Pensieri in viaggio (3)

Va bene, ammetto di essermi sbagliato.

Mi trovo su un ICN diretto a Basilea, abbiamo da poco abbandonato Bellinzona e ci stiamo dirigendo verso il tunnel di base del San Gottardo. Oggi, per via di due concomitanti importanti manifestazioni sportive a Lugano, l’affluenza è più elevata del solito. Questo ha fatto si che già a Bellinzona la doppia composizione di elettrotreni sia arrivata a scoppiare di gente.

Per fortuna per oggi ho deciso di concedermi uno Sparpreis 1. Classe e viaggio sparanzato su un comodo posto prenotato. Ma in molti sono rimasti in piedi.

Sorprendentemente, per ben tre volte (tre, accidenti) il capotreno ha dovuto rivolgersi all’altoparlante in italiano e in tedesco invitando i viaggiatori a liberare i sedili da borse e valigie per lasciar sedere le persone. Dico “sorprendentemente” perché ci troviamo nella civilissima Confederazione Elvetica.

Ho ritenuto opportuno riportare l’episodio perché non sono solo gli italiani ad essere maleducati, a quanto pare. E onestamente non so se dispiacermene o rallegrarmene…

Giorni di un passato che è ancora qui

Non so quanti anni sono passati dall’ultima volta che ho scritto un post di un blog qui. Ne ho scritti parecchi, nei miei primi anni da blogger. Qui, seduto alla scrivania della mia vecchia camera, magari a notte fonda, con solo la luce dello schermo a illuminare la stanza.

Sedersi qui è come ripercorrere a mente quegli anni. E rileggermi tutto il blog dàa una bella mano. Sono stati anni fantastici, certo costellati di alti e bassi, ma ripercorrendo tutto mi rendo conto che non mi è mancato nulla, sono sempre stato bene, ho goduto della compagnia di persone eccezionali e tutto quello che volevo dalla vita alla fine l’ho ottenuto ed è stato quasi sempre per merito mio.

Quello che mi sono lasciato alla spalle, in fondo, non è tanto importante quanto il come lo ho vissuto. E penso di aver vissuto tutto sempre al meglio. Positivamente, accettando sfide, vincendo e perdendo, come tutti noi del resto.

Ma ecco, se dobbiamo buttarla sul capitolo “ricordi”, credo che forse le cose che più mi fa piacere richiamare alla memoria sono quelle serate, quelle avventure, quelle “ragazzate da scappati di casa” che di tanto in tanto capitava di fare, nelle occasioni più disparate. Che fosse andare in discoteca e tornare a casa il giorno dopo dopo averne combinate di tutti i colori oppure caricare un furgone all’inverosimile con destinazione un qualche circuito a 500 km da casa per correre come pazzi in sella ad una moto elaborata.. sono davvero contento, contentissimo di tutto quello che ho fatto e se tornassi indietro, rifarei tutto palmo palmo dal primo all’ultimo giorno.

Da quando si andava in pista col 125, quando abbiamo iniziato a sognare di correre e di improvvisarci piloti almeno per una volta nella vita.. quando poi il 125 è diventato un 1000 e il gioco si è fatto davvero cazzuto e duro, quando i miei “meccanici”erano in realtà i miei migliori amici, quando ogni mercoledì sera il giro al Moto Club Desio era un rito prima di andare al Train e finire a discutere di gare, moto e velocità davanti al boccale ambrato di una Tennent’s… quando si usciva tutti al Fashion, e poi dopo qualche anno allo Sporting Club, quando si usava la “regola dello scontrino” per decidere chi guidava al ritorno, quando si facevano le baraccate in “Fattoria” o in “Campagna”… quegli anni in cui andavo a letto sempre tardissimo e mi alzavo sempre prestissimo, col mio vecchio lavoro che ero sicuro, sicurissimo non avrei mai molato nella vita perchè mi ci trovavo davvero bene, in quel mondo, così a contatto con l’aviazione..

Sì, la cosa comica è che se penso a quegli anni, probabilmente non avrei scommesso mezzo euro su dove sono adesso e cosa faccio adesso. Ma questo, probabilmente è il bello della vita. Anzi forse è il più bel regalo che la vita potrebbe farti… novità, sfida, avventura. La staticità, i giorni tutti uguali fatti di cose uguali, alla lunga diventano come la galera.

