Espatriare fa rima con guadagnare? Due parole sugli stipendi all’estero (Germania e dintorni)

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Su quali siano gli stipendi a Nord delle Alpi c’è, ahimè, tanta confusione, tanta mistificazione e vengono diffuse un sacco di informazioni false e strampalate. Giusto una settimana fa, sul treno per Frankfurt, ho avuto mio malgrado una accesa discussione con un fenomeno il quale spergiurava che “suo cugino”, aiutocuoco in un ristorante in canton Ticino , prende 8000 franchi netti al mese.

Sia sul blog, che sul forum di Italiansinfuga, vengo di tanto in tanto raggiunto da messaggi privati di persone che mi chiedono informazioni sugli stipendi o che mi chiedono se é vero questo o se é vero quest’altro.

Con questo post non voglio certo fornire una risposta a tutto, ma almeno dare un ordine di grandezza su come stanno veramente le cose.

Punto 1: all’estero non si diventa milionari. Certo, molto probabilmente si può ottenere uno stipendio migliore che in Italia, sufficiente per avere sicurezza economica, risparmiare, vivere serenamente anche con una famiglia e non farsi mancare nulla. In linea di principio, le possibilità di ottenere buoni stipendi incrementano linearmente con il livello di istruzione: più specializzato sei, maggiore sarà l’incremento di RAL rispetto all’Italia.

Ma se vuoi girare su una Pagani Zonda, vestire Bulgari e avere la villa con piscina allora non c’è espatrio che tenga; per arrivare a questo livello in tempi brevi le uniche possibilità sono vincere alla lotteria, cercare di sistemarsi sposando qualcuno/a ricco di famiglia, oppure darsi al crimine organizzato/frodi fiscali (e a questo punto, sarebbe meglio rimanere in Italia!).

Punto 2: se espatri, sarai un immigrato. E da che mondo e mondo, con l’immigrato si fa dumping salariale. Questo è valido soprattutto per i lavori generici, ma anche chi è qualificato e skilled non è certo al sicuro. Nel 2015 feci due colloqui in Svizzera tedesca, in altrettante aziende aeronautiche. Nonostante la posizione che proponevano richiedesse una certa esperienza, oltre che ovviamente la laurea in Ingegneria, la RAL che mi fu offerta era del 20-30% più bassa dello stipendio a mercato, praticamente uno stipendio da neolaureato. E in entrambi i casi si trattava di Aziende titolate “Fair Company” “Equal Employer” e bla bla bla.

Per cui sta all’aspirante expat farsi furbo, informarsi e non farsi infinocchiare. All’estero sanno benissimo che in Italia gli stipendi sono bassi e che anche offrendo paghe sotto mercato possono comunque ingolosire i candidati.

Punto 3: l’informazione è potere, pertanto prima di muovere i primi passi nel mondo del lavoro di un altro Paese, è necessario informarsi il più possibile. Oggi per fortuna Internet è una miniera d’oro per chi è a caccia di informazioni, basta saper cercare bene. Qui ci sono alcuni siti che ho già menzionato in passato:

Glassdoor Andate nella sezione Salaries, specificate mansione e zona geografica e fatevi un’idea

Kununu Simile a Glassdoor, ma con meno informazioni sugli stipendi e piú informazioni sull’ambiente di lavoro

Linkedin Salary ora anche il popolare social network americano ha lanciato un servizio anonimo di raccolta dati sulle retribuzioni, simile a Glassdoor. Selezionate professione, area e fatevi un’idea

Specifico per la Germania, c’è poi il mio articolo sul contratto metalmeccanici tedesco.

Molti altri blog hanno articoli sull’argomento salari in Germania, che sono utilissimi per farsi un’idea.

Punto 4: In Germania, come anche in Svizzera e Austria (e penso in buona parte del nord Europa) è il candidato, in sede di colloquio, a dover esporre le sue aspettative salariali. È una delle prime domande che vi verrà fatta, talvolta anche durante il primissimo colloquio telefonico. È fondamentale non farsi trovare impreparati perché é proprio qui che l’essersi preventivamente informati, unito ad una discreta faccia da poker, può fare veramente la differenza. Presentatevi al colloquio con già bene fissa nella testa la cifra (in termini di lordo annuo) che volete chiedere. Il mio consiglio personale e di farsi una idea delle retribuzione mediana per la vostra figura, utilizzando i siti che ho consigliato al punto 3, e “sparare” quella più il 5-10%. Generalmente vi offriranno una cifra leggermente più bassa; è buona cosa chiedere quindi qual è il percorso di crescita previsto nei primi 2 anni e come si configura la vostra RAL al termine di esso.

