei, i treni, le piscine e gli stadi. Qui é difficile dirlo. In linea di massima, ritengo che piú lungo sará il periodo di convivenza col virus, e piú il ritorno ai prezzi e allo stile di vita di prima sará lento e graduale. Sará necessario che qualcuno prenda l’iniziativa per ricostuire da zero alcuni business azzerati dall’epidemia (come le linee aeree low-cost), e questo richiederá anni. La buona notizia è che qualcuno lo fará di sicuro, perché alle Èlite mondiali non mancheranno i soldi da investire. Ma richiederá tempo, ci vorranno anni. E nel fratempo i prezzi rimarranno inaccessibili.
La ricostruzione del tessuto sociale-economico che potrebbe permetterci di tornare al nostro tenore di vita pre-Covid potrebbe richiedere un decennio o anche due.

Il tutto supponendo che nel frattempo la maggior parte di noi sia stata in grado di mantenere un adeguato reddito. Cosa niente affatto sicura, purtroppo. Ritengo che, oltre che con i prezzi aumentati dovremo fare i conti anche con minori guadagni. Il nostro potere di acquisto fará dei passi indietro enormi, e purtroppo non potremo farci nulla.
Non credo che chi parla di nuova grande depressione stia esagerando. Temo anzi che abbia ragione.

Tutto questo, ripeto, é subordinato a quando troveremo una soluzione definitiva per fermare il Sars-CoV-2. Io spero con tutto il cuore di essere presto smentito nel mio pessimismo e che la scienza possa presto trionfare. Ma come dice un mio caro amico il pessimista é l’ottimista ben informato quindi credo che dobbiamo prepararci a tutta una serie di cambiamenti, che non saranno belli.
Certo, non saremo poveri in senso assoluto, non ci mancherá da mangiare, o almeno così spero. Quello che è certo è che tutti gli stravizi che ci siamo concessi fino ad oggi sono probabilmente finiti. Magari non per sempre, ma di sicuro per un bel pezzo.

Sará dura, soprattuto per chi si era abituato alla libertá, alla possibilitá di andare ovunque a basso costo, per chi come me ed Hanna aveva i viaggi come grande passione.
Quando si é diventati benestanti e ci si é abituati a un certo stile di vita, poi é difficile accettare che la festa sia finita.
Sará dura, ma dovremo accettarlo.

Irreale

L’abbiamo scampata per un pelo. Per il momento.

Eravamo a Vienna quando il “Paziente Uno” é salito alla ribalta nelle cronache Italiane una settimana fa. Avevamo in programma qualche giorno di vacanza nella capitale austriaca e poi un breve soggiorno in Lombardia per vedere famiglia e amici, piano che abbiamo poi annullato nella giornata di martedí, quando abbiamo visto che la situazione contagi si aggravava e sia io che Hanna eravamo giá stati raggiunti telefonicamente dai rispettivi datori di lavori che chiedevano chiarimenti sui nostri piani di viaggio.
Siamo cosí rientrati a casa a Darmstadt, non senza un filo di rammarico e di preoccupazione per i nostri familiari e amici in Brianza.

Il Covid-2019, fino a ieri cosí lontano, fino a ieri confinato all’estremo Oriente e a piccoli focolai europei perfettamente contenuti, ha fatto irruzione a gamba tesa da un giorno all’altro, proprio cosí vicino alla mia terra d’origine, a pochi chilometri dai miei amici e familiari. E vivere questa cosa da lontano é semplicemente… irreale. Come se qualcuno avesse messo una patina opaca, una “fog of war” tra te e la tua famiglia, mentre i siti internet delle principali testate giornalistiche italiane pubblicano titoloni catastrofici a tutta pagina.

C’é stata un poco di esagerazione, questo é sicuro. Tuttavia la questione non va presa alla leggera, questo virus é un nemico sconosciuto per il nostro sistema immunitario ed é giá ampiamente documentato che anche persone giovani e sane, in alcuni rari casi, possono morire per l’infezione. Senza dimenticare le categorie piú deboli come anziani, malati, pazienti oncologici: sono loro a rischiare tantissimo. È giusto e doveroso aiutarli.
Quindi, a mio parare, uno shutdown parziale della nostra vita di tutti i giorni, professionale e non, é necessario. Contenere il contagio aiuterá a superare questa situazione senza sovraccaricare il sistema.
Sará una botta da KO per l’economia, ma pazienza. Tanto prima o poi sarebbe successo ugualmente: guardando i listini negli ultimi mesi, chiunque ne capisca un po’ di numeri non poteva che arrivare alla medesima conclusione, ovvero che un altro sberlone in stile 2008 era imminente. Serviva solo l’innesco.