E poi pensando ad alcuni dei miei amici più cari, mi rendo conto che questo vale probabilmente anche per loro. 5 o magari 10 anni fa avremmo avuto una vaga idea di dove siamo oggi? Credo che la risposta sia la stessa per tutti… assolutamente no.

Oggi siamo un po’ dispersi, sparsi in giro.. per il mondo, è il caso di dirlo. Ma la cosa bella è che nonostante tutto, quando ci vediamo, è come se il cervello tornasse indietro di 10 anni. Perchè abbiamo vissuto giorni di un passato che è ancora qui. Perchè tutto quello che abbiamo fatto e vissuto insieme, dalle cose più stupide alle più impegnative, ci ha uniti. Restiamo vicini anche se lontani.

Eh, la cosa bella è che questo post non era premeditato. Mi sono seduto qui e ho ripensato a quando scrivevo i miei primi post del blog. E poi, è stato un attimo, ho iniziato a scrivere, tutto di getto e d’istinto. Sono contento perchè mi sono tirato parecchio su di umore. Ci voleva un po’, dopo gli ultimi periodi. E quasi quasi adesso pubblico le mie foto dell’aurora boreale dello scorso ottobre… e vorrei dedicarle alla mamma.

Malinconia e rabbia

Ne è già passato, di tempo. E’quasi un mese ormai. Sembra un’eternità, da quando te ne sei andata il tempo ha iniziato a scorrere molto, molto lentamente.

Il problema è che non ho mai saputo come regolarmi, come reagire, sia durante, che dopo, che ora. Trasportato dagli eventi, perfettamente conscio di quello che stava succedendo e di quello che a breve sarebbe accaduto, mi sono sentito spento, vuoto, incapace di provare emozioni. Forse di fronte a queste cose il nostro io cerca di proteggersi e si chiude a riccio per attutire il più possibile ogni sofferenza. Ma non esiste nulla che possa attutire tutto questo, e me ne sto rendendo conto a poco a poco. Quello che ho cercato di controllare, di reprimere, inevitabilmente alla fine è affiorato.

Passano i giorni e la disperazione lascia il posto ad una costante, onnipresente, fortissima malinconia. Che ti opprime, ti soffoca, ti rallenta, non hai voglia di fare nulla e ti senti sempre stanco e debole. Sto realizzando a poco a poco che non ci sei più, e tutto questo fa male. Fa terribilmente male, fa incazzare.

Io speravo almeno che quella malattia infame ti lasciasse il tempo di venirmi a trovare, di venire a vedere come mi ero sistemato qui. So quanto ci tenevi, lo volevi più di me. Speravo che potessi goderti la pensione insieme a papà. Andare in giro, spassarvela, e godervi i vostri meritati anni di svago. E fa incazzare tutto questo, perché il destino nella sua cattiveria ti ha portato via tutto questo proprio quando ci eri appena arrivata. Mi incazzo, perché tutto quello che verrà di buono nelle nostre vite non potrai vederlo, tutte le soddisfazioni che avremo in futuro saranno soddisfazioni a metà perché non potremo condividerle con te. Mi incazzo a pensare a papà che è rimasto solo proprio quando arrivava il momento di godersi la vita insieme a te.

Mi incazzo quando mi vengono a parlare di dio, di fede, quando in tutto questo vedo solo la crudele casualità di un destino infame e ammesso che davvero esista un disegno divino in tutto ciò, allora il  mio apprezzamento nei suoi confronti non andrebbe più in là di un dito medio rivolto al cielo.

Malinconia e rabbia. Ecco cosa. Vorrei tanto liberarmene, riuscire a non sentirli ma non ce la faccio. Non ci riesco. Forse è giusto così.

Non sai quanto è stata dura i primi giorni. Neanche il tempo di riprendersi dal carico di angoscia delle condoglianze e dei rituali funebri e già sei alle prese con tutte le pratiche burocratiche. Giorni e giorni rimbalzati da un ufficio all’altro per sistemare questo e quello e quell’altro, uno schifo. Non hai nessuna voglia ma lo devi fare.