Punto 5: nella vita lavorativa non contano solo i soldi, contano anche le soddisfazioni. E quindi non c’è solo lo stipendio da considerare, c’è anche la meritocrazia. E in linea di principio, a Nord delle Alpi si ha a che fare con Aziende molto più “fair”, da questo punto di vista, rispetto all’Italia. Qui se sei bravo ti viene riconosciuto subito qualcosa, anche economicamente, senza farti aspettare anni e anni. Qui non è in uso la pratica (ormai standard in Italia) di dare promozioni senza aumento, dando alle persone più lavoro e più responsabilità rimandando il corrispondente incremento di stipendio al duemilacredici.

Certo, bisogna tenere a mente che qui la meritocrazia vale (giustamente) nei due sensi: se fai bene otterrai di più, se poi fai male il “di più” ti verrà tolto. È una cosa che spesso noi Italiani dimentichiamo, invocando la “meritocrazia” solo quando ci fa comodo, dando per scontata la sua irreversibilità e immaginandola come un diritto acquisito…

Kununu e Glassdoor, oltre che le statistiche sugli stipendi, contengono anche informazioni sulle Aziende (Ambiente di lavoro, fairness, orari, bonus, benefits, ecc..) che possono essere molto utili per capire se il nostro prossimo potenziale datore di lavoro è più o meno corretto con i suoi dipendenti. Per Kununu è necessario masticare un poco il tedesco..

Punto 6: diffidare sempre dei sensazionalisti e di chi vaneggia di salari galattici. In giro (e in rete) é pieno di gente che straparla al solo scopo di darsi delle arie. Anche in Italia trovate gente che tira fine mese a fatica ma fanno gli sboroni indebitandosi per le ferie e le automobili. E c’é gente espatriata fa esattamente lo stesso, perché gli piace menarsela e sbuffoneggiare facendo quello che “È andato all’estero e si é arricchito”. Come ho già detto, all’estero si guadagna di più ma non si diventa ricchi. Soprattutto non lo si diventa facendo lavori umili. Un lavapiatti in Germania non guadagna molto di più di un lavapiatti in Italia, l’unico vantaggio è che in Germania esiste un salario minimo di legge, al di sotto del quale un contratto di lavoro è illegale (fanno eccezione i minijob). Quindi tutte le storielle strampalate tipo il cugino lavapiatti che gira in Porsche a Lugano lasciatele perdere e diffidate.

Punto 7: (potremmo chiamarlo punto 6b) andate a fondo nelle informazioni che vi vengono propinate. Ad esempio: molti blogger e videoblogger amano pubblicare buste paga di operai in Germania, mostrando importi mensili netti superiori ai 3000 euro. Ok, quelle buste paga sono reali, non vi é dubbio. Quello che non vi dicono è che per arrivare a cifre simili un operaio deve accumulare un discreto quantitativo di ore in Sonntagarbeit e Samstagarbeit, ovvero essere disponibile a fare i turni sabato e domenica (che, a seconda dei contratti, sono pagati il 50% i il 100% in più). Se si fanno almeno 2/3 sabati e/o domeniche al mese, allora quegli importi diventano raggiungibili. Sta a voi chiedervi se siete disposti a vivere così per avere quelle cifre. È bello guadagnare, ma ogni tanto i soldi bisogna avere anche il tempo di spenderli…

State anche molto attenti se nella busta paga compaiono voci come Urlaubsgeld e Weinachtsgeld: si tratta di pagamenti aggiuntivi assimilabili alla nostra tredicesima e quattordicesima mensilità, che possono incrementare l’importo anche del 50%.