Come sempre, la moderazione é totalmente assente e la gente si é divisa in due grandi fazioni: i catastrofisti disperandi, che stanno scavando bunker sotterranei con provviste per tre anni, e i faciloni che con la massima sufficienza hanno sentenziato che “è appena poco piú che un’influenza” e che “tanto muoiono solo gli anziani”, assolutamente contrari ad ogni misura contenitiva in quanto per loro assolutamente inutile. È in quest’ultima categoria che ho trovato le uscite piú ignoranti e odiose, culminate con un tale che, rispondendo ad un post di una ragazza malata di leucemia che cercave di spiegare come le disposizioni di isolamento e quarantena servissero proprio a proteggere le persone come lei, scriveva “ma i malati oncologici non potrebbero semplicemente starsene a casa loro?”
Certo, perché la chemioterapia te la fanno comodamante a domicilio.

Lasciando stare la bassezza e l’ignoranza dell’homo sapiens medio, cosa alla quale oramai dovrei essermi abituato e invece continuo a tollerare faticosamente, ora si tratta di vedere cosa succederá e come le nostre vite saranno affette da questo problema. I contagi iniziano ad aumentare anche qui in Germania (oggi siamo a 150) e il ministro della salute giá venerdí sera ha detto chiaramente che siamo all’inizio di una epidemia.

La veritá, purtroppo, secondo me, é che nessuno sa esattamente cosa fare perché questa é una situazione totalmente nuova, per tutti. Per ogni persona, per ogni regione, per ogni Nazione del mondo. Dall’ultima grande epidemia (la Spagnola) sono passati ormai 100 anni e si é persa ogni memoria sociale di eventi del genere. La salute e il benessere pressoché totali che fanno parte della quotidianitá del nostro mondo occidentale sono cose che diamo da sempre per scontate e avevamo, fino a ieri, l’illusione di essere diventati pressoché invincibili. Sì é vero, c’é sempre un grande male che ci fa paura che é il cancro, ma rimane sempre qualcosa che, anche nella sua totale crudeltá, rientra per certi versi nel nostro quotidiano. Chi di noi non ha dovuto (purtroppo) avere a che fare con un caso di cancro in famiglia? Quasi tutti. Una persona su due, in Europa, é toccata da vicino almeno una volta nella vita da una diagnosi di cancro (ovvero riguardo a sé stessa o a un parente di primo grado). Quindi il cancro é sí un nemico terribile e spietato, ma é qualcosa che dolorosamente conosciamo e che siamo preparati ad affrontare.
Ma questo virus é qualcos’altro.

È una cosa nuova, che nessuno di noi ha mai affrontato prima. È un nemico minuscolo e invisibile che pensavamo di poter controllare e invece ce l’ha fatta sotto il naso. È arrivato fin qui dribblando agevolmente tutti gli scaner termici, i controlli aeroportuali, le misure di contenimento e i blocchi del trasposto aereo. Tutta la nostra tecnologia e prevenzione é stata inutile, ha circolato in Italia e nel resto d’Europa per almeno un mese senza essere individuato (ma c’é chi, come il Prof. Galli del Sacco di Milano, pensa che sia in giro da ancora piú tempo) e adesso é arrivato, sta giá intesando i reparti di terapia intensiva e le prossime settimane sono un grandissimo punto di domanda.

Quello che credo succederá, é che dovremo prepararci ad alcuni mesi molto diversi dal solito. Vedremo introdotte alcune limitazioni alla nostra libertá personale e alla nostra mobilitá. Dovremo convivere con una situazione strana e per certi versi disagevole, cambiare drasticamente molte nostre abitudini.
Ma non credo sia tutto. Secondo me, siamo appena all’inizio. All’inizio di uno scossone che cambierá il mondo sotto tantissimi aspetti.

A partire dall’economia, che subirá probabilmente il crash piú pesante dopo il 2008 (o magari anche peggio). Molti di noi, lavorativamente parlando, ne pagheranno le conseguenze. Seguiranno un paio di anni di vacche magrissime.

Andrá rivisto molto profondamente il concetto di globalizzazione. Il mondo intero non puó dipendere dall’Asia per la produzione di ogni cosa. Giá ben prima che il virus raggiungesse l’Europa, si iniziava a annusare che tantissime Aziende avrebbero pagato a caro prezzo la delocalizzazione selvaggia. Credo che l’epidemia da Covid-19 sará un potente acceleratore del processo di de-globalizzazione in atto.

E probabilmente é finita, magari solo per qualche tempo, o magari per sempre, l’era della mobilitá free per tutti, dei voli low cost, dei viaggi, del poter andare dove vuoi quando vuoi, senza che nessuno possa farti storie alla dogana.

Eh si, il coronavirus sta tirando fuori tutte le debolezze del nostro mondo e credo che in questi giorni si stia scrivendo una pagina di storia.

Staremo a vedere. Per ora, laviamoci le mani per benino.
Una cosa é sicura: che solo un paio di mesi fa una situazione del genere l’avrei data per … irreale.