Non che ora vada meglio. Ma almeno, qui a Darmstadt, riesco a mettere un po’ di distanza e a concentrarmi sul mio lavoro, e questo aiuta tanto. Per stare con te quando stavi male ho bruciato quasi tutte le mie ferie, adesso ho un sacco di lavoro da recuperare, e in fondo va bene così. Avere tanto da fare aiuta, in questo momento è quasi una benedizione. Sono contento di essere potuto stare a casa quasi un mese per starti vicino, sono felice che i miei colleghi qui in Germania abbiano capito. Ma anche se non avessero capito, lo avrei fatto lo stesso.

Malinconia e rabbia. Quando ogni mattina salgo sul tram, mi siedo e mando il messaggio del buongiorno a tutti.. ora ne mando uno di meno. Ma credo che la cosa che mi mancherà di più sarà non avere più il riferimento che sei sempre stata per me.

Di solito è abbastanza raro che mi capiti di non avere la risposta ad una situazione. Ma le poche volte che succedeva, che fosse un dubbio su un medicinale da prendere, sulla dichiarazione dei redditi o su un termine commerciale in tedesco, alla fine chiedevo sempre a te. Perché non so come facevi, ma una risposta ce l’avevi sempre, su qualunque argomento. E questo mi mancherà tantissimo. Insieme a tutto quello che tu eri. Non solo per me, ma per tutti noi. Per tutta la famiglia.

Mi dispiace mamma, mi dispiace così tanto. Non doveva finire così.

Nel cuore per sempre.

Mama and me

Pensieri in viaggio (2)

Questo é, probabilmente, il viaggio piú triste di sempre per me.

Alle 14, dopo una serie di tragici messaggi whatsapp da parte di mia madre prima, e di mia sorella poi, ho parlato col mio capo, preso un biglietto al volo e sono partito per casa. In questo momento sono sotto al nuovo tunnel di base del Gottardo, intorno alle 23 saró a Chiasso dove mi verrá a prendere Hanna. In questo momento, non so cosa pensare se non che ho sbagliato tutto. Maledico me stesso per essermene andato, per aver lasciato mio padre, mia madre e mia sorella a combattere da soli, per aver voluto pensare solo a quello che era meglio per me.

In questo momento farei volentieri cambio.. tutto il mio successo, tutte le mie vittorie, del mio stipendio, di ogni cosa materiale che ho conquistato.. sarei pronto a dare tutto.. purché si risolvesse questo problema.

In questi giorni in cui nel mio cuore alberga solo tristezza, ho cercato conforto in tutte le letture che di solito mi tirano su, ma senza successo. Ho solo nella mente un passaggio, che non riesco a togliermi dalla testa, di Shopenhauer:

“La salute sovrasta ogni bene esterno, tanto che davvero un mendicante sano é piú felice di un re malato”

Maledizione, quanto ha ragione. Quanto ha ragione.

Buone feste a tutti

Il titolo, in realtà, è un tantino sarcastico in quanto in questo momento lo spirito festaiolo proprio non fa parte del mio essere. Queste feste sono andate così così. Diciamo male.

Un sacco di ferie (ero già a casa il 15 dicembre) e un sacco di tempo per rilassarmi. Ma così non è stato. Venivo da un periodo lavorativamente parlando molto impegnativo (un lungo viaggio in USA) ma anche pregno di soddisfazioni (una bella milestone presa in pieno e tante osservazioni positive da capo e colleghi nuovi) e c’erano tutti i presupporsi per passare un bel periodo a casa con amici e famiglia.

Purtroppo la vita mi ha insegnato che quando le cose vanno troppo bene per un certo periodo, è segno che sta per arrivare qualche botta. Non può sempre andare tutto bene lo vorremmo, sarebbe bello, ma non può essere così. Non funziona così la vita. Probabilmente è una legge di compensazione invisibile che agisce per tutti noi. Se ti gira troppo bene da un lato, per compensazione deve andarti male qualcos’altro. Quasi come se nessuno avesse dritto alla felicità perfetta.

Prima è arrivata, ormai inevitabile, la diagnosi di ipertensione. Erano mesi che ci giravo intorno, ma stavolta non ho avuto scampo: l’Holter pressorio (strumento che porti al braccio per un intera giornata e registra la tua pressione ad intervelli regolari facendo una media) non mente: ho 140/90 di media durante il giorno, e sono ufficialmente entrato nel club degli ipertesi. Questo davvero non me lo aspettavo, nel senso che avendo 33 anni, normopeso e con i miei 25-30 km di nuoto al mese pensavo di essere una persona sana e avere un sistema respiratorio e cardiovascolare perfetto. Invece evidentemente non è così.

“Il 13% degli under 40 è iperteso, più di uno su dieci” ha detto il primo cardiologo che mi ha visitato dopo l’Holter “e la maggioranza non sa di esserlo. Lei ora sa di esserlo ed è fortunato, perché può curarsi. Una pillola al giorno tutte le mattine e passa la paura. I suoi coetanei ipertesi che non sanno di esserlo, a 50 anni avranno un bell’infartino o un ictus. Lei no” ha poi proseguito, col tipico tatto dei medici quando danno le brutte notizie.

Visto che il primo parere non mi piaceva, ne ho sentito un secondo.. praticamente identico. Dall’ ipertensione non si guarisce, ma ci si può curare. Ma l’idea di prendere pillole per tutta la vita onestamente mi fa schifo. Le ricerche su internet poi, non sono affatto confortanti. Calo di concentrazione, debolezza, calo enorme delle performance sportive, calo della libido.. sono le reazioni più comuni a questi farmaci. Col mio lavoro, non posso certo permettermi cali di concentrazione. Il nuoto poi, è l’unica valvola di sfogo che mi è rimasta (con la mia anca non posso fare null’altro) e non voglio rinunciarci. Quindi fanculo i medici e farò di testa mia. Mi do’ sei mesi di tempo. Cambierò alimentazione, cercherò di ritagliarmi più momenti di relax, intensificherò gli allenamenti e cercherò di tornare a 67 kg come ero qualche anno fa, quando ero in piena forma. Ripeterò l’holter, e se la pressione sarà ancora alta allora mi arrenderò, accetterò il fatto che nulla può la mia volontà contro la genetica, e prenderò le stramaledette pillole..

Poi dopo Natale, è arrivata la seconda brutta notizia, decisamente peggiore.. appena ad un mese dalla fine della chemioterapia, il linfoma di mia mamma si è già ripresentato. Nessuno se lo aspettava, neppure i dottori, tant’è che tutto era pronto per il trapianto di midollo a metà gennaio. Ora bisogna ricominciare tutto daccapo: nuovi cicli di chemio, nuovi esami, e riorganizzare il trapianto.

Fa male, fa davvero male, perché venivamo da un periodo in cui le notizie sembravano sempre positive (ottima reazione ai farmaci, esami nella norma, e poi la grande fortuna di trovare un donatore 100% compatibile) ed ora sembra di essere tornati a sei mesi fa. C’è tanto silenzio in casa e nessuno ha voglia di parlare. Stasera dovremmo partire per la montagna, io Hanna e Serena, e raggiungere gli altri che sono già lì, ma se devo essere sincero non ne ho nessuna voglia. Preferirei rimanere a casa, in silenzio, con mamma e papà.

La mamma dice che è stufa, che non ce la fa più, che non ha più voglia di continuare a lottare e a soffrire per questa cosa che sembra proprio essersi aggrappata al suo corpo con tutte le sue forze. Noi tutti diamo il massimo per supportarla e per darle la carica, perché deve farcela, perché deve combattere.. ma è dura essere di supporto quando il primo ad essere avvilito sei tu. Ho imparato ad accettare le cose che non posso cambiare, e fare del mio meglio per cambiare quelle che si possono cambiare.. ma in questo momento faccio fatica. Faccio fatica.

Faccio fatica a ritrovare la mia positività, ho la testa pervasa da pensieri negativi e non riesco a liberarmene. Quello che mi manca da tempo, da tanto tempo, è la mente sgombra, la pace, la spiritualità. Per un motivo o per l’altro ho sempre la testa piena di pensieri che vanno a trecento all’ora. Che siano preoccupazioni per persone a cui voglio bene, progetti di lavoro, o scadenze.. sento la mancanza di tranquillità. A volte ho la sensazione che ho bisogno di formattare il cervello, eliminare ogni ricordo per una settimana, stare in uno stabilimento termale di montagna isolato senza telefono, computer, rete internet o connessioni con nessuno.. senza un pensiero.. niente.