Punto 8: (questa è una mia personalissima idea, liberi di condividerla o meno) se vi sentite sprecati nel posto (di lavoro) in cui vi trovate, se siete convinti di poter fare e dare di più, se pensate di essere pagati poco per quello che fate, se vi fa schifo il sistema delle parentele e delle raccomandazioni, se non ne potete più del collega (o dei colleghi) che passano 8 ore sui social network ma che a fine mese portano a casa il vostro stesso netto in busta paga…

  …allora probabilmente un trasferimento all’estero vi migliorerà la vita, e vi consiglio di pensarci seriamente.

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Senza imprevisto che viaggio é? Come perdere i bagagli anche quando arrivano a destinazione…

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È la prima volta che scrivo un post da un taxi. Stiamo attraversando Atlanta e il traffico é decisamente rallentato e all’Hotel manca ancora almeno mezz’ora quindi ho deciso di mettermi comodo e scrivere qualcosa.

In realtá a quest’ora dovevo trovarmi a Savannah, per visitare un cliente che abbiamo da quelle parti, ma sfortunatamente per il secondo anno consecutivo un uragano ha messo lo zampino nei miei programmi di viaggio e la tappa a Savannah é stata annullata all’ultimo momento.
Peccato, perché a me Savannah piace moltissimo, e avevo proprio voglia di scrivere un articolo su questa cittá. Ma ormai, sará per l’anno prossimo.

Quindi l’entrata in scena di “Florence” (l’uragano) ha comportato la necessitá di cambiare programa di viaggio all’ultimo (ieri sera) il che mi ha creato non pochi grattacapi organizzativi.. il buon Kevin mi ha prenotato un Hotel ad Atlanta e fino a Sabato staremo qui, con i voli peró la situazione é stata un poco piú problematica.

Certo, ad Atlanta quando arrivi e fai i Customs poi ritiri la valigia al baggage claim e, in teoria, te ne puoi uscire con la valigia e andare dove vuoi. Cosí pensavo. Ma in pratica, non é proprio cosí. Quando passi il controllo passaporti e recuperi la valigia poi devi proseguire per i Connecting Flights oppure per restare in Atlanta. Cosí ho fatto, ma ai solerti impiegati dell’aeroporto non é sfuggito che sul tag della mia valigia c’era scritto SAV e non ATL e per quanto io abbia spiegato che a causa di un imprevisto non dovevo piú proseguire per Savannah, non c’è stato niente da fare, da quella parte non posso passare se ho una carta di imbarco per un altro volo, quindi mi viene detto di andare ai Connecting Flights e chiedere. Cosí vado ai Connecting Flights e chiedo lumi, prima agli impiegati del Border Control, poi allo shelter Delta, ne segue un brainstorning di qualche minuto in seguito al quale si decide che mentre io passo i controlli per i voli di connessione il mio bagaglio viene ri-taggato e inviato al nastro dei bagagli speciali del Domestic Baggage claim, dove potró prenderlo e uscire dall’aeroporto.

Quindi mi sorbisco nuovamente i controlli e dopo una mezzoretta buona raggiungo il baggage claim dei voli interni.

Passano i minuti, ma del mio bagaglio non c’é traccia. Inizio a chiedere, gli impiegati mi chiedono il tag, ma qui casca l’asino: il tag é stato rimosso e cambiato con un altro, del quale io non ho nessun talloncino. In quell’istante realizzo la cazzata fatta: se il bagaglio adesso dovesse andare perso, non solo non ho nessun riferimento per recuperarlo, ma molto probabilmente Delta non risponderá neppure dello smarrimento vista la rimozione dell’identificativo.
Inizio a girare anche per gli altri nastri ma ancora nessuna traccia della mia valigia. È giá passata un’ora. Piú il tempo passa e piú mi stramaledico per la min**iata fatta.
Lession learned: anche se viaggi da una vita, distrazioni e cazzate sono sempre dietro l’angolo. Adesso serve un’idea. Idea che non arriva, perché vuoi anche che il jet leg inizia a farsi abbastanza sentire, il mio cervello sta girando in modalitá economy giá da un pezzo e si dimostra assai letargico nel partorire una soluzione.

