Giusto o sbagliato? L’etica dell’espatrio

Wiesbaden 5.5.19

Durante questi anni non ho mai smesso di chiedermi se ho fatto bene o ho fatto male ad andarmene. Intendiamoci, è stata una scelta azzeccata e ci ho guadagnato pressochè in tutto: qualità della vita, felicità di coppia, lavoro, prospettive di crescita, arricchimento personale, sviluppo della mia passione per i viaggi e la tecnica, condizione economica…

Quello che intendo in realtà è qualcos’altro. Quello che intendo è se sia stato eticamente giusto o sbagliato.

Rileggendo la prima frase che ho scritto si coglie l’essenza della questione: ci ho guadagnato pressochè in tutto ecco sì, io ci ho guadagnato. Ma gli altri?

Andarsene via non influenza solo la tua vita, influenza soprattutto quella di altre persone e se tu sei contento di ciò che hai fatto, non è detto che lo siano anche gli altri.
Mi sono chiesto tante volte, se mia madre abbia sempre mostrato di essere felice di questa mia scelta solo per spronarmi ad andare avanti nel fare ciò che mi avrebbe fatto sentire realizzato. Continuo a chiedermi se in realtà lei non ne abbia sofferto, e non ne sia stata ferita a tal punto da perdere le ultime forze nella battaglia contro il cancro e decidere di arrendersi. Non saprò mai quanta tristezza i miei parenti mi abbiano nascosto, e a volte quando mi fermo a pensarci non posso esimermi dall’essere sopraffatto dai sensi di colpa e chiedermi se sotto certi aspetti andarsene è, in fondo, una scelta di puro egoismo. La scelta di chi vuole il meglio per sè e mette automaticamete il resto del mondo in secondo piano.

Io non sono religioso, credo poco in entità ultraterrene e ho perso ogni fiducia nella chiesa già anni fa, ma c’é una cosa che periodicamente riaffiora nella mia testa e mi assilla.. ed è il pensiero se sono o non sono una cattiva persona.
Ho sempre pensato di non essere un uomo cattivo, di avere sempre trattato tutti in modo corretto e di aver sempre cercato di fare del bene per gli altri ogni qualvolta ero in grado di offrire loro un aiuto. È vero che se guardo al passato, riconosco che ci sono alcune persone con cui mi sono comportato male, quasi sempre per problemi mai chiariti in prima persona che forse, parlando, si sarebbero potuti risolvere.

È vero che in alcuni casi ho intenzionalmente perso i contatti con persone con cui ho deciso di non avere più a che fare perchè ho pensato che loro avessero sbagliato con me, senza neanche ammettere la possibilità che probabilmente anche io, in qualche modo, avevo sbagliato con loro.

Ecco, quando ci ripenso il problema etico che mi pongo è se quando si fa del male involontariamente ed inavvertitamente a qualcuno, si è ancora autorizzati a sentirsi delle brave persone? E questo vale anche quendo espatriamo, credo. Non sappiamo a quante persone stiamo facendo del male, perché molto probabilmente, le persone a cui lo stiamo facendo morirebbero piuttosto che farcelo capire.

Forse in questo frangente chi se ne va per necessità, perchè non trova lavoro, perchè fugge da una situatione di vera crisi economica, è più scusato di chi se ne va per capriccio, perchè vuole cambiare aria, perchè vuole vedere il mondo o semplicemente perchè non gli stanno più bene i 1500 euro al mese italiani e vuole andare a fare lo stesso lavoro ma guadagnare il doppio.  Ma questo non è probabilmente puro egoismo?

Non é forse un po’ come dire: io voglio il meglio per me, gli altri si fottano ?

Non per niente una delle critiche più gettonate, fatte in modo velato ma neanche troppo indiretto a noi expats, è che noi abbiamo preferito andarcene piuttosto che restare e lottare. Ora, al di là del fatto che in Italia personalmente io non vedo nessuno lottare, ma vedo quasi esclusivamente una sconsolata arrendevolezza, riconosco che il discorso di base non è del tutto sbagliato. Espatriare significa scansare il problema invece che affrontarlo.

Certo, poi ti chiedi dove e come si potrebbero affrontare certe situazioni, se oggi ha davvero senso e può portare davvero a qualcosa. Le generazioni passate ci rimproverano che non stiamo lottando e che se stiamo perdendo tutti i diritti acquisiti da loro è solo colpa nostra perchè non combattiamo.
Poi però ti chiedi che senso abbia “lottare” oggi, in una economia globale. Una volta non esisteva il dumping salariale innescatto dall’accesso al mercato del lavoro di manodopera straniera, così come non esistevano la diversificazione e le delocalizzazioni e, non ultimo, l’economia rampava e galoppava e le industrie erano pen più bendisposte a fare concessioni. Se incrociavi le braccia e bloccavi un reparto produttivo, qualcosa ottenevi.
Oggi se incroci le braccia e blocchi un reparto produttivo, il tuo datore di lavoro sposta la produzione in Polonia e ciao a tutti.

Apriamo gli occhi: una volta, anche nell’economia, vigeva un minimo di fairness e di correttezza. L’accumulo di ricchezze ad ogni costo non era l’unico obiettivo: c’era chi faceva impresa anche per fare qualcosa di buono. Oggi non è più così, viviamo in un mondo molto più avido e scorretto. L’impoverimento della classe media che sta avvenendo in tutte le economie sviluppate (eccetto quelle rampanti come la Cina) è causato fondamentalmente dalla classe dirigente che vuole arricchirsi ancora di più (e ci sta riuscendo).

In questo mondo, fosre sì, espatriare è un po’ conseguenza di scelte di egoismo e di questa crescente unfairness che ci vede tutti uno l’altro nel disperato tentativo di non scendere di classe sociale. E allora, quando capisci che il tuo Paese sta diventanto troppo povero per le tue ambizioni, scappi in uno più ricco.

Sì, è vero, messa giù così è davvero triste.
Fortunatamente, non è così. Non c’è solo questo. Non è solo un fatto meramente economico, e meno male che è così.

E’ vero, tante volte mi sono chiesto se l’espatrio sia eticamente giusto o sbagliato. E sono giunto alla conclusione che, come sempre, a seconda dei punti di vista può essere entrambe le cose.