E’ da un po’ ormai che mi sento sempre nervoso e incattivito .. e non è da me. Mi incazzo facilmente (non è da me), insulto ferocemente quelli che non mi danno la precedenza in strada (non è da me), ieri stavo per venire alle mani per un parcheggio a Milano (non è da me), ho qualcosa dentro di cui mi devo liberare al più presto. Forse anche il mio stato ipertensivo è una espressione di tutta la tensione che ho in corpo. Ora come ora non vedo l’ora che quest’anno finisca, tornare a Darmstadt, restare un po’ da solo e cercare di espellere tutto il male che ho dentro. Per cui scusatemi, se non ho nessuna voglia di festeggiare. Chiedo scusa a tutti se per questo capodanno non sarò affatto di compagnia.

Buone feste a tutti.

Comprare casa? No grazie…

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Questo post é un po’ di parte, perché io personalmente sono sempre stato in affitto e mai mi ha accarezzato l’idea di comprare casa. É una mia scelta personale giustificata da molti fattori, la maggior parte dei quali saranno elencati in questo post. Sono peró convinto che questa mia filosofia andrá sempre piú affermandosi in futuro, anche in un paese come l’Italia in cui ancora oggi la casa di proprietá é vista come qualcosa di sacro e “obbligatorio”.

Una premessa é d’obbligo: questo post é riferito a persone “normali”. Con “normali” intendo persone che non hanno ricevuto nessun immobile in ereditá o in regalo da genitori, non vengono da famiglie agiate per le quali acquistare un immobile in piú o in meno non é un problema, non hanno vinto al superenalotto o alla lotteria, bensí quelle persone che, come la maggioranza di tutti noi, se vogliono un tetto sopra la testa devono rimboccarsi le maniche, arrangiarsi e pagarsi l’affitto oppure farsi una trentina d’anni di mutuo.

Ecco a tal riguardo ritengo che ci sono molte ragioni per le quali, a mio avviso, al giorno d’oggi non conviene piú fare sacrifici per comprarsi casa ma convenga assai di piú stare in affitto. In paesi come Svizzera e Germania buona parte della classe media vive in affitto e nessuno percepisce ció come una “insicurezza” o un rischio.
Il mondo é cambiando e ancora sta cambiando, molto in fretta. Non si puó piú fare conto sulla stabilitá e sulle certezze che c’erano una volta ed essere mobili, flessibili, agili, diventerá fondamentale se si vuole vivere bene. Qualche esempio:

1) Il posto di lavoro. Una volta si iniziava a lavorare in azienda a 19 anni e lí restavi fino alla pensione. Potevi comprarti la tua bella casetta a pochi km dalla fabbrica ed eri tranquillo che saresti stato sempre lí comodo comodo. É proprio cosí che tanti comuni nel Nord Italia si sono ingranditi a dismisura diventando autentiche cittá-dormitorio (Desio é una di quelle) nel periodo in cui le industrie crescevano l’economia correva a mille. Oggi beh.. non vi é piú certezza di nulla, lavorativamente parlando. Aziende che sono sempre andate bene ora vanno in vacca a velocitá impressionante, e neanche i grandi gruppi multimazionali sono piú una sicurezza ormai: tutti tagliano, diversificano, trasferiscono, delocalizzano. Oggi purtroppo é molto piú facile trovarti trasferito, licenziato, o comunque in necessitá di cambiare lavoro. Oppure trovi magari il lavoro dei tuoi sogni, bellissimo e anche meglio pagato.. ma é a 200 km da te. Cosa fai? In tutti questi frangenti, la casa di proprietá diventa una colossale palla al piede.