Cosí intanto vado all’ufficio bagagli smarriti, ri-spiego la situazione e il capo in persona, un gigantesco omone di colore con un fortissimo accento di New Orleans, prende a cuore la cosa e inizia a telefonare a mezzo aeroporto.
La mia valigia viene trovata mezz’ora dopo mentre stava per essere imbarcata su un volo Delta per Savannah, che fortunatamente era in ritardo di mezz’ora causa uragano. Evidentemente il re-tagging era andato male o non era stato proprio fatto. Va bene, lezione imparate per la prossima volta.

Del resto, che viaggio sarebbe senza qualche imprevisto?

Viaggi di Lavoro – Dietro le quinte…

Schipol A4

Un tipico “Panorama da viaggio di lavoro” della camera dell’Hotel Shipol A4 con vista parcheggio/autostrada/area di servizio nei pressi dell’Aeroporto Schipol di Amsterdam…

Spesso quando racconto dei miei viaggi di lavoro mi sento dire ”accidenti che bello“ o “beato te che viaggi un sacco“  “chissà come ti diverti” “quanti bei posti vedi” eccetera eccetera.

È vero, viaggiare per lavoro è un privilegio, se sei uno a cui piace viaggiare. Perché tutto sommato riesci a trovare qualcosa di magico in qualunque posto, anche quando finisci letteralmente in the middle of nowhere (nel mezzo di nulla, ndr). Il tutto senza contare che adoro il mio lavoro e i miei clienti, quasi interamente costituiti da “Aerospace guys” un po’ mattacchioni.

Questa volta però vorrei mettere l’accento su tutte quelle piccole e grandi cose che spesso non fanno parte dei miei racconti, perché è chiaro che davanti a una birra o sul blog si racconta sempre tutto ciò di interessante e positivo che si è visto/fatto trascurando che si tratta, tuttavia di piccole cose a contorno di quello che è, a tutti gli effetti, un viaggio di lavoro. Che non sempre è qualcosa di completamente piacevole. E che è molto diverso da un viaggio di piacere.

“Viaggio di lavoro” significa che se devi essere dal cliente lunedì mattina, e il cliente è in Alabama, devi essere in aeroporto domenica mattina alle 7 e la giornata la passi in aereo. E quindi, ciao ciao weekend. Può essere decisamente frustrante, soprattutto se hai lavorato al sabato.

Viaggiare tanto inoltre ti espone alla legge dei grandi numeri. Più voli prendi, più elevata è la percentuale di incorrere, prima o poi, in qualche disservizio o qualche grana molto seccante. L’elenco di potenziali beghe che ti possono rovinare la giornata è molto ricco: dal vicino di posto obeso in un volo intercontinentale (nei voli da/per gli USA sfortunatamente non è possibilità così remota…), fino a 5 ore di ritardo che si aggiungono ad un viaggio di 15, passando per l’immancabile classico: il bagaglio da stiva perso dalla compagnia aerea…

“Viaggio di lavoro” significa che quando arrivi in hotel alla domenica sera dopo aver passato 12-18 ore tra aeroporti, file, odiosi sedili in economy class, controlli, ri-controlli, e ancora controlli (fare customs e poi scalo negli USA è un vero pain in the ass) e vorresti solo morire sul letto… invece devi tirare fuori asse, ferro da stiro e stirarti le camicie e i pantaloni per il lunedì. Perché per quanto tu possa piegare il vestiario allo stato dell’arte e infilarlo in valigia perfettamente, comprimendolo in modo che non si possa muovere neanche di un millimetro, le ore di scossoni/strattoni/lanci e maltrattamenti vari cui il tuo bagaglio viene sottoposto nel carico/scarico da un volo all’altro avranno ridotto il tuo abbigliamento a un guazzabuglio stropicciato, impresentabile per una riunione col cliente. Per cui non hai alternativa se non stirare almeno una camicia e un pantalone.

“Viaggio di lavoro” significa che, se hai un programma di allenamenti sportivi e/o di dieta in corso, andrà inevitabilmente a pu***ne. Per chi corre è più facile, basta mettere in valigia le scarpe e l’abbigliamento e si può correre praticamente ovunque. Per me, che sono un nuotatore e che per via della mia anca non posso correre, la faccenda si fa più complicata. Trovare un hotel che abbia una piscina di dimensioni tali da permettere un minimo di nuotata non è così facile. E se lo trovi, devi sperare che sia coperta, altrimenti sei nelle mani del meteo. Se poi a tutto ciò aggiungi : la colazione a buffet con ogni ben di dio, il pranzo rigorosamente di corsa con panini/fast food, la cena sempre al ristorante, tra cui le cene/occasioni ufficiali con i clienti nelle quali si mangia e beve sempre più del necessario, aggiungendo la non trascurabile postilla che in certi angoli del mondo mangiare sano e a basso contenuto calorico è impossibile (come si può stare bassi di calorie in un posto in cui sei considerato un salutista se bevi Diet Coke???), il pasticcio è fatto.