Per me espatriare non è stato solo andare a guadagnare di più. E’ stato molto di più.
Per me andarmene è stato un atto di ribellione. Il mio modo di ribellarmi al sistema del nepotismo, delle raccomandazioni e della mancanza totale di meritocrazia che per troppi anni ho dovuto mandare giù senza poter fare assolutamente nulla.
Per me espatriare è stata una sfida.  In tutti gli ambienti di lavoro in cui mi ero trovato in Italia ero sempre riuscito ad emergere, a ottenere rispetto e stima (e un sacco di lavoro, e un sacco di responsabilità). Ora volevo dimostrare a me stesso di essere in grado di farlo anche in Germania, in una azienda tedesca, in cui si parla tedesco. E’ stata la più grande sfida professionale della mia vita, e oggi sono felicissimo di avere avuto il coraggio di provare.
Per me espatriare è stata sofferenza. Ho sofferto anche io la lontananza dalla famiglia e degli amici. Ho fatto i salti mortali per essere in Italia quando c’era bisogno di me, quando mia mamma stava male. Ho vissuto tanta angoscia e non dimenticherò mai quelle ore passate in treno ogni weekend. Ma ho anche imparato tanto. Ho capito quanto è grande l’amore per tutte le persone a cui sono legato proprio perchè la distanza lo ha amplificato. E’ bellissimo ogni volta che torni in Italia riabbracciare le persone e godersi la loro compagnia ancor più di prima. Da quando vivo all’estero ho conosciuto persone di tutto il mondo e di tutte le razze, sono diventato più aperto e ho meno pregiudizi di quanto non fosse una volta. Questa esperienza mi ha cambiato e mi ha cresciuto, e se guardo dentro di me sono convinto, anzi sono certo, che oggi sono una persona migliore rispetto a quando sono partito.

E non ultimo, grazie alla mia scelta di vivere all’estero ho potuto offrire aiuto a persone care, quando me lo hanno chiesto. Un genere di aiuto che non sarebbe stato posibile se non me ne fossi andato.
Quindi, anche da una scelta forse un po’ “egoista” alla fine può arrivare qualcosa di buono.

Come sempre, é tutta questione di punti di vista.

 

Salto nel buio

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Oggi finalmente riesco a portare sul Blog una foto che volevo caricare da tempo. È una foto che ho scattato ormai quasi tre anni fa, ma per molteplici ragioni é finita qui solo ora.
La ragione principale è che questa foto (purtroppo) è “truccata”. No, nessun ritocco di luce, colore o esposizione: quello è tutto originale. Semplicemente sulla strada a sinistra c’era un cantiere di riasfaltatura con cartelli, fettucciato e attrezzi abbandonati che rovinavano completamente l’immagine; indi per cui con un paziente lavoro di photo editing li ho fatti “sparire” (non sono molto pratico nel campo, sono serviti diversi tentativi per ottenere un risultato accettabile).
È una foto che amo, non solo perchè la trovo bellissima, ma perchè racconta molto di me.

È stata scattata un martedì sera di fine Giugno 2016 sopra Montevecchia, verso le 23. Quella sera evevo voglia di fare fotografie ed ero uscito apposta per quello, con reflex e cavalletto nel baule della Sedan.
Avevo dato le dimissioni dal mio vecchio lavoro a Marzo, avevo raccolto le mie cose e salutato definitivamente il mio ufficio tecnico a fine Maggio, e di lì a meno di un mese mi sarei trasferito in Germania. La casa era già a posto, così come i mobili e tutte le scartoffie per il trasferimento. Mi stavo godendo giornate di relax e dolce far niente cercando di svuotare la testa dai mille pensieri e dubbi che mi affliggevano in quel periodo.
Ma era difficile. Ormai il dado era tratto e non ero sicuro di quello che stavo fecendo. Soprattutto considerando che solo un mese prima mia madre aveva fatto gli esami ed era piombata dal cielo come un fulmine la recidiva. Di nuovo.

Questa foto racconta tanto di quei giorni, di quel momento della mia vita e del mio stato d’animo.
La Luna nascosta da una coltre fitta di nuvole che corrono, come i miei pensieri.
Sulla destra, la mia terra: la Brianza. Bellissima, luminosa, una distesa di luci senza fine. Sulla sinistra, una strada che mi porterà non so esattamente dove. Una strada che si perde nel buio, ma che è sovrastata da una grande, preponderante luce. Una scelta che avrebbe potuto rendermi molto felice, molto triste, o forse entrambe le cose.
Una scelta che avrà le sue luci e le sue ombre, come pressochè ogni cosa nella vita.
Il più delle volte le nostre scelte ci vedono consapevoli di quello che lasciamo e pieni di punti interrogativi su quello che troveremo. Ci fanno paura e ci fanno sentire in colpa. Ma molte delle più grandi storie di realizzazione personale, felicità e successo spesso poggiano le loro fondamenta su un salto nel buio. Se andassimo sempre e solo sul sicuro, non combineremmo mai nulla.

Quindi, se dovessi dare un titolo a questa foto, credo che sì, sarebbe sicuramente….. “Salto nel buio”.

Condannati a lavorare come pazzi (impoverendoci) – Cronaca di un aperitivo lombardo tra 35enni

people drinking liquor and talking on dining table close up photo

Photo by Helena Lopes on Pexels.com

Un rientro fugace in quel della Brianza è stato l’occasione per un bell’aperitivo del venerdì sera con gli amici di sempre. “Aperitivo” è una parola grossa perchè lo si fa praticamente a ora di cena, anzi poi di fatto diventa proprio una cena, anzi, un dopocena, perchè alla fine quasi tutti arrivano in ritardo, un bicchiere tira l’altro, perdi il senso del tempo e si va inevitabilmente lunghi. Tanto con il buffet si mangia a sufficienza.

