Quando a volte la nostra vera testa.. è la pancia

Dopo un anno e mezzo (anzi, qualcosina di più), ho il mio primo certificato di malattia tedesco! Proprio così, sono stato a casa dal lavoro qualche giorno, rimandando la partenza di un (importantissimo!) viaggio di lavoro in quel di Huntsville, Alabama a causa del mio stomaco che si è preso qualche giorno di vacanza. Prima digestione difficile, poi mal di stomaco, poi inappetenza totale per 3 giorni accompagnata da dolori e brontolii.. niente di drammatico, ma non era proprio il caso di fare 12 ore di aereo. Non so se è stata un’influenzina o se solo è stato il risultato di un periodo duro.. in effetti, sono un pochino teso. Il lavoro va a mille e non vedo l’ore di raggiungere Aprile per chiudere alcune milestones e tirare il respiro.

Ma quello forse è il meno. In più c’è il fattore emotivo che gioca sempre brutti scherzi. E’ passato ormai un anno da quando, al 2 Marzo per esattezza, era un giovedì, avvisando all’ultimo il buon Johannes (il mio capo) saltavo su un Ice alle 5 del mattino per arrivare a Milano alle 14 e andare a trovare mia mamma all’Istituto dei Tumori di Milano, nel giorno del suo sessantesimo compleanno. Nei miei piani dovevo partire il venerdì sera, ma alla fine non me la ero sentita di non esserci, volevo assolutamente andarci, volevo essere con lei per qual compleanno che avevo tanta paura potesse essere l’ultimo. Paura che poi si è trasformata in realtà un mese dopo.

Ripensando a tutte queste cose, mi vine, a tratti, un magone terribile, che scaccio, dimentico, poi torna, poi riscaccio, in una giostra maledetta. A volte rievoco immagini belle e riesco quasi a commuovermi ed essere felice, poi mi sento in colpa per quella felicità e mi assale la tristezza. Ma poi mi rendo conto che pensieri negativi non fanno altro che attrarre altri pensieri negativi, di paura, di preoccupazione, e allora, a costo di sentirmi quasi egoista, arrivo a gridare BASTA.

Voglio ricordare il bello, non il brutto. Voglio solo pensieri positivi. Voglio tenermi in testa i momenti felici, le cene insieme, i viaggi, e perché no, anche le litigate. In fondo mi hanno fatto crescere, tanto, e lei era un contendente formidabile.

In ogni caso, ora sto meglio e alla fine, ho deciso che parto per gli USA domani. Ora sto aspettando Hanna dal lavoro, appena mi scriverà che è salita sul tram infornerò il nostro flammkuchen al formaggio e funghi e poi passeremo una bella serata insieme. Perché il fatto è che bisogna andare avanti, pensare che non fa male, non fa male, e cercare, nel limite del possibile, di sostituire il dolore con ricordi belli e ringraziare che, tutto sommato, la vita continua e sta continuando bene, che ho tutto quello che voglio e che seppur con l’amaro in bocca, sono il felice risultato di tutto ciò che con la sua determinazione mia madre mi ha trasmesso.

E’ già Natale?

P_20171222_155650[1]Accidenti, sì, è già Natale.

Quest’anno più che mai è arrivato di soppiatto, in sordina, mi ha preso alle spalle. Sarà perché io proprio non lo stavo aspettando. Ma anche quest’anno, è già Natale.

Non sono mai stato un grande fan di luminarie, addobbi, presepi e regali. Sì certo qui in Germania a partire da fine novembre ovunque iniziano i mercatini che talvolta sono davvero belli, ma io li vedo più come una occasione di ritrovo e una scusa per qualche buon bicchiere di Glühwein, piuttosto che qualcosa di legato al Natale e alle feste.

Ma ogni anno che passa, ogni volta che iniziano a comparire luminarie, addobbi e babbi Natale, ecco che c’è sempre una costante, crescente, inarrestabile malinconia che cresce e che mi porto dentro fino al fatidico giorno. Vedo intorno a me quell’atmosfera fatta di  felicità artefatta e di trambusto consumistico e non la amo, non mi ci riconosco, vorrei in qualche modo trovarmi altrove e scansarla. Perché mi rendo conto che forse è proprio quella che mi rende malinconico.