“Viaggio di lavoro” significa che spesso hai un compito preciso e un tempo già stabilito, e limitato, per portarlo a termine. Quindi è normale che se le cose vanno male e c’è qualche imprevisto, per portare a casa il risultato si lavora fino a tarda sera, o si va dal cliente alle 6 del mattino, o entrambe le cose.

“Viaggio di lavoro” significa magari fare un test di accettazione finale lungo 5 giorni nel quale il numero di possibili inconvenienti che possono rovinarti la giornata è solo pari alla fantasia del cliente nel chiederti di rivoluzionare il sistema ad un giorno dalla firma finale del protocollo di test… e tu, col cervello ormai ridotto ad un colabrodo, cerchi disperatamente di comporre una giustificazione tecnicamente valida (perché il mio cliente tipo non è un pir*a) per farlo desistere dal proposito e tornare sui suoi passi… perché tornare a casa con la milestone non firmata non è un’opzione.

“Viaggio di lavoro” significa magari visitare 7-8 clienti in una settimana, con distanze chilometriche nel mezzo. Significa che in una settimana cambi albergo tutti i giorni, devi disfare e rifare la valigia tutti i giorni, e stirarti almeno una camicia al giorno. E spesso e volentieri arrivi in albergo alle 22, vai a letto a mezzanotte, e la mattina dopo ti alzi alle 6. Qui le energie fisiche e mentali sono davvero messe a dura prova. E se proprio in uno di questi viaggi la compagnia aerea ti perde la valigia, allora sì che conoscerai la disperazione vera. Perché prova a spiegarglielo al servizio di riconsegna bagagli smarriti della United che nei prossimi 7 giorni sarai in 7 posti diversi in 5 stati diversi.

“Viaggio di lavoro” significa passare due settimane a parlare solo inglese (con gente che magari ha accenti che ti rendono il listening un girone di inferno dantesco) e poi al ritorno in Germania dover risintonizzare il cervello sul tedesco è un doloroso processo che richiede almeno un paio di giorni.

“Viaggio di lavoro” significa che quando torni in hotel alla sera dopo cena e ti attacchi alla Wi-Fi la tua mailbox esplode, e se non vuoi avere 470 mail da leggere in blocco quando rientri, ti conviene portarti avanti col lavoro e quantomeno fare una cernita tra le mail importanti e quelle da mettere direttamente in archivio.

E poi.. viaggi di lavoro, a volte, significa stare da soli per parecchi giorni. E doversi arrangiare per qualunque cosa accada. Non sempre, purtroppo, ho il privilegio di avere al mio fianco i colleghi del luogo che mi danno man forte (gente come Ravi, Kevin, e Jon che per aiutarmi si fanno davvero in quattro) ma a volte devo rimboccarmi le maniche con la certezza che, se le cose si mettono male, saró on my own.

Mercato del lavoro Italia e Germania: due situazioni opposte e paradossali

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Vivendo in Germania, ed avendo costanti contatti con i miei amici e conocenti in Italia, mi rendo conto di come questi due Paesi attraversino in questo momento situazioni di mercato del lavoro diametralmente opposte, ad un livello che rasenta l’incredibile.