Fra e Daniela i primi ad arrivare, direttamente dalla piscina dove lavorano. Sono miei ex compagni dei tempi del nuoto agonistico, che ora fanno coppia fissa. Hanno fatto della loro passione per gli sport acquatici il proprio lavoro e lavorano entrambi nella mia ex piscina “storica” dove ci siamo allenati per anni. Oggi dovevano staccare alle 17 ma alla fine per entrambi sono stati straordinari. È sempre così ultimamente: nonostante la piscina vada bene, con i corsi che esplodono di iscritti e le corsie traboccanti di gente dalle 6 del mattino fino alle 23, non è stato rinnovato parte del personale interinale “perchè i costi sono saliti” ufficialmente. Così si va avanti a straordinari, almeno 10 ore a settimana. Daniela ha la faccia stravolta “non ce la facciamo più”.
Federico e Erika arrivano alle 8 passate, lei all’ultimo ha dovuto coprire un turno extra in negozio e ha finito 3 ore dopo il previsto. In negozio sono senza personale e lei lavora regolarmente almeno una decina di ora in più a settimana “Sanno che ci serve personale, ma non assumono. Non vogliono assumere” dice. Federico cerca di scherzarci sopra e di calmarla ma lei è inc..ta nera “solo perchè sti str… vogliono fare più soldi. Ci mettono target sempre più alti e non rimpiazzano neppure le persone che si licenziano”.
Alle 9 passate, ben dopo il secondo giro di sbagliati, ecco arrivare trafelata un’altra coppia di amici “Scusate ragazzi, siamo usciti dall’ufficio mezz’ora fa”. Storie sempre uguali, storie di persone costantemente “overworked” perchè gli uffici sono “sottostaffati”, vige il regime del “vietato ammalarsi” e del “vietato assentarsi” e per fare tutto quello che c’é da fare servirebbe una giornata lavorativa di 18 ore. Conosco Eliana da anni, è un revisore dei conti, una tipa brillante, molto brava coi numeri, sempre presa e indaffaratissima, non è una novità che durante le nostre cene o gli aperitivi passi almeno metá tempo al telefono con fitte e intense discussioni su indici, bilanci, riserve e scadenze. Lo sappiamo che è fatta così, ma ogni volta che rientra al tavolo fa spallucce e dice “eh, oggigiorno, se vuoi lavorare, o é così o è così”.
E ha ragione. È così. Abbiamo Notebook, Tablet e Smartphone aziendali che teoricamente non siamo tenuti a usare fuori dall’orario di lavoro ma poi de facto é quello che facciamo tutti. Perchè è quello che fanno tutti. Ci è stato, non so come, instillato un malato senso del dovere che ci fa sentire in colpa se non rispondiamo subito ad una mail del cliente che é arrivata alle 22.
Siamo sottoposti ad un bombardamento di informazioni senza fine, telefonate e email ci seguono ben al di fuori degli orari di ufficio, e ormai la nostra raggiungibilità e disponibiltà ovunque è data per scontata. Stiamo in ufficio dalle 8 di mattina alle 8 di sera, il tragitto casa/lavoro lo passiamo al relefono oppure controllando e scrivendo email, e quando arriviamo a casa mentre l’acqua della pasta sta bollendo siamo ancora attaccati allo smartphone aziendale a discutere con qualche cliente o a rispondere alle mail.
Quanto lavoriamo, davvero, al giorno? 10, 12, 14, 16 ore? Meglio non saperlo. Ma sta di fatto che lavoriamo molto di più dei nostri genitori, con stipendi che al netto del potere di acquito sono decisamente inferiori. E così, per chi non ha la fortuna di avere solidi patrimoni familiari alle spalle, si profila di fronte a sè un tenore di vita inferiore rispetto a quello della generazione precedente. Sia per le minori disponibilità finanziarie ma (soprattutto) per la quasi nulla disponibilità di tempo libero.  Mangiamo schifezze dalla mattina alla sera, sia perchè il cibo buono costa, sia perchè non abbiamo il tempo di prepararci da mangiare. Per metterci un tetto sopra la testa siamo costretti a indebitarci per 20 o 30 anni con la consapevolezza che se per sfiga perdiamo il lavoro siamo fottuti e la banca si prenderà tutto lasciandoci sotto un ponte. Perchè trovare lavoro in Italia (soprattutto trovarlo decentemente retribuito) sta diventando un miraggio e se hai la fortuna di averne uno vivi augurandoti di non perderlo. E forse, proprio per non perderlo, accetti di lavorare con questi ritmi da pazzi.
Perchè oggi ormai non hai più sicurezza di nulla, perchè anche se la tua Azienda va a gonfie vele, anche se c’è un order backlog esagerato con un sacco di lavoro e ti sembra di stare in una botte di ferro, da un giorno all’altro può arrivare un ribaltone e cambiarti tutte le carte in tavola. Un bel giorno magari arrivi in ufficio e leggi sulla Intranet l’annuncio in pompa magna di una bella fusione, oppure di una acquisizione, di una incorporazione, oppure il subentro di un nuovo potentissimo investitore; e da lì la tua vita lavorativa, prima ricca e appagante, in pochi mesi diventa un inferno e in capo ad un anno magari ti ritrovi a piedi. Basta un secondo a cambiarti tutto, ormai. Una bella email, generalmente al venerdí sera, con oggetto “Organizational Announcement“: ed ecco che in pochi minuti scopri che tra un anno il tuo ufficio non esisterá piú. “Ma come é possibile, siamo pieni di lavoro. Non puó essere vero”. E invece é vero. Perché puoi anche avere lavoro a volontá, ma se non sei profitable, salti. Una volta era perdonato, oggi no. E cosí se sei licenziabile, ti ritrovi a piedi;  se non lo sei, ti ritrovi a spedire curriculum a centinaia, senza alcun riscontro, mentre il tuo “nuovo” datore di lavoro ti massacra a suon di mobbing strategico per farti fuori. Quante ne ho sentite, di storie così: tante, troppe.

Ilaria stasera è silenziosa. Lavora da anni come responsabile comunicazione di un grosso gruppo con sede a Milano. Una persona sempre solare ed entusiasta del suo lavoro, anche lei costantemente indaffarata ad armeggiare con lo smartphone aziendale durante ogni nostra cena o aperitivo per controllare le visualizzazioni e statistiche delle sue comunicazioni sui social, ma sempre pronta a ridere e a scherzarci sopra raccontando spassosi aneddoti sulla comunicazione moderna. Stasera l’ho trovata dimagrita, stanca e stranamente molto poco sorridente. Ci ha raccontato di come la sua Azienda ha visto un anno fa il subentro di un potente nuovo investitore estero che ha subito iniziato a piazzare le “sue” persone in tutti i ruoli chiave, facendo fuori prima CEO, poi tutti i VP, e poi anche il suo capo. Ora ha una nuova “Boss” olandese che contesta ogni sua azione e con cui è impossibile andare d’accordo. Molti suoi colleghi e collaboratori hano dato le dimissioni negli ultimi mesi e non è un mistero che la “megera” sia stata messa lì proprio per quello. La sua vita lavorativa è diventata un inferno, ha problemi di insonnia e mangia poco; sta cercando disperatamente di cambiare Azienda, ma nonostante il suo grado ed esperienza trova solo stage, lavoretti, oppure offerte a condizioni decisamente inferiori di quelle con cui lavora ora.
Storie come quella di Ilaria non sono così rare. Tutto oggi cambia in modo incredibilmente repentino e veloce, tutto è sacrificato sull’altare dell’efficienza, del profitto, della riduzione dei costi, dell’aumento dei margini e della crescita sopra ogni cosa. E così adesso è tutto un proliferare di fusioni, razionalizzazioni, sinergie, efficientamenti, cure dimagranti; la parola d’ordine ovunque è: fare di più con meno. Nel grande, ma anche nel piccolo: quando un collega dà le dimissioni, non viene quasi mai rimpiazzato, e chi resta deve correre più di prima. E al centro di questo questo gioco ci siamo noi.

Sono pochi, davvero pochi di noi i fortunati ad essere risparmiati da questa giostra. Io lavoro dal 2005, ho cambiato diverse Aziende, e sono già alla terza fusione. Ed è sempre la stessa identica storia: trionfali proclami di ricchezza e prosperità, la intranet che pullula di interviste e immagini dei top manager elegantissimi e sorridenti, mentre nel chiacchiericcio sottovoce dei corridoi si inizia a intuire il destino di chi é diventato di troppo. Ma rimane solo un chiacchiericcio sottovoce e nulla più, perchè guai a permettersi il lusso di gridare che il re è nudo. Soprattutto in un momento in cui non si capisce bene chi verrà fatto fuori e chi no.

Questo è il mondo di oggi, al netto delle promesse fatteci quando eravamo alle elementari. Genitori e parenti non hanno mai smesso di dirci “Studia, studia, studia, vai all’università” dicevano “avrai un bel lavoro, guadagnarai bene” dicevano “così non farai la fatica che abbiamo fatto noi” dicevano. E ci credevano davvero, lo dicevano per il nostro bene. Ma non potevano immaginare come il mondo sarebbe cambiato. Perchè poi invece la realtà è che siamo finiti per essere un esercito di automi overworked, strapazzati, stressati, pieni di cortisolo fino al midollo, cagionevoli, disordinati, traballanti, e più poveri di loro. Meno benestanti delle generazione precedente, nonostante i nostri titoli di studio e la montagna di ore lavorative che facciamo. Pedine sacrificate sull’altare del sistema economico.

Mentre saluto tutti e mi incammino verso casa penso a me e, riflettendo, realizzo che per avere lo stesso tenore di vita di mio padre sono dovuto emigrare in un paese più ricco; se fossi rimasto in Italia, non avrei potuto garantire ai miei figli il tenore di vita che mio padre ha dato a me. Questo è sicuro. Anzi se fossi ancora in Italia sicuramente non starei neppure pianificando di avere figli perchè ora con ogni probabilità sarei disoccupato, visto che la mia ex Azienda ha deciso di dismettere l’ufficio tecnico di ci ero team leader e quasi tutti i miei ex collaboratori si sono licenziati.
Certo, non avrei più avuto il problema dell’overworking. Ma é esattamente questo il paradosso: ormai o non lavori proprio o ti devi ammazzare di lavoro. Non esiste praticamente più via di mezzo. Ripenso alle parole di Eliana “Oggi se vuoi lavorare è così” ecco, qui sta il problema: quando, come e dove è stato stabilito che “oggi è così”? E perchè noi lo abbiamo accettato così passivamente, senza muovere un dito?

Per di più la settimana scorsa, proprio parlando con mio padre, riflettevo sul fatto che io quando avró la sua età dovrò lavorare ancora 5 anni. E mi chiedo come faremo, con i ritmi che abbiamo, a reggere. Cosa succederà tra 10, 15 o 20 anni, con i ritmi che aumentano sempre di più e noi che inevitabilmente diventeremo meno energetici e meno efficienti e dovremo, magari, cercare anche di lavorare un po’ di meno se vogliamo sperare di avere una famiglia?
Penso a tutto questo e a volte mi chiedo se sia semplicemente destino che sia andata così, che la nostra generazione fosse cornuta e mazziata.
A volte mi chiedo se questo scotto che stiamo pagando da adulti sia sotto certi aspetti il giusto contrappasso per il benessere che abbiamo avuto da bambini e da adolescenti. Forse. Chissà.

Io nel mio piccolo mi sento fortunato, qui in Germania. Le cose vanno bene, l’economia tira, il lavoro c’è, gli stipendi sono alti e permettono di risparmiare; perdere il lavoro qui non é un dramma, se ti metti di impegno a breve ne trovi uno nuovo.
Tuttavia anche qui vedo alcuni campanelli d’allarme non indifferenti. Se non si ferma l’Immobilienboom in corso, c’è da chiedersi come farà la gente a permettersi casa tra 10 o 20 anni; negli ultimi 10 anni gli stipendi in Germania sono saliti del 20% mentre le case sono salite del 100%. È chiaro che questa situazione non è sostenibile. Il rischio è quello di vedere tutta la classe media (tra cui il sottoscritto) esiliata nelle campagne e nei Dorf fuori città.
Inoltre anche qui i ritmi stanno pericolosamente aumentando. Il modo di lavorare “tedesco” con la penna che cade alle 4 del pomeriggio, non è più tabù. Non è raro stare in ufficio dalle 7 alle 19, se la situazione lo richiede. E ultimamente lo sta richiedendo un po’ troppo.
La mia impressione è il destino della classe media qui in Germania non sia molto diverso da quello della classe media italiana. Anzi, forse è lo stesso, solo posticipato di un paio di decenni.

Nota importante: i nomi sono di fantasia, e le situazioni sono  decontestualizzate quanto basta per rispettare la privacy dei miei amici.
Ma il resto, purtroppo è tutto vero.

Quando a volte la nostra vera testa.. è la pancia

Dopo un anno e mezzo (anzi, qualcosina di più), ho il mio primo certificato di malattia tedesco! Proprio così, sono stato a casa dal lavoro qualche giorno, rimandando la partenza di un (importantissimo!) viaggio di lavoro in quel di Huntsville, Alabama a causa del mio stomaco che si è preso qualche giorno di vacanza. Prima digestione difficile, poi mal di stomaco, poi inappetenza totale per 3 giorni accompagnata da dolori e brontolii.. niente di drammatico, ma non era proprio il caso di fare 12 ore di aereo. Non so se è stata un’influenzina o se solo è stato il risultato di un periodo duro.. in effetti, sono un pochino teso. Il lavoro va a mille e non vedo l’ore di raggiungere Aprile per chiudere alcune milestones e tirare il respiro.

Ma quello forse è il meno. In più c’è il fattore emotivo che gioca sempre brutti scherzi. E’ passato ormai un anno da quando, al 2 Marzo per esattezza, era un giovedì, avvisando all’ultimo il buon Johannes (il mio capo) saltavo su un Ice alle 5 del mattino per arrivare a Milano alle 14 e andare a trovare mia mamma all’Istituto dei Tumori di Milano, nel giorno del suo sessantesimo compleanno. Nei miei piani dovevo partire il venerdì sera, ma alla fine non me la ero sentita di non esserci, volevo assolutamente andarci, volevo essere con lei per qual compleanno che avevo tanta paura potesse essere l’ultimo. Paura che poi si è trasformata in realtà un mese dopo.

Ripensando a tutte queste cose, mi vine, a tratti, un magone terribile, che scaccio, dimentico, poi torna, poi riscaccio, in una giostra maledetta. A volte rievoco immagini belle e riesco quasi a commuovermi ed essere felice, poi mi sento in colpa per quella felicità e mi assale la tristezza. Ma poi mi rendo conto che pensieri negativi non fanno altro che attrarre altri pensieri negativi, di paura, di preoccupazione, e allora, a costo di sentirmi quasi egoista, arrivo a gridare BASTA.

Voglio ricordare il bello, non il brutto. Voglio solo pensieri positivi. Voglio tenermi in testa i momenti felici, le cene insieme, i viaggi, e perché no, anche le litigate. In fondo mi hanno fatto crescere, tanto, e lei era un contendente formidabile.

In ogni caso, ora sto meglio e alla fine, ho deciso che parto per gli USA domani. Ora sto aspettando Hanna dal lavoro, appena mi scriverà che è salita sul tram infornerò il nostro flammkuchen al formaggio e funghi e poi passeremo una bella serata insieme. Perché il fatto è che bisogna andare avanti, pensare che non fa male, non fa male, e cercare, nel limite del possibile, di sostituire il dolore con ricordi belli e ringraziare che, tutto sommato, la vita continua e sta continuando bene, che ho tutto quello che voglio e che seppur con l’amaro in bocca, sono il felice risultato di tutto ciò che con la sua determinazione mia madre mi ha trasmesso.

E’ già Natale?

P_20171222_155650[1]Accidenti, sì, è già Natale.

Quest’anno più che mai è arrivato di soppiatto, in sordina, mi ha preso alle spalle. Sarà perché io proprio non lo stavo aspettando. Ma anche quest’anno, è già Natale.

Non sono mai stato un grande fan di luminarie, addobbi, presepi e regali. Sì certo qui in Germania a partire da fine novembre ovunque iniziano i mercatini che talvolta sono davvero belli, ma io li vedo più come una occasione di ritrovo e una scusa per qualche buon bicchiere di Glühwein, piuttosto che qualcosa di legato al Natale e alle feste.

Ma ogni anno che passa, ogni volta che iniziano a comparire luminarie, addobbi e babbi Natale, ecco che c’è sempre una costante, crescente, inarrestabile malinconia che cresce e che mi porto dentro fino al fatidico giorno. Vedo intorno a me quell’atmosfera fatta di  felicità artefatta e di trambusto consumistico e non la amo, non mi ci riconosco, vorrei in qualche modo trovarmi altrove e scansarla. Perché mi rendo conto che forse è proprio quella che mi rende malinconico.

Ma sono cose ahimè impossibili da scansare, perché come ogni anno parte inesorabile la corsa ai regali, e allora ti trovi a scervellarti per capire cosa puoi fare, cosa puoi regalare, cosa manca… e poi sbatti contro un muro. Perché ti rendi conto che oramai non ci è rimasto praticamente più niente da regalare, ormai abbiamo già tutto, ogni genere di bene di consumo, ogni genere di comodità e di oggetto superfluo ormai lo possediamo già. Solo che sei schiavo di uno schema mentale spietato che ti costringe ogni anno a cercare qualcosa di nuovo, di più bello, di più chic, di più costoso. Perché altrimenti ti sembra di sminuire la persona a cui stai facendo il regalo, e ti senti in colpa, ti sembra di mancare di rispetto se quello che regali non è sufficientemente bello e costoso. E se non trovi nulla entri in un loop mentale disastroso. Alla fine del quale, ti fermi. E rifletti.

Rifletti pensando che tutto questo è assurdo. Che se c’è una cosa bella del Natale, forse, una sola, è tornare a casa e stare con la famiglia, magari approfittare di un paio di sere per vedere gli amici, godersi alcuni giorni tutti insieme in spensieratezza. Ed ecco, quello, quello è il regalo, il vero regalo, il più grande e il più bello. E a costo zero.

E probabilmente dovremmo finirla di farci questi stramaledetti regali, che sono solo una gran seccatura. Magari scambiarci solo pensierini simbolici, semplicissimi. E basta. Perché quando ami veramente una persona, chiunque sia, Fidanzata, Familiare, o Amico, non te ne frega niente di cosa c’è dietro a quella carta luccicante, sei solo contento che una persona cara ha pensato a te.

E ripensandoci, mi sono reso conto di come certe volte ho sviluppato una devozione o un attaccamento incredibile per gli oggetti più insensati e privi di valore, solo perché a darmeli era stato qualcuno a cui volevo davvero bene. Quindi che razza di bisogno c’è di diventare matti ogni volta? Serve? Davvero?

Non lo so, sarà che quest’anno sarà il primo Natale senza la Mamma e sarà di una tristezza infinita, proprio per quello credo che il più bel regalo che possiamo farci è stare insieme e cercare di essere felici. So già che sarà dura, so già che ci saranno dei momenti di silenzio a tavola che nessuno avrà il coraggio di interrompere se non forze lo Zio Luca col suo inarrestabile, granitico spirito anticonformista, pronto a versarmi un altro bicchiere di lambrusco. Ci sarà inevitabilmente qualche lacrima, che io non riuscirò a versare perché da sempre mi porto dentro questa maledizione di riuscire a piangere solo in privato quando invece dovrei proprio abbracciare tutti quanti e lasciarmi andare.

Domani alle 8 si parte da Francoforte destinazione Monza, con un carico di regali che sto cercando disperatamente di organizzare in valigie e sacchetti. Spero che l’aria di casa mi faccia bene a la malinconia passi.

Perché, in ogni caso, se penso a Desio, mi viene ancora da chiamarla “casa”, nonostante tutto.

 

 

La verifica di scienze

clorofilla

Avevo otto anni ed ero in terza elementare. Era una verifica di scienze, la mia materia preferita, e consisteva in dieci domande aperte.
Le sapevo tutte perfettamente, ma sull’ultima mi bloccai. Me la ricordo ancora.. la domanda era esattamente questa: “Durante la fotosintesi cosa fa la clorofilla?” Non la sapevo proprio. Era la prima volta che mi capitava una cosa del genere. Non mi ricordavo proprio quel dettaglio, forse mi era sfuggito, ma era davvero strano.. e poi proprio nelle scienze, la materia che più mi affascinava e mi piaceva!
Avevo risposto alle prime 9 domande in pochi minuti, e mi restava ancora un sacco di tempo. Ma per quanto mi arrovellassi e facessi richiamo mnemonico a tutte le nozioni studiate, quell’informazione proprio non si trovava da nessuna parte nella mia testa. Alla fine, imbronciato, consegnai il foglio lasciando la domanda 10 in bianco. Avevo ben risposto a tutte le altre domande quindi ero confidente che avrei sicuramente portato a casa un voto discreto, ma non aver saputo dar risposta a quell’ultimo quesito mi bruciava parecchio.

Il giorno dopo, alla riconsegna delle verifiche, la doccia fredda: la maestra mi aveva messo GRAVEMENTE INSUFFICIENTE! Ero distrutto. Ma perchè? Com’era possibile? Chiesi spiegazioni alla maestra e questa mi disse, con tono altezzoso, che quella era la domanda più importante e da sola valeva più di tutte le altre, quindi mi meritavo quel voto. Io non ci credevo, mi sembrava assurdo. Alcuni miei compagni che avevano sbagliato più domande avevano preso voti sufficienti. Quello che mi era successo non mi sembrava giusto.

Tornai a casa tristissimo, mia madre non ci mise molto a notarlo, e tra le lacrime ammisi che, per la prima volta nella mia vita, avevo preso un’insufficienza. Come se non fosse bastata l’umiliazione a scuola, mi presi anche il sonoro cazziatone a casa. Non valse a nulla raccontare che avevo sbagliato solo una domanda, e che altri che avevano sbagliato più di me avevano preso la sufficienza. Fui sgridato per benino, con paghetta e Commodore 64 sospesi per un mese.

Il retroscena fu svelato solo (parecchi) anni dopo. In una grigia serata di settembre, in una camera d’ospedale, mia mamma mi raccontò la verità.
Seppi così che al primo colloquio genitori/insegnanti mia madre volle chiedere alla maestra se era vero che io avevo preso il voto più basso pur sbagliando solo una domanda. Del resto, per uno che prendeva sempre ottimi voti, quel GRAVEMENTE INSUFFICIENTE suonava strano.
La maestra le disse che sì, era vero, io avevo sbagliato solo una domanda. E avrei dovuto prendere un voto sicuramente maggiore. Ma mi diede quel GRAVEMENTE INSUFFICIENTE perchè, in quanto “primo della classe”, a suo giudizio io ero diventato troppo spavaldo e sicuro di me, quindi il suo intento era darmi una lezione di vita e farmi fare un bagno di umiltà, facendomi capire che non ero infallibile e che nella vita avrei anche potuto fallire.

Invece quel giorno io imparai un’altra lezione.

Ero sicuro, dentro di me, che la maestra mi avesse penalizzato di proposito. Non era possibile che una sola domanda sbagliata valesse più delle altre 9 giuste. Lo avevo sempre saputo. Me lo sentivo, nel profondo, che ero stato penalizzato ingiustamente. Ingiustamente e di proposito. Non c’era altra spiegazione logica.
Così quel giorno ho imparato che quando sei bravo, quando quando sei una persona di valore, uno che fa la differenza, gli altri ti guardano e rosicano, invidiano e fanno di tutto per penalizzarti. Ti aspettano al varco pronti a metterti in croce la prima volta che sbagli una virgola. Perchè la gente non sopporta che ci sia qualcuno più bravo. E allora, si crogiolano nell’astio: ti vedono come un superbo, un borioso, un vanitoso; ma sono loro, in realtà, quelli a cui manca l’umiltà. L’umiltà di guardare qualcun altro e ammettere “è davvero in gamba” “è più bravo di me”. Magari ammettendo con loro stessi che qualcosa da imparare c’è.
E invece no, invece di guardare la trave nel loro occhio, cercano la pagliuzza nel tuo.
E davvero non c’è cosa più triste al mondo di queste persone insipide che non potendo godere di successi propri, godono malignamente degli insuccessi altrui dandovi più risalto possibile. Perchè nella testa dell’italiano medio alberga la convinzione che non c’è nessun “vanto” nel far risaltare gli insuccessi di un mediocre, ma se sbandieri ai quattro venti uno sbaglio fatto da uno “bravo” allora fai un figurone. E questo paese è pieno di sfigati che si sentono dei grand’uomini facendolo.
E così ho capito che essere mitragliati di critiche è il destino di tutte le persone di valore. Essere penalizzati alla prima occasione è ciò che spetta a tutti coloro che si ergono sopra la media. E’ la versione nostrana della Shadenfreude, fa parte della cultura e della mentalità tipica della società di oggi.

Sicuramente non era quello che la maestra voleva, ma quel giorno imparai davvero tanto.

Andare avanti, nonostante tutto, conservare la fiducia in se stessi.

Fregarsene di quello che dicono gli altri.

Darci dentro con ancora più forza di fronte all’astio e all’arroganza della gente normale.

Trasformare in motivazione e in forza d’animo tutte le critiche, le malignità, i dispetti e le occhiatacce astiose di quelli che sanno di non essere alla tua altezza.

Perchè ci saranno sempre quelli che non ti sopporteranno, che ti odieranno, che diranno che “te la tiri“, che diranno che “chissà chi ti credi di essere“, o magari che sei un “raccomandato“, che ti è “sempre andata bene” o che hai “solo avuto culo“.
Quelli che qualunque cosa tu possa avere fatto, loro avrebbero saputo facilmente fare di meglio.
Quelli che si ergono a giudici del tuo operato di una vita, sentenziando che non ti meriti quello che hai, perchè avresti dovuto avere di meno.. e loro, naturalmente, avrebbero dovuto avere di piú.
Quelli che, se ci fossero stati loro al posto tuo, loro sì che avrebbero saputo risolvere la situazione, loro sì che avrebbero saputo cosa fare… loro avrebbero fatto così, loro avrebbero fatto cosà, e che ci voleva! Loro ce l’avevano già in testa, la soluzione ottimale al problema; ma chissà come, la tirano sempre fuori dopo che il problema lo hai risolto tu.

Perchè le persone generalmente ti perdonano tutto, tranne l’essere più bravi di loro in qualcosa. In qualunque cosa.

E’ dura essere bravi. E’ una lotta continua.
Però, che soddisfazioni. Soprattutto quando ti togli certi sassolini dalle scarpe.

Nota dell’autore:

Questo post non é stato scritto oggi. E’ datato 20 Novembre 2014. Era salvato come bozza, da un bel pezzo. Fu scritto in una serata di quelle in cui ti senti incazzato con il mondo e devi sfogarti in qualche modo. Erano accaduti un po’ di fatti sul lavoro che mi avevano fatto incazzare a morte e portato a scrivere quanto sopra. Sbollita la rabbia, decisi di mettere il post da parte, giudicandolo forse.. un po’ eccessivo. Ieri sera, per caso, mi é capitato di rileggerlo, e .. non so perché, mi ha colpito. L’ho trovato tagliente, incattivito, scritto da un me che probabilmente non coincide appieno con quello di oggi ma.. l’ho trovato anche dannatamente veritiero. E secondo me si merita di essere pubblicato.

E quella verifica di scienze non me la dimenticheró mai, su questo non cu piove.

Cosa invidi?

 

L’altro giorno mi hanno fatto una domanda strana: cosa invidi di più al prossimo?

Lì per lì non ho saputo rispondere. Non è facile, bisogna prima di tutto essere sinceri con sè stessi e interrogarsi a fondo: sono invidioso? Ho mai invidiato davvero qualcuno? Se sì, per cosa?

Qui casca l’asino perchè la reazione spontanea è quella di mentirci spudoratamente (sì, ho scritto proprio “mentirci”.. mentire a noi stessi) e “fare i superiori”, autoconvincendoci che noi in realtà invidiosi non lo siamo, che abbiamo già tutto quello che ci serve, che i soldi non fanno la felicità, che a noi le cose materiali non interessano… ecc.. ecc.. 
PALLE! Palle colossali… perchè almeno una volta nella vita ci siamo ritrovati a rosicare, per un motivo o per l’altro. Per il collega che ha preso la promozione e arriva a sovrastarci nell’organigramma, per il vicino che si è comprato il macchinone, per l’amico che si è fidanzato con la ragazza che ci piaceva fregandocela da sotto il naso… eccetera.
Anzi, dirò di più.. in genere noto nella gente un estremo accanimento nei confronti del prossimo quando ottiene qualcosa in più di loro. E da questo traggono origine molti dei luoghi comuni più diffusi, dettati proprio dall’invidia. E così, il collega che prende la promozione al posto nostro è un “raccomandato”. Il vicino che si è comprato il macchinone è un disonesto che sicuramente evade le tasse e froda il fisco. E la ragazza che ha preferito l’amico è una stronzetta superficiale che ha scelto lui solo perchè belloccio e fisicato…
Potremmo pensare che il collega si sia meritato la promozione più di noi, che il vicino abbia acquistato l’automobile dei suoi sogni onestamente e se la sia guadagnata, che il nostro amico sia stato effettivamente più solare e simpatico di noi con quella ragazza…. macchè.. queste idee non ci sfiorano nemmeno. Il nostro cervello non tenta nemmeno di formularle. Diamo sempre per scontato che il successo altrui sia ingiusto e immeritato e nel farlo perdiamo il contatto con la realtà e con ogni principio base di obbiettività… e così il mondo diventa un postaccio popolato da “raccomadati”, “stronzi”, “disonesti” a cui va sempre tutto meglio che a noi.
E’ vero o no? Dai, cerchiamo di essere onesti. Di tanto in tanto ci caschiamo ☻

Non posso nascondere che più di una volta sono stato un pò invidioso.
Non credo che l’invidia meriti l’accezione di sentimento esclusivamente negativo. Una punta di invidia per i risultati ottenuti da qualcun altro può spingerci ad avere più slancio nel cercare di raggiungere le nostre ambizioni e realizzare i nostri sogni. Può esistere una forma di “invidia positiva”, se dal sentimento riusciamo a trarre insegnamenti ragionevoli, e a tirare fuori un pò di palle per provare ad ottenere quello che vogliamo.
Credo anche che ciò che deve essere evitato ad ogni costo… e che va represso non appena ci rendiamo conto che inizia a prenderci…. è quell’invidia cattiva che consuma, inquina e distrugge. Travolge i rapporti umani come una valanga, genera rancore, incrina amicizie e rovina le persone. E’ un pò come “il lato oscuro della forza” è un sentimento facile, seducente, che ti ammalia e ti cattura. E da lì in poi è un attimo. Senza rendersene conto, si giunge a provare astio se non anche odio per il prossimo, solo perchè ha qualche cavolata in più di te. Ma non ne vale la pena, perchè ci si fa del male da soli e si fa del male agli altri. Questo è forse uno dei “mali nascosti” più brutti che si annidano nella nostra società, è diffusissimo seppur ben camuffato. E credo che sarà molto difficile debellarlo, perchè avremmo bisogno di un forte cambio di mentalità. Forse un giorno o l’altro ci arriveremo, ma vedo ancora ben lontana l’uscita del tunnel…
Non nascondo che dopo aver scritto questo mi sento un pochino sollevato, perchè mi rendo conto che sono stato sì invidioso qualche volta, ma per fortuna non sono mai arivato ad odiare nessuno. Purtroppo ho provato invece a subire l’invidia degli altri, e beh.. è stato davvero brutto.

OK, dopo questa digressione, sulla quale si può essere più o meno d’accordo, è ora di rispondere alla domanda iniziale: cosa invidi di più al prossimo? Dopo lunga e ponderata riflessione, sono giunto alla risposta.
Io invidio, ferocemente, quelli che hanno il metabolismo che va a duemila all’ora.
Per intenderci, quelli che fanno una vita sedentaria, non praticano alcuno sport e mangiano come dei leoni, ma nonostante ciò non mettono su neanche un chilo e rimangono magri come dei chiodi. Io nuoto 25 km al mese, faccio pesi 2 volte a settimana, mezz’ora di cyclette almeno 3 volte a settimana, sto attento a quanto e cosa mangio…..    ma la pancia non va giù….. accidenti a voi!! Vi odio! ☻

Questo è quello che invidio di più… lo so, è una stupidaggine. Per fortuna, aggiungerei. ☻

La crisi, i timori, le nostre piccole scelte…

CRISI. Sulla bocca di tutti non c’è che questa parola. Gli avvenimenti degli ultimi mesi, lo ammetto, mi hanno fatto un tantino pensare. Governo tecnico, tasse a destra, tasse a sinistra, la benzina alle stelle, consumi che crollano, e un sacco di musi tristi in circolazione.

Ho riflettuto, sì,  ed ho elaborato una serie di pensieri… molti mi considereranno un “pessimista” ma guardando al medio/lungo termine credo che dovremmo iniziare a smettere di lamentarci e ad accettare con la maggior serenità possibile la realtà dei fatti ovvero che l’epoca dello stra-benessere diffuso sta finendo. Nei prossimi anni dovremo tagliare vizi, sfizi e spese voluttuarie. Lo so, non è semplice, ma secondo me prima accetteremo la realtà e meno doloroso sarà rinunciare.
Negli ultimi due/tre decenni l’economia ha corso più di quello che doveva e ci ha dato l’illusione che potevamo essere tutti benestanti, e che il nostro tenore di vita sarebbe sempre andato migliorando. Con le carte di credito ci hanno fatto credere di avere in tasca soldi illimitati. Con i finanziamenti ci hanno permesso di comprarci i macchinoni e i super telefonini da 700 euro. Siamo talmente viziati che abbiamo completamente perso di vista i concetti di “indispensabile” e di “superfluo”. Ma ora sta suonando una brusca sveglia e piano piano dovremo svegliarci tutti quanti perchè il bel sogno è finito.

Dove andremo? Non lo so, anzi nessuno lo sa, ci vorrebbe la sfera di cristallo. Se proprio dovessi formulare uno scenario da qui a 10/20 anni, mi vedo una situazione di lento ma inesorabile calo del tenore di vita generalizzato, fino alla stabilizzazione con il ritorno ad una situazione stile anni 70. Ovvero con la famiglia monoreddito che tornerà ad essere la regola e non perchè tornerà di moda la mamma casalinga, ma perchè con il crollo di posti di lavoro che proseguirà inesorabile sarà un miracolo se anche un solo membro della famiglia avrà il posto fisso (se ancora esisterà il posto fisso). Di automobile ce ne sarà una per famiglia, piccola e risparmiosa il più possibile, anche perchè il pieno di benzina arriverà a costare l’equivalente di una rata di un mutuo. Non la si cambierà più ogni 2 anni, ma si tornerà a farle durare almeno un decennio come facevano una volta i nostri genitori  L’unico piccolo sfizio alla portata di quasi tutti potrebbe rimanere l’elettronica di consumo (togliendo i prodotti di elite e quelli con la mela). E temo che anche l’happy hour e le due/tre orette settimanali di fitness club non saranno più alla portata di tutti. Forse riscopriremo il piacere delle cose semplici, dello stare in compagnia, del divertimento sano a costo zero. Probabilmente racconteremo ai nostri figli/nipoti che da giovani abbiamo vissuto “da ricchi” e che ce la siamo spassata, ma poi un giorno la festa è finita.
Parliamoci chiaro, non diventeremo poveri. Staremo ancora abbastanza bene. Di quello che serve non ci mancherà niente. Semplicemente certi sfizi e certi vizi torneranno ad essere appannaggio di chi i soldi ce li ha per davvero.

Pensavo a me, e grazie al cielo mi posso dire fortunato. Ho 28 anni, un ottimo lavoro con un ottimo stipendio, vivo da solo e posso permettermi un’auto che mi piace, praticare sport, e altre non poche spese superflue. Ma ciò nonostante, con tutti i messaggi di sventura economico/finanziaria che mi piovono sulla testa da qualche mese a questa parte ho smesso i panni dalla cicala per iniziare a fare un pò la formica e ad essere più oculato nel dispendio dei miei guadagni…..
Ho unito il beneficio per la salute al beneficio per il portafoglio e ho smesso di fumare. E’ solo un mese, ma per il momento resisto bene. Reinvestirò una parte dei soldi risparmiati nella piscina, e chissà che finalmente non vadano giù un pò di secondi nei 100 stile (mi servirebbe proprio, perchè i miei tempi fanno davvero pietà). Ho cancellato ogni progetto di acquisto di auto nuova e ho prorogato la garanzia della Shiro di altri due anni, in fin dei conti è una bellissima auto e le voglio bene. La terrò finchè non inizia a seminare bulloni per strada, augurandomi che questo accada non prima di un lustro.
Idem con patate sul telefono. Il mio N97 con due anni e mezzo sulle spalle ormai dava evidenti segni di affaticamento/intasamento ed era lento come la fame, cosa che mi stava spingendo all’acquisto di un nuovo smartphone dal costo equivalente a due stipendi di uno stagista. Poi mettendo in moto le meningi e investendo mezz’oretta del mio tempo e 15 euro ho risolto con: hard reset, formattazione totale, reinstallazione OS, batteria nuova. Adesso è tornato una scheggia.
Finite le spese per sistemare casa non ci sarà spazio per oggetti superflui. L’unica cosa di “superfluo” che mi concederò quest’anno saranno le ferie in estate.
Anche al bar mi farò vedere di meno. Del resto farmi 3 km di nuotata per poi passare al bar a bermi una media (reintegrando immediatamente le calorie faticosamente buciate) non è proprio il massimo. Tutta salute guadagnata e pancia meno gonfia.

A dirla tutta, devo ammettere che mi sono stupito nel constatare che in molti non condividono questo mio agire. Nelle discussioni da pausa caffè o da piano bar non poche persone mi hanno più o meno direttamente criticato.
“Almeno tu che stai bene, i soldi spendili!” oppure “se tutti ragionassero come te, l’economia si pianterebbe ancora di più e sarebbe ancora peggio” … e così via. Per carità, magari hanno ragione loro. Anzi, me lo auguro! Vorrebe dire che tra qualche anno tornerà ad andare tutto bene. E, a giudicare dall’affollamento che si vede in palestre, piscine, pub, ristoranti…  ecc  credo che la maggioranza della gente della mia età la pensi così.
Che dire.. speriemo in bene. Speriamo che abbiano davvero ragione loro. Io, nel dubbio, tiro la cinghia un pochettino.