Dal Motorola Maxi a WhatsApp… io mi sono rotto :-/

cellulare

Il cellulare. E’ stata una lunga, inesorabile rivoluzione iniziata quando ero adolescente. Iniziò lentamente, con l’arrivo dei primi telefonini nelle mani di noi ragazzi. Era il ’96, ’97. Nelle aule delle scuole medie e, soprattutto, superiori cominciavano a vedersi i primi “privilegiati” che sfoggiavano con orgoglio l’ultimo regalo ricevuto da mamma e papà.

I primissimi telefoni cellulari, come il mio motorola MAXI D160, erano grossi, goffi e con suonerie da radiosveglia. Ricordo ancora che fui tra i primi ad averne uno, nel ’96, a 13 anni. All’epoca era un oggetto quasi magico, in grado di suscitare l’invidia e l’ammirazione di tutti.
Fu solo l’inizio. Non ci volle molto, di lì a poco il cellulare diventò un fenomeno di massa tra i giovani. Ora che ci penso, è difficile datare con esatteza il momento dell’ “esplosione” del telefono cellulare nella mia generazione, scavando elle mie reminescenze io credo che coincida con l’uscita del Nokia 5110, che forse è stato il primo vero telefonino “trendy” e “cool” tra i ragazzini. Come dimenticarlo? Lo volevano tutti, e nel giro di pochi mesi lo avevano tutti. Suonerie moltiple, giochi (il mitico snake), cover intercambiabili: era l’inizio di una nuova moda. Ma anche l’inizio di una nuova era di comunicazione sfrenata e illimitata. destinata a diventare in breve ossessiva e perversa.
Non avevo ancora 18 anni e già tanti miei amici passavano la giornata ad armeggiare col telefono in mano. La rivoluzione vera erano gli SMS. Veloci, comodi, abbastanza economici. I primi episodi seri di morbosità da SMS erano tipici dei miei amici fidanzati con profilo di “storia seria”. Una vita a scambiare SMS con la tipa. Venti, cinquanta, cento messaggi al giorno. C’era chi arrivava a concordare uno squillo con la fidanzata ogni 10 minuti e se ne saltava uno, allarme rosso. Erano casi limite, ma segnavano l’esordio di un fenomeno preoccupante. Destinato, con gli anni, a peggiorare.

Parliamoci chiaro: non nego il fatto che viviamo in un’era meravigliosa, in cui possiamo comunicare con chi vogliamo quando vogliamo, per di più a costo quasi nullo. Le distanze sono ormai azzerate dalla tecnologia, ovunque vai sei sempre in collegamento con il resto del mondo.

Solo che ormai questa “comunicazione a tutti i costi” ha assunto i toni di una ossessione malata. Oggi, anni domini 2013, la situazione ha assunto connotati che fatico a comprendere e a tollerare.

Lo smartphone ti connette a tutto: rete telefonica e internet, quindi telefonate, sms, social networking, messaggistica di ogni genere. Una volta, per parare con qualcuno, dovevi aspettare di poterlo vedere o chiamare con un telefono fisso; se volevi parlare, raccontare qualcosa, o semplicemente chiacchierare, dovevi aspettare. Era anche un pò il “bello” del ritrovarsi, secondo me: tutti al bar a fine giornata a raccontarsi le peripezie del giorno appena concluso. Ora invece non è più necessario aspettare: si può “condividere” tutto subito. Ecco, secondo me il problema risiede nel fatto che “si può” è diventato, col passare degli anni, “si deve”.

L’altro giorno ero per strada, quando incappo in una coda interminabile sulla provinciale Vimercate-Trezzo. Dopo un po’, inizio a scorgere il motivo della coda: un brutto incidente, con un’automobile ribaltata fuori dalla sede stradale. Di fatto, non c’era nessun autoveicolo fermo sulla strada ad intralciare la viabilità, e la coda era esclusivamente dovuta alla curiosità degli automobilisti di passaggio. Ma non era semplice curiosità, era qualcosa di ancor più morboso e, a mio avviso, terribile.
Si ripeteva sistematicamente la stessa scena con ogni auto che avevo davanti: arrivata a fianco dell’auto ribaltata il finestrino si abbassava, ne usciva il braccio con lo smartphone tra le mani, accensione del classico led bianco ad indicare lo scatto di una foto, dopo di che il pollice prendeva a battere vorticosamente sulla tastiera. Chi era in auto da solo si fermava e slacciava la cintura di sicurezza pur di potersi sporgere tutto a destra e tirare fuori la mano dal finestrino.
Una scena tremenda. Ma è proprio necessario fare una foto e inviarla su facebook, whatsapp chissà quale altro cavolo di strumento di condivisione? Capisco che un’auto ribaltata faccia il suo effetto, ma… è proprio necessario farlo sapere all’amico, alla fidanzata, a tutti? Se ci fosse stato un poveraccio morente sull’asfalto in una pozza di sangue avrebbero fotografato pure lui?
Poi ti fermi al bar a bere un caffè, e vedi quello di fianco a te al bancone che scatta una foto alla tazzina fumante e condivide su facebook scrivendo “coffee time”. Boh. Forse è l’ultimo che beve in vita sua.
Esci a berti una birra al pub ed è più la gente che se ne sta in silenzio con lo smartphone in mano di quella si sta parlando. Ma allora perchè siete usciti, mi chiedo io.
A 30 anni  ti becchi ancora le scenate dalla fidanzata perchè le mandi “solo” 10 sms al giorno. Perchè oggigiorno, ormai, non importa se hai 13 anni o ne hai 40, la solidità di una relazione si misura con gli SMS e le telefonate, con tanto di standard precisi da rispettare (una mia ex, 28enne, disse testualmente che “una relazione non può funzionare con solo 10 sms giornalieri e 2 o 3 chiamate al giorno”).  E io che pensavo che contassero i sentimenti, l’affiatamento, l’affetto. Che antico che sono. Chissà come hanno fatto i nostri genitori (i cui matrimoni, è un dato di fatto, sono decisamente più solidi di quelli del giorno d’oggi) a rimanere insieme così tanti anni senza cellulari, senza messaggistica instantanea, senza i social network. Probabilmente è stato un miracolo.
Whatsapp è stato il colpo di grazia. Dice se hai ricevuto il messaggio, dice se lo hai letto, dice quando sei online. Insomma, non ti lascia scampo. Ogni volta che prendi in mano il telefono, anche solo per guardare l’ora, comunica a tutti che ci sei.  Compare la malefica scritta “online” e le ovvie conseguenze piovono sotto forma di messaggio: “ti ho visto, sei online” “hai letto il messaggio perchè non rispondi” “rispondi per favore” “che ci fai sveglio alle 3 di notte” “ma non avevi detto che stasera andavi a letto presto”.

Finchè un giorno, senza un motivo particolare, ho aperto il cassetto delle reliquie e ho ritrovato, tra i vari oggetti ella mia infanzia/adolescenza, il mio motorola Maxi D160 e il mio primo Nokia, un 8310. Solo chiamate e messaggi, niente internet, niente whatsapp, niente gps, niente di niente. La tentazione è stata troppo forte. Li ho aperti o e ho tentato un cambio di SIM, ma sfortunatamente la mia SIM da 128K, una tecnologia sconoscuta all’epoca della loro progettazione, è risultata indigesta. Allora ho preso un’altra decisione, forse ancora più radicale: spegnere il telefono. Sì, spegnerlo, rinunciare a tutta questa “comunicazione forzata” e starmene finalmente un pò per i fatti miei.

E dopo qualche giorno libero dallo smartphone, ti rendi conto di cosa sta succedendo. Torni indietro nel tempo, ti riabitui, lentamente, a come funzionavano una volta le comunicazioni tra esseri umani. E capisci che a furia di messaggiare, parlare, essere sempre in contatto, la gente ormai non ha più niente da dirsi. Ecco quindi la disperata ricerca della novità, della “cosa da raccontare” o da far vedere. Ecco le braccia protese fuori dal finestrino a fotografare l’incidente pur di accaparrarsi “qualcosa di interessante” dacondividere.
Ed ecco perchè oggi, se vogliamo, è diventato più faticoso essere “amici”.. manca il distacco. Il sano distacco che, ogni tanto, ti fa apprezzare una persona perchè non c’è. In un mondo supercollegato è difficile sentire la mancanza di qualcuno. Forse dovremmo ricominciare. O forse no.

Però, tanto per cominciare, io inizierò a spegnere il telefono, di tanto in tanto, per qualche giorno. Mi godo la solitudine, e mi ricollego al mondo solo quando ho voglia di farlo.

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