Sento di amici in Italia (Lombardia) che vorrebbero cambiare lavoro e inviano CV a centinaia, da anni, ma non c’é verso di ottenere una risposta, figuriamoci un colloquio. Quando va bene, arriva una mail preconfezionata con il solito “le faremo sapere”. Poi il silenzio.
L’unico modo per cambiare lavoro sembra sia accettare condizioni peggiori di quelle da cui provieni. Una mia amica Architetto che vuole lasciare lo studio nel quale lavora ormai da anni e in cui non vede ormai piú nessuna possibilitá di crescita, si é vista offire, da un altro studio, uno stage pagato in buoni pasto. A un Architetto 35enne con 10 anni di esperienza. No comment. Ma non é sola, purtroppo; Ingegneri neolaureati vengono assunti con contratti di apprendistato da meno di 1000 euro al mese, da Aziende che su Internet vantano riconoscimenti del calibro di “Best Employer Italy”. Ok, sicuramente meglio dei buoni pasto. Peró di nuovo no comment.
Difatti sto aiutando un mio amico a trovare lavoro qui in Germania per il nipote, appena laureato, che “fortunatamente” é riuscito a trovare lavoro, ma é incappato in uno di codesti vergognosi trattamenti economici. Secondo il fantastico “programma di crescita” che gli hanno propinato, vedrá una busta paga superiore ai 1000 euro tra 2 anni.

In Germania invece succede che sono le Aziende a contattare le persone (su LinkedIn o su Xing) offrendo posizioni, e si lamentano che la maggioranza dei candidati neppure risponde.
Vi sono casi emblematici come quello dell’Azienda di Hanna, che cerca disperatamente personale di vendita e ha piazzato annunci su tutte le piattaforme possibili, ma non riceve nessun CV. La disoccupazione in Hessen é scesa al 4%, quella giovanile é praticamente nulla. Qui sono le Aziende che sono ridotte alla disperazione, perché non riescono a trovare personale.
La bacheca della TU Darmstadt é tappezzata di annunci di lavoro; un professore di meccanica mi ha detto, un paio di mesi fa, che quasi tutti gli tudenti hanno un lavoro giá prima di laurearsi.. la fame di Ingegneri delle aziende tedesche é incontenibile. Qui vanno forte meccatronica, powertrains, system integrators; ma la domanda piú pressante rimane quella per gli sviluppatori HW e SW, che stanno vivendo una sorta di secondo rinascimento.
Da quando mi sono trasferito ricevo almeno una offerta di lavoro al mese via LinkedIn. Non parlo delle fuffa dei recruiter cinesi e indiani, parlo di offerte serie, in Germania, Svizzera e Austria, da parte di aziende Aerospace e Automotive. All’inizio quasi pensavo fossero dei fake. Abituato all’Italia, dove quasi nessuno si degna di rispondere ad una candidatura, mi dicevo: figuriamoci se é posibile che qualcuno mi contatti di sua iniziativa. Poi il giorno in cui mi hanno anche telefonato, ho capito che non era uno scherzo.
Il mese scorso un mio collega ha dato le dimissioni e cambierá Azienda: nulla di strano di per sé, se non per il fatto che ha quasi 60 anni. OK, é un Dokt.-Ing. con un bel background di ricerca, ma ha sempre comunque quasi 60 anni. Cambiare lavoro a questa etá in Italia é semplicemente fantascienza.

Certo, quello che scrivo qui magari non é il quadro generale. È il mio piccolo. Peró quello che vedo nel mio piccolo conferma che tra Italia e Germania non c’è partita: non solo a livello di stipendi, ma anche a livello di mercato del lavoro. Due pianeti diversi, cosí vicini e cosí lontani.

Bicycle Shock. Perchè in Germania, in un modo o nell’altro, bisogna fare i conti con i ciclisti.

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È risaputo che più ci si spinge a Nord in Europa e più la bicicletta diventa un mezzo di trasporto popolare e usatissimo (mente in Italia, attualmente, è quasi esclusivamente uno sport praticato alla domenica mattina).

La ragione è semplice: le infrastrutture sono molto più biker-friendly che in Italia, soprattutto in città. Ma non solo: farsi una vacanza o un tour bici+treno, senza utilizzare l’auto, qui è vista come una cosa normale e non come una pazzia da eccentrici eco-radical-chic come sarebbe da noi. C’è una autentica cultura della bicletta come mezzo di trasporto e, sebbene non ci troviamo ai livelli di Danimarca, Olanda o Belgio, anche qui nei dintorni di Frankfurt è un mezzo davvero usatissimo. Un mio collega di Francoforte città, per esempio, non possiede automobile, possiede tuttavia 5 biciclette (nessuna delle quali sotto i 3000 € a listino). Costosette sì, ma la sua filosofia non fa una piega: visto che deve passare un sacco di tempo in bici, che sia almeno una bella bici. Ragionamento che condivido. È sempre stata la mia filosofia anche con le automobili, quando macinavo 30000 km all’anno in Italia.

Il fatto che le bici siano 5 è dovuto alle diverse destinazioni d’uso: qui in giro si vede di tutto, city-bike multiuso, bici da corsa, bici da viaggio, mountain bikes, bici-cargo per il trasporto della spesa (casse di birra incluse), bici con carrello appendice per il trasporto bambini piccoli (o di animali da compagnia), e poi le mostruose bici elettriche bimotore da 2 kW capaci di sorprendenti accelerazioni ai semafori e di raggiungere agevolmente i 50 km/h.

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Una tipica Cargo-Bike omologata per 6 casse di birra 😀

Questa abbondanza di ciclisti in giro per la città comporta, per un assoluto non-ciclista come me, l’adozione di alcuni necessari accorgimenti a cui, in Italia, non si è assolutamente abituati.

Per prima cosa, le svolte a destra (No, non si parla di politica tedesca stavolta, sto parlando di viabilità…). Quando si è in auto e si svolta a destra, bisogna sempre stare molto attenti ed assicurarsi che, nella pista ciclabile che abbiamo alla nostra destra (pechè quasi certamente ce ne sarà una), non arrivi da diatro di noi qualche ciclista a tutta velocità. È una cosa che in Italia non siamo abituati a fare, generalmente da noi quando bisogna girare a destra, tac, freccia (quando ci ricordiamo) e via si gira. Di guardare se arriva qualcuno alla nostra destra manco ci passa per l’anticamera del cervello. Magari giusto se ci sono le strisce pedonali, allora stiamo un po’ più accorti, ma non troppo. Beh, qui invece è necessario stare attenti. Dopo avere preso un paio di spaghetti importanti l’ho capita. L’investimento in caso di svolta a destra é l’incidente più comune che vede coinvolte automobili e bicicltte e, purtroppo, anche quello a cui é collegato il maggior numero di vittime.

Forse altrettanto importante è il comportamento da tenere come pedoni, sui marciapiedi. Se la pista ciclabile e il marciapiede non hanno sedi separate, è imperativo non occupare la parte ciclabile quando si cammina. Anche questa è una cosa a cui noi italiani non siamo per nulla abituati, ma qui la differenza diventa cruciale. Normalmente, la parte ciclabile è in rosso mentre la parte pedonale no ma in taluni casi, specie se la pavimentazione è in ciottolato e non è nuovissima, la differenza di colore è appena percettibile o quasi invisibile se è sera.

Nel caso stiate indebitamente occupando la pista ciclabile e alle vostre spalle sopraggiunga un ciclista, dopo la perentoria scampanellata di avvertimento avrete circa 0,7 secondi per scansarvi e fare strada. E nel malaugurato caso in cui non siate abbastanza veloci a scansarvi, il ciclista vi travolgerà senza pietà. E dovete augurarvi di essere voi gli unici a farvi male. Perchè nello sciagurato caso in cui il ciclista, dopo avervi centrato, ruzzoli malamente a terra a 30 km/h rovinando il suo costosissimo abbigliamento tecnico e demolendo la sua citybike in carbonio da 3000 euro, nonchè l’Iphone 8 cha ha in tasca e l’Ipad che ha nello zaino terminando infine la sua corsa contro la fiancata di una Porsche Panamera GTS parcheggiata a borda strada, beh, in quel caso, per la rigorosa legge tedesca, VOI siete i responsabili di tutto quel casino e di tutti i danni alle cose e alle persone provocati, perchè VOI stavate camminando dove NON dovevate. Quindi si tratta di una disattenzione che può costare maledettamente cara.. c’è poco da scherzare.

Questa è una delle ragioni per cui in Germania pressochè chiunque ha una “Haptflichversicherung” (argomento assicurazioni su cui torneró un’altra volta).

Sì, perché qui i ciclisti sono anche molto aggressivi, se sbadatamente stai camminando sulla parte “ciclabile” del marciapiede puoi stare certo che, oltre alla scampanellata e al rischio di essere investito, ti beccherai facilmente qualche impropero teