Condannati a lavorare come pazzi (impoverendoci) – Cronaca di un aperitivo lombardo tra 35enni

people drinking liquor and talking on dining table close up photo

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Un rientro fugace in quel della Brianza è stato l’occasione per un bell’aperitivo del venerdì sera con gli amici di sempre. “Aperitivo” è una parola grossa perchè lo si fa praticamente a ora di cena, anzi poi di fatto diventa proprio una cena, anzi, un dopocena, perchè alla fine quasi tutti arrivano in ritardo, un bicchiere tira l’altro, perdi il senso del tempo e si va inevitabilmente lunghi. Tanto con il buffet si mangia a sufficienza.

Fra e Daniela i primi ad arrivare, direttamente dalla piscina dove lavorano. Sono miei ex compagni dei tempi del nuoto agonistico, che ora fanno coppia fissa. Hanno fatto della loro passione per gli sport acquatici il proprio lavoro e lavorano entrambi nella mia ex piscina “storica” dove ci siamo allenati per anni. Oggi dovevano staccare alle 17 ma alla fine per entrambi sono stati straordinari. È sempre così ultimamente: nonostante la piscina vada bene, con i corsi che esplodono di iscritti e le corsie traboccanti di gente dalle 6 del mattino fino alle 23, non è stato rinnovato parte del personale interinale “perchè i costi sono saliti” ufficialmente. Così si va avanti a straordinari, almeno 10 ore a settimana. Daniela ha la faccia stravolta “non ce la facciamo più”.
Federico e Erika arrivano alle 8 passate, lei all’ultimo ha dovuto coprire un turno extra in negozio e ha finito 3 ore dopo il previsto. In negozio sono senza personale e lei lavora regolarmente almeno una decina di ora in più a settimana “Sanno che ci serve personale, ma non assumono. Non vogliono assumere” dice. Federico cerca di scherzarci sopra e di calmarla ma lei è inc..ta nera “solo perchè sti str… vogliono fare più soldi. Ci mettono target sempre più alti e non rimpiazzano neppure le persone che si licenziano”.
Alle 9 passate, ben dopo il secondo giro di sbagliati, ecco arrivare trafelata un’altra coppia di amici “Scusate ragazzi, siamo usciti dall’ufficio mezz’ora fa”. Storie sempre uguali, storie di persone costantemente “overworked” perchè gli uffici sono “sottostaffati”, vige il regime del “vietato ammalarsi” e del “vietato assentarsi” e per fare tutto quello che c’é da fare servirebbe una giornata lavorativa di 18 ore. Conosco Eliana da anni, è un revisore dei conti, una tipa brillante, molto brava coi numeri, sempre presa e indaffaratissima, non è una novità che durante le nostre cene o gli aperitivi passi almeno metá tempo al telefono con fitte e intense discussioni su indici, bilanci, riserve e scadenze. Lo sappiamo che è fatta così, ma ogni volta che rientra al tavolo fa spallucce e dice “eh, oggigiorno, se vuoi lavorare, o é così o è così”.
E ha ragione. È così. Abbiamo Notebook, Tablet e Smartphone aziendali che teoricamente non siamo tenuti a usare fuori dall’orario di lavoro ma poi de facto é quello che facciamo tutti. Perchè è quello che fanno tutti. Ci è stato, non so come, instillato un malato senso del dovere che ci fa sentire in colpa se non rispondiamo subito ad una mail del cliente che é arrivata alle 22.
Siamo sottoposti ad un bombardamento di informazioni senza fine, telefonate e email ci seguono ben al di fuori degli orari di ufficio, e ormai la nostra raggiungibilità e disponibiltà ovunque è data per scontata. Stiamo in ufficio dalle 8 di mattina alle 8 di sera, il tragitto casa/lavoro lo passiamo al relefono oppure controllando e scrivendo email, e quando arriviamo a casa mentre l’acqua della pasta sta bollendo siamo ancora attaccati allo smartphone aziendale a discutere con qualche cliente o a rispondere alle mail.
Quanto lavoriamo, davvero, al giorno? 10, 12, 14, 16 ore? Meglio non saperlo. Ma sta di fatto che lavoriamo molto di più dei nostri genitori, con stipendi che al netto del potere di acquito sono decisamente inferiori. E così, per chi non ha la fortuna di avere solidi patrimoni familiari alle spalle, si profila di fronte a sè un tenore di vita inferiore rispetto a quello della generazione precedente. Sia per le minori disponibilità finanziarie ma (soprattutto) per la quasi nulla disponibilità di tempo libero.  Mangiamo schifezze dalla mattina alla sera, sia perchè il cibo buono costa, sia perchè non abbiamo il tempo di prepararci da mangiare. Per metterci un tetto sopra la testa siamo costretti a indebitarci per 20 o 30 anni con la consapevolezza che se per sfiga perdiamo il lavoro siamo fottuti e la banca si prenderà tutto lasciandoci sotto un ponte. Perchè trovare lavoro in Italia (soprattutto trovarlo decentemente retribuito) sta diventando un miraggio e se hai la fortuna di averne uno vivi augurandoti di non perderlo. E forse, proprio per non perderlo, accetti di lavorare con questi ritmi da pazzi.
Perchè oggi ormai non hai più sicurezza di nulla, perchè anche se la tua Azienda va a gonfie vele, anche se c’è un order backlog esagerato con un sacco di lavoro e ti sembra di stare in una botte di ferro, da un giorno all’altro può arrivare un ribaltone e cambiarti tutte le carte in tavola. Un bel giorno magari arrivi in ufficio e leggi sulla Intranet l’annuncio in pompa magna di una bella fusione, oppure di una acquisizione, di una incorporazione, oppure il subentro di un nuovo potentissimo investitore; e da lì la tua vita lavorativa, prima ricca e appagante, in pochi mesi diventa un inferno e in capo ad un anno magari ti ritrovi a piedi. Basta un secondo a cambiarti tutto, ormai. Una bella email, generalmente al venerdí sera, con oggetto “Organizational Announcement“: ed ecco che in pochi minuti scopri che tra un anno il tuo ufficio non esisterá piú. “Ma come é possibile, siamo pieni di lavoro. Non puó essere vero”. E invece é vero. Perché puoi anche avere lavoro a volontá, ma se non sei profitable, salti. Una volta era perdonato, oggi no. E cosí se sei licenziabile, ti ritrovi a piedi;  se non lo sei, ti ritrovi a spedire curriculum a centinaia, senza alcun riscontro, mentre il tuo “nuovo” datore di lavoro ti massacra a suon di mobbing strategico per farti fuori. Quante ne ho sentite, di storie così: tante, troppe.

Ilaria stasera è silenziosa. Lavora da anni come responsabile comunicazione di un grosso gruppo con sede a Milano. Una persona sempre solare ed entusiasta del suo lavoro, anche lei costantemente indaffarata ad armeggiare con lo smartphone aziendale durante ogni nostra cena o aperitivo per controllare le visualizzazioni e statistiche delle sue comunicazioni sui social, ma sempre pronta a ridere e a scherzarci sopra raccontando spassosi aneddoti sulla comunicazione moderna. Stasera l’ho trovata dimagrita, stanca e stranamente molto poco sorridente. Ci ha raccontato di come la sua Azienda ha visto un anno fa il subentro di un potente nuovo investitore estero che ha subito iniziato a piazzare le “sue” persone in tutti i ruoli chiave, facendo fuori prima CEO, poi tutti i VP, e poi anche il suo capo. Ora ha una nuova “Boss” olandese che contesta ogni sua azione e con cui è impossibile andare d’accordo. Molti suoi colleghi e collaboratori hano dato le dimissioni negli ultimi mesi e non è un mistero che la “megera” sia stata messa lì proprio per quello. La sua vita lavorativa è diventata un inferno, ha problemi di insonnia e mangia poco; sta cercando disperatamente di cambiare Azienda, ma nonostante il suo grado ed esperienza trova solo stage, lavoretti, oppure offerte a condizioni decisamente inferiori di quelle con cui lavora ora.
Storie come quella di Ilaria non sono così rare. Tutto oggi cambia in modo incredibilmente repentino e veloce, tutto è sacrificato sull’altare dell’efficienza, del profitto, della riduzione dei costi, dell’aumento dei margini e della crescita sopra ogni cosa. E così adesso è tutto un proliferare di fusioni, razionalizzazioni, sinergie, efficientamenti, cure dimagranti; la parola d’ordine ovunque è: fare di più con meno. Nel grande, ma anche nel piccolo: quando un collega dà le dimissioni, non viene quasi mai rimpiazzato, e chi resta deve correre più di prima. E al centro di questo questo gioco ci siamo noi.

Sono pochi, davvero pochi di noi i fortunati ad essere risparmiati da questa giostra. Io lavoro dal 2005, ho cambiato diverse Aziende, e sono già alla terza fusione. Ed è sempre la stessa identica storia: trionfali proclami di ricchezza e prosperità, la intranet che pullula di interviste e immagini dei top manager elegantissimi e sorridenti, mentre nel chiacchiericcio sottovoce dei corridoi si inizia a intuire il destino di chi é diventato di troppo. Ma rimane solo un chiacchiericcio sottovoce e nulla più, perchè guai a permettersi il lusso di gridare che il re è nudo. Soprattutto in un momento in cui non si capisce bene chi verrà fatto fuori e chi no.

Questo è il mondo di oggi, al netto delle promesse fatteci quando eravamo alle elementari. Genitori e parenti non hanno mai smesso di dirci “Studia, studia, studia, vai all’università” dicevano “avrai un bel lavoro, guadagnarai bene” dicevano “così non farai la fatica che abbiamo fatto noi” dicevano. E ci credevano davvero, lo dicevano per il nostro bene. Ma non potevano immaginare come il mondo sarebbe cambiato. Perchè poi invece la realtà è che siamo finiti per essere un esercito di automi overworked, strapazzati, stressati, pieni di cortisolo fino al midollo, cagionevoli, disordinati, traballanti, e più poveri di loro. Meno benestanti delle generazione precedente, nonostante i nostri titoli di studio e la montagna di ore lavorative che facciamo. Pedine sacrificate sull’altare del sistema economico.

Mentre saluto tutti e mi incammino verso casa penso a me e, riflettendo, realizzo che per avere lo stesso tenore di vita di mio padre sono dovuto emigrare in un paese più ricco; se fossi rimasto in Italia, non avrei potuto garantire ai miei figli il tenore di vita che mio padre ha dato a me. Questo è sicuro. Anzi se fossi ancora in Italia sicuramente non starei neppure pianificando di avere figli perchè ora con ogni probabilità sarei disoccupato, visto che la mia ex Azienda ha deciso di dismettere l’ufficio tecnico di ci ero team leader e quasi tutti i miei ex collaboratori si sono licenziati.
Certo, non avrei più avuto il problema dell’overworking. Ma é esattamente questo il paradosso: ormai o non lavori proprio o ti devi ammazzare di lavoro. Non esiste praticamente più via di mezzo. Ripenso alle parole di Eliana “Oggi se vuoi lavorare è così” ecco, qui sta il problema: quando, come e dove è stato stabilito che “oggi è così”? E perchè noi lo abbiamo accettato così passivamente, senza muovere un dito?

Per di più la settimana scorsa, proprio parlando con mio padre, riflettevo sul fatto che io quando avró la sua età dovrò lavorare ancora 5 anni. E mi chiedo come faremo, con i ritmi che abbiamo, a reggere. Cosa succederà tra 10, 15 o 20 anni, con i ritmi che aumentano sempre di più e noi che inevitabilmente diventeremo meno energetici e meno efficienti e dovremo, magari, cercare anche di lavorare un po’ di meno se vogliamo sperare di avere una famiglia?
Penso a tutto questo e a volte mi chiedo se sia semplicemente destino che sia andata così, che la nostra generazione fosse cornuta e mazziata.
A volte mi chiedo se questo scotto che stiamo pagando da adulti sia sotto certi aspetti il giusto contrappasso per il benessere che abbiamo avuto da bambini e da adolescenti. Forse. Chissà.

Io nel mio piccolo mi sento fortunato, qui in Germania. Le cose vanno bene, l’economia tira, il lavoro c’è, gli stipendi sono alti e permettono di risparmiare; perdere il lavoro qui non é un dramma, se ti metti di impegno a breve ne trovi uno nuovo.
Tuttavia anche qui vedo alcuni campanelli d’allarme non indifferenti. Se non si ferma l’Immobilienboom in corso, c’è da chiedersi come farà la gente a permettersi casa tra 10 o 20 anni; negli ultimi 10 anni gli stipendi in Germania sono saliti del 20% mentre le case sono salite del 100%. È chiaro che questa situazione non è sostenibile. Il rischio è quello di vedere tutta la classe media (tra cui il sottoscritto) esiliata nelle campagne e nei Dorf fuori città.
Inoltre anche qui i ritmi stanno pericolosamente aumentando. Il modo di lavorare “tedesco” con la penna che cade alle 4 del pomeriggio, non è più tabù. Non è raro stare in ufficio dalle 7 alle 19, se la situazione lo richiede. E ultimamente lo sta richiedendo un po’ troppo.
La mia impressione è il destino della classe media qui in Germania non sia molto diverso da quello della classe media italiana. Anzi, forse è lo stesso, solo posticipato di un paio di decenni.

Nota importante: i nomi sono di fantasia, e le situazioni sono  decontestualizzate quanto basta per rispettare la privacy dei miei amici.
Ma il resto, purtroppo è tutto vero.

Dal Motorola Maxi a WhatsApp… io mi sono rotto :-/

cellulare

Il cellulare. E’ stata una lunga, inesorabile rivoluzione iniziata quando ero adolescente. Iniziò lentamente, con l’arrivo dei primi telefonini nelle mani di noi ragazzi. Era il ’96, ’97. Nelle aule delle scuole medie e, soprattutto, superiori cominciavano a vedersi i primi “privilegiati” che sfoggiavano con orgoglio l’ultimo regalo ricevuto da mamma e papà.

I primissimi telefoni cellulari, come il mio motorola MAXI D160, erano grossi, goffi e con suonerie da radiosveglia. Ricordo ancora che fui tra i primi ad averne uno, nel ’96, a 13 anni. All’epoca era un oggetto quasi magico, in grado di suscitare l’invidia e l’ammirazione di tutti.
Fu solo l’inizio. Non ci volle molto, di lì a poco il cellulare diventò un fenomeno di massa tra i giovani. Ora che ci penso, è difficile datare con esatteza il momento dell’ “esplosione” del telefono cellulare nella mia generazione, scavando elle mie reminescenze io credo che coincida con l’uscita del Nokia 5110, che forse è stato il primo vero telefonino “trendy” e “cool” tra i ragazzini. Come dimenticarlo? Lo volevano tutti, e nel giro di pochi mesi lo avevano tutti. Suonerie moltiple, giochi (il mitico snake), cover intercambiabili: era l’inizio di una nuova moda. Ma anche l’inizio di una nuova era di comunicazione sfrenata e illimitata. destinata a diventare in breve ossessiva e perversa.
Non avevo ancora 18 anni e già tanti miei amici passavano la giornata ad armeggiare col telefono in mano. La rivoluzione vera erano gli SMS. Veloci, comodi, abbastanza economici. I primi episodi seri di morbosità da SMS erano tipici dei miei amici fidanzati con profilo di “storia seria”. Una vita a scambiare SMS con la tipa. Venti, cinquanta, cento messaggi al giorno. C’era chi arrivava a concordare uno squillo con la fidanzata ogni 10 minuti e se ne saltava uno, allarme rosso. Erano casi limite, ma segnavano l’esordio di un fenomeno preoccupante. Destinato, con gli anni, a peggiorare.

Parliamoci chiaro: non nego il fatto che viviamo in un’era meravigliosa, in cui possiamo comunicare con chi vogliamo quando vogliamo, per di più a costo quasi nullo. Le distanze sono ormai azzerate dalla tecnologia, ovunque vai sei sempre in collegamento con il resto del mondo.

Solo che ormai questa “comunicazione a tutti i costi” ha assunto i toni di una ossessione malata. Oggi, anni domini 2013, la situazione ha assunto connotati che fatico a comprendere e a tollerare.

Lo smartphone ti connette a tutto: rete telefonica e internet, quindi telefonate, sms, social networking, messaggistica di ogni genere. Una volta, per parare con qualcuno, dovevi aspettare di poterlo vedere o chiamare con un telefono fisso; se volevi parlare, raccontare qualcosa, o semplicemente chiacchierare, dovevi aspettare. Era anche un pò il “bello” del ritrovarsi, secondo me: tutti al bar a fine giornata a raccontarsi le peripezie del giorno appena concluso. Ora invece non è più necessario aspettare: si può “condividere” tutto subito. Ecco, secondo me il problema risiede nel fatto che “si può” è diventato, col passare degli anni, “si deve”.

L’altro giorno ero per strada, quando incappo in una coda interminabile sulla provinciale Vimercate-Trezzo. Dopo un po’, inizio a scorgere il motivo della coda: un brutto incidente, con un’automobile ribaltata fuori dalla sede stradale. Di fatto, non c’era nessun autoveicolo fermo sulla strada ad intralciare la viabilità, e la coda era esclusivamente dovuta alla curiosità degli automobilisti di passaggio. Ma non era semplice curiosità, era qualcosa di ancor più morboso e, a mio avviso, terribile.
Si ripeteva sistematicamente la stessa scena con ogni auto che avevo davanti: arrivata a fianco dell’auto ribaltata il finestrino si abbassava, ne usciva il braccio con lo smartphone tra le mani, accensione del classico led bianco ad indicare lo scatto di una foto, dopo di che il pollice prendeva a battere vorticosamente sulla tastiera. Chi era in auto da solo si fermava e slacciava la cintura di sicurezza pur di potersi sporgere tutto a destra e tirare fuori la mano dal finestrino.
Una scena tremenda. Ma è proprio necessario fare una foto e inviarla su facebook, whatsapp chissà quale altro cavolo di strumento di condivisione? Capisco che un’auto ribaltata faccia il suo effetto, ma… è proprio necessario farlo sapere all’amico, alla fidanzata, a tutti? Se ci fosse stato un poveraccio morente sull’asfalto in una pozza di sangue avrebbero fotografato pure lui?
Poi ti fermi al bar a bere un caffè, e vedi quello di fianco a te al bancone che scatta una foto alla tazzina fumante e condivide su facebook scrivendo “coffee time”. Boh. Forse è l’ultimo che beve in vita sua.
Esci a berti una birra al pub ed è più la gente che se ne sta in silenzio con lo smartphone in mano di quella si sta parlando. Ma allora perchè siete usciti, mi chiedo io.
A 30 anni  ti becchi ancora le scenate dalla fidanzata perchè le mandi “solo” 10 sms al giorno. Perchè oggigiorno, ormai, non importa se hai 13 anni o ne hai 40, la solidità di una relazione si misura con gli SMS e le telefonate, con tanto di standard precisi da rispettare (una mia ex, 28enne, disse testualmente che “una relazione non può funzionare con solo 10 sms giornalieri e 2 o 3 chiamate al giorno”).  E io che pensavo che contassero i sentimenti, l’affiatamento, l’affetto. Che antico che sono. Chissà come hanno fatto i nostri genitori (i cui matrimoni, è un dato di fatto, sono decisamente più solidi di quelli del giorno d’oggi) a rimanere insieme così tanti anni senza cellulari, senza messaggistica instantanea, senza i social network. Probabilmente è stato un miracolo.
Whatsapp è stato il colpo di grazia. Dice se hai ricevuto il messaggio, dice se lo hai letto, dice quando sei online. Insomma, non ti lascia scampo. Ogni volta che prendi in mano il telefono, anche solo per guardare l’ora, comunica a tutti che ci sei.  Compare la malefica scritta “online” e le ovvie conseguenze piovono sotto forma di messaggio: “ti ho visto, sei online” “hai letto il messaggio perchè non rispondi” “rispondi per favore” “che ci fai sveglio alle 3 di notte” “ma non avevi detto che stasera andavi a letto presto”.

Finchè un giorno, senza un motivo particolare, ho aperto il cassetto delle reliquie e ho ritrovato, tra i vari oggetti ella mia infanzia/adolescenza, il mio motorola Maxi D160 e il mio primo Nokia, un 8310. Solo chiamate e messaggi, niente internet, niente whatsapp, niente gps, niente di niente. La tentazione è stata troppo forte. Li ho aperti o e ho tentato un cambio di SIM, ma sfortunatamente la mia SIM da 128K, una tecnologia sconoscuta all’epoca della loro progettazione, è risultata indigesta. Allora ho preso un’altra decisione, forse ancora più radicale: spegnere il telefono. Sì, spegnerlo, rinunciare a tutta questa “comunicazione forzata” e starmene finalmente un pò per i fatti miei.

E dopo qualche giorno libero dallo smartphone, ti rendi conto di cosa sta succedendo. Torni indietro nel tempo, ti riabitui, lentamente, a come funzionavano una volta le comunicazioni tra esseri umani. E capisci che a furia di messaggiare, parlare, essere sempre in contatto, la gente ormai non ha più niente da dirsi. Ecco quindi la disperata ricerca della novità, della “cosa da raccontare” o da far vedere. Ecco le braccia protese fuori dal finestrino a fotografare l’incidente pur di accaparrarsi “qualcosa di interessante” dacondividere.
Ed ecco perchè oggi, se vogliamo, è diventato più faticoso essere “amici”.. manca il distacco. Il sano distacco che, ogni tanto, ti fa apprezzare una persona perchè non c’è. In un mondo supercollegato è difficile sentire la mancanza di qualcuno. Forse dovremmo ricominciare. O forse no.

Però, tanto per cominciare, io inizierò a spegnere il telefono, di tanto in tanto, per qualche giorno. Mi godo la solitudine, e mi ricollego al mondo solo quando ho voglia di farlo.