2) La location. Come detto introducendo il post, il mondo sta cambiando in fretta. Questi cambiamenti si riflettono anche nelle nostre cittá: quante zone 10-15 anni fa erano considerate zone “carine” per abitare e oggi, invece, sono diventate brutte e degradate? Di esempi ce ne sono a iosa, solo in Lombardia. Questi cambiamenti avvengono nell’arco di anni e sono, ahimé, assolutamente imprevedibili. E su questo argomento si potrebbero spendere fiumi di parole e fare mille polemiche, perché la gestione in molti ambiti importanti (sicurezza, forze dell’ordine, criminalitá, immigrazione, ecc..) da parte dello Stato é stata maldestra e inefficiente e a pagare tutto ció sono i cittadini.. ma non é di questo che voglio parlare. Oggi ci ritroviamo con interi quartieri che cambiano (in peggio) a velocitá impressionante e se hai la sfortuna di averci comprato casa, ti ritrovi con la qualitá della vita che scende, il valore della casa che scende, ma le rate del mutuo ben agganciate al valore della casa quando l’hai comprata. E considerato che gli interessi sono la prima cosa che paghi… beh, il risultato é presto detto: puoi restare e vivere peggio, oppure andartene e perderci un sacco di soldi. Non male come scelta eh?
2b) Trasporti. Questo punto si puó considerare una piccola parentesi dell’argomento location. Spesso si compra casa per avere bus/treno/metro comodamente raggiungibile, oppure con la “promessa” di averlo a breve. É il caso di chi ha preso casa fuori Monza con la “promessa” che a breve sarebbe arrivata la linea rossa.. sono passati 30 anni e la rossa é ancora a Sesto S.Giovanni. Oppure puoi avere la stazione/fermata comoda, ma qualche simpaticone, un giorno, magari decide di spostarla. Ad esempio a Desio si discute da anni di spostare la stazione a sud accorpandola con Lissone/Muggió, creando un’unica stazione (scomoda e fuori cittá sia per i lissonesi che per i desiani) a ridosso della SS36, in modo da renderla interscambio auto/treno.

3) Vicino di casa squilibrato/violento/delinquente. É una cosa assai spiacevole, che purtroppo puó accadere. Chi ci é passato sa quanto é difficile e quanto una situazione simile possa renderti la vita un inferno, senza nessuna possibilitá di avere aiuto o assistenza. Di gentaccia, ahinoi, ce n’é in giro parecchia per cui le probabilitá non sono neppure cosí basse. Non é il massimo quando quello sotto di te ascolta i Rammstein a manetta alle 3 di notte e se scendi a chiedergli di abbassare il volume rischi coltellate, oppure riempie di botte la moglie e questa scappa sul pianerottolo e si mette a bussare disperata alla tua porta urlando “aiuto fatemi entrare”. E nessuno ti aiuterá: denunce, esposti, querele, sono assolutamente inutili, non ci sono né amministratore né carabinieri che tengano, loro possono fare poco o nulla. Normalmente questa gente rimane a piede libero finché non ammazza qualcuno. Per cui il soggetto socialmente pericoloso te lo devi tenere, anzi chiamare la polizia o denunciarlo é una azione oggettivamente pericolosa, perché non fará altro che incentivare il suo astio e mettere te e la tua famiglia a rischio di rappresaglie e atti vendicativi. Per far sí che il problema venga definitivamente rimosso puoi farti solo ammazzare o ferire gravemente. In quel caso, allora forse il soggetto finisce dietro le sbarre. Oppure puoi ammazzarlo tu, ma ti becchi tren’anni. Meglio cambiare aria.

4) Vicino di casa rompiballe. É sicuramente una casistica meno grave della precedente, ma forse altrettanto fastidiosa. Esistono persone al mondo che hanno una sola vocazione: rompere le scatole al prossimo. E lo fanno con grande efficienza, solerzia e soddisfazione. Presupporto del loro agire é “io ho ragione” per cui conoscono il regolamento condominiale a memoria e hanno una conoscenza del codice civile superiore a quella di un giudice di pace. Trasformano ogni inezia in una questione di principio e sono pronti a combattere fino all’ultimo, impiegando energie, tempo e soldi. Ti tengono d’occhio, ti sorvegliano e monitorano le tue attivitá. Cosí se hai steso i panni sul balcone mezz’ora in piú del tempo consentito dal regolamento condominiale, se hai cenato una sera sul balcone con un paio di amici, se hai parcheggiato l’auto leggermente storta nel cortile, se hai fatto rumore 10 minuti dopo l’orario consentito, loro lo sanno. Sanno tutto. Il vicino rompiballe tiene un registro con tutte le tue “nefandezze” ed è pronto a segnalarti all’amministratore per ciascuna di esse. Le sue ritorsioni saranno sempre “legali” ma volutamente irritanti e fastidiose: se ad esempio il sabato sera ceni in casa con degli amici, puoi scommettere che lui alle 8:00:00 della domenica mattina seguente si attaccherá al tuo campanello di casa finché non gli apri, affinché possa ragguagliarti in dettaglio sui rumori che hai causato la sera precedente. La sua tattica é portarti all’esasperazione e causare il tuo fallo di reazione, in modo che lui possa passare ancora di piú dalla parte della ragione e poterti magari querelare/denunciare.
La vita con un vicino del genere diventa uno schifo: costui sará pronto a dichiararti guerra per ogni stupidaggine quindi se sei per il quieto vivere e non ti va di litigare allora dovrai stare attento a ogni cosa che fai, non sarai piú libero di fare nulla (ad esempio invitare amici a cena o fare una doccia alle 10 di sera) per evitare la sua sicura ritorsione. Molto meglio avere la flessibilitá e libertá di andarsene, e sperare che al tuo posto arrivi un vicino del tipo che ho descritto nel punto 3) cosí forse si elimineranno a vicenda rendendo il mondo un posto migliore per tutti noi.

Qualcuno potrà dire che sono esagerato, che sto citando casi troppo estremi. Che nella maggioranza dei casi non accade nulla di tutto ciò.

Può anche essere.

Però nella vita a volte certe cose sembrano così… lontane, improbabili e inverosimili, che non pensi possano mai accadere. Finchè un bel giorno non capitano proprio a te.

Meglio prevenire.. no?

Pensieri in viaggio

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Ok, non per fare il polemico esterofilista (anzi a dirla tutta il mio ultimo post é una invettiva contro Lufthansa), ma visto che in questo momento mi trovo su in intercity diretto a Basel Badischer (dove mi attende Fabietto col fedele Maggiolino nero 2.0 turbo) osservando un po’ i miei compagni di viaggio mi sto divertendo con un paio di considerazioni sui viaggiatori tipo. In Italia e in Germania.
Italia: anche su treni affollatissimi (treni pendolari dell’ora di punta o gli intercity del venerdí sera) la gente si ostina a occupare il sedile a fianco con giacca/valigia/borsetta/eccetera. Nemmeno quando il treno sta per fermarsi, e vedono la banchina piena di gente, rimuovono le proprie masserizie dal sedile. Macché, figuriamoci. Ma il massimo é l’aria seccata e irritata con cui ti guardano quando gli chiedi di spostare le loro cose perché vuoi sederti.
Germania: appena vedono la banchina piena di gente subito tutti (e dico tutti) liberano il sedile a fianco, se lo avevano occupato con qualcosa di proprio.
Piccole cose, dalle quali peró apprezzi importanti differenze di mentalitá. Penso che questa sia una delle ragioni di base per cui in Italia, ormai, pressoché ogni treno a lunga percorrenza é diventato a prenotazione obbligatoria del posto. Probabilmente é l’unico modo per far capire alle persone che i sedili sono fatti per gli esseri umani e non per gli oggetti.
Italia: tutti incollati al cellulare come sanguisughe. Ok, io non sono da meno, in questo momento sono attaccato al PC. Peró nel vagone tipo di un treno lunga perorrenza in italia il 95% della gente é col capo chino sul telefono.. naviga, chatta, condivide. Resta immerso nel suo mondo e non gli frega nulla di quello che accade al di fuori. Il lato positivo é il silenzio.
Germania: qui sembra di tornare indietro di vent’anni, quando in treno si socializzava, soprattutto tra giovani. Certo gli scompartimenti da 6 secondo me aiutavano (infatti qui in Germania li trovi ancora) ma piú che altro é la gente che é molto meno cellulare-dipendente di noi (anche i giovani) e preferische chiacchierare e attaccare bottone anche con gli sconosciuti. Fino a 20 minuti fa avevo a fianco due ragazzi del Karlsruhe Institut of Technology che, incuriositi dai progetti che stavo rivedendo sul PC, mi hanno chiesto di cosa mi occupassi. Ne é nata una discussione molto piacevole e divertente.

Vabbé, adesso chiudo il PC e mi rilasso un po’. Tra poco sono arrivato.