Ma sono cose ahimè impossibili da scansare, perché come ogni anno parte inesorabile la corsa ai regali, e allora ti trovi a scervellarti per capire cosa puoi fare, cosa puoi regalare, cosa manca… e poi sbatti contro un muro. Perché ti rendi conto che oramai non ci è rimasto praticamente più niente da regalare, ormai abbiamo già tutto, ogni genere di bene di consumo, ogni genere di comodità e di oggetto superfluo ormai lo possediamo già. Solo che sei schiavo di uno schema mentale spietato che ti costringe ogni anno a cercare qualcosa di nuovo, di più bello, di più chic, di più costoso. Perché altrimenti ti sembra di sminuire la persona a cui stai facendo il regalo, e ti senti in colpa, ti sembra di mancare di rispetto se quello che regali non è sufficientemente bello e costoso. E se non trovi nulla entri in un loop mentale disastroso. Alla fine del quale, ti fermi. E rifletti.

Rifletti pensando che tutto questo è assurdo. Che se c’è una cosa bella del Natale, forse, una sola, è tornare a casa e stare con la famiglia, magari approfittare di un paio di sere per vedere gli amici, godersi alcuni giorni tutti insieme in spensieratezza. Ed ecco, quello, quello è il regalo, il vero regalo, il più grande e il più bello. E a costo zero.

E probabilmente dovremmo finirla di farci questi stramaledetti regali, che sono solo una gran seccatura. Magari scambiarci solo pensierini simbolici, semplicissimi. E basta. Perché quando ami veramente una persona, chiunque sia, Fidanzata, Familiare, o Amico, non te ne frega niente di cosa c’è dietro a quella carta luccicante, sei solo contento che una persona cara ha pensato a te.

E ripensandoci, mi sono reso conto di come certe volte ho sviluppato una devozione o un attaccamento incredibile per gli oggetti più insensati e privi di valore, solo perché a darmeli era stato qualcuno a cui volevo davvero bene. Quindi che razza di bisogno c’è di diventare matti ogni volta? Serve? Davvero?

Non lo so, sarà che quest’anno sarà il primo Natale senza la Mamma e sarà di una tristezza infinita, proprio per quello credo che il più bel regalo che possiamo farci è stare insieme e cercare di essere felici. So già che sarà dura, so già che ci saranno dei momenti di silenzio a tavola che nessuno avrà il coraggio di interrompere se non forze lo Zio Luca col suo inarrestabile, granitico spirito anticonformista, pronto a versarmi un altro bicchiere di lambrusco. Ci sarà inevitabilmente qualche lacrima, che io non riuscirò a versare perché da sempre mi porto dentro questa maledizione di riuscire a piangere solo in privato quando invece dovrei proprio abbracciare tutti quanti e lasciarmi andare.

Domani alle 8 si parte da Francoforte destinazione Monza, con un carico di regali che sto cercando disperatamente di organizzare in valigie e sacchetti. Spero che l’aria di casa mi faccia bene a la malinconia passi.

Perché, in ogni caso, se penso a Desio, mi viene ancora da chiamarla “casa”, nonostante tutto.

 

 

Tormenti, sfoghi, Sogni

Sono passati ormai più di quattro anni da quel maledetto 8 agosto del 2009. Tante cose sono cambiate da allora. Tre fidanzate. Amici persi e ritrovati. Io stesso sono cambiato, e non poco. Uscire vincente dalla più grande prova della mia vita è stata sicuramente una vera e grande soddisfazione, ma il lascito migliore di tanti mesi di sofferenza rimane quel senso di positività e tranquillità che ho saputo sviluppare e fare mio in barba alle piccole delusioni di tutti i giorni che, in fondo, fanno parte della vita. A volte ho tentennato, ed è vero che in qualche occasione sono stato a un passo dal farmi prendere dallo sconforto, ma non ho mai mollato. Il mattino, quando mi sveglio, il mio primo desiderio è guardarmi allo specchio e sorridermi. Perché sono felice, fortunato, realizzato, sono una bella persona, e mi piaccio. Mi piaccio un sacco.

Mi sono reso conto che questo mondo ipertecnologico, confortevole, agiato ormai ci ha disabituato ad avere a che fare con i veri problemi, al punto che ormai la maggior parte della gente pur di averne arriva a crearseli dal nulla, ingigantendo a sproposito delle autentiche cazzate. Ma guai se osi farglielo notare, perché ti si scagliano contro come iene accusandoti di menefreghismo, superficialità, insensibilità. Ti vengono a dire che sei un bambino, un sognatore che vede tutto positivo anche dove di positivo non c’è nulla. Beh, cazzi loro. Ho capito che se alle persone piace essere infelici non spetta certo a me correre in loro soccorso e improvvisarmi psicanalista e consulente filosofico degli inquieti, delle lunatiche, dei paranoidi e delle depresse. Anche perché l’esperienza mi ha insegnato che tentare di aiutare questo tipo di persone porta solo guai. Quando tenti di far apprezzare le cose positive (perché c’è sempre qualcosa nella vita per cui vale la pena di sorridere) a qualcuno che è incapace di vederle, finisci per diventare il bersaglio della sua ira e della sua frustrazione. Se la prendono proprio con te, l’unico che cerca di aiutarli e di strappargli un sorriso. Meglio lasciari da soli, perché è ciò che si meritano. E così ho fatto.

Forse negli ultimi anni sono più i rapporti che ho chiuso di quelli nuovi che ho intrecciato. Positivo? Negativo? Mah, nel complesso la mia qualità della vita è migliorata, per cui, probabilmente, la prima che ho detto.  

Egoista? Sì, può essere, ma la vita è una ed è troppo preziosa per mortificarla facendomi ottenebrare le giornate dalla negatività degli altri.

Tutti abbiamo un lato tormentato, ed io non faccio eccezione. Ma mi sono voluto imporre un principio, con tutta la mia forza di volontà, e cioè quello di non scagliare mai contro gli altri i miei tormenti e le mie frustrazioni. I panni sporchi dall’anima vanno lavati dentro la propria testa. Sfogarsi con chicchessia non servirà a niente se non ad allontanare da te le persone. Mi chiedo a volte la gente cosa si aspetti dagli altri quando sfogano la loro negatività. Conforto? Compassione? Il consiglio risolutore? Il Miracolo?

Mah, non lo so.

So che per mia fortuna i tormenti che aleggiano dentro di me sono troppo complessi da confidare. Le tengo per me e ci combatto io da solo, perché gli altri mi prenderebbero per pazzo. Vecchi segreti, pensieri e fantasie, voglie e desideri che reprimo ogni giorno perché.. è meglio così. Forse devo ringraziare il mio autocontrollo se riesco ad accettare queste cose così serenamente, senza impazzire. Ma ogni tanto, senza preavviso, il mio lato tormentato emerge, e mi ritrovo a vivere momenti di pura incoscienza, quasi irreali, autentiche pazzie. E’ un tormento che ha varie forme, espressioni, e rumori, qualcosa che non voglio più fare ma che allo stesso tempo mi manca terribilmente, e quando mi raccolgo in questa sorta di estasi ecco che mi sovviene il rimorso di un bacio mai dato, il rombo di due cilindri, il rumore del vento a 300 all’ora, la pelle d’oca per una carezza, la paura dolce mista a senso di colpa mentre sciolgo quei nodi che hanno legato lei a me… tutti gli sfoghi del mio lato tormentato che ora non ho più, e ora mi mancano terribilmente.

Non sono stato del tutto sincero, prima. Certe mattine mi guardo allo specchio e riflessa vedo l’immagine di me con indosso la mia Dainese e mi fa solo tristezza. Certe mattine mi sveglio e realizzo che mi sono spostato sul lato sinistro del letto, anche se lei non c’è più.

Quelle mattine imbocco l’autostrada e do tutto gas fino a quando non vedo un 2 seguito da due cifre e lascio salire, lascio salire.. fino all’ultimo momento, finché non mi attacco ai freni. Perché io lo so, come ho sempre sfogato il mio lato tormentato. Ed ora che sto bene, ora che riesco quasi a correre, devo prendere una decisione. Tornare o non tornare. Perché ormai ho smesso di avere gli incubi, non mi sveglio più di soprassalto rivivendo il mio incidente, adesso sono tornato a sognare. Sogno di correre. Voglio correre. Di nuovo. Da un tormento voglio far rinascere un sogno.

E io ho un brutto vizio con i sogni…. Li realizzo.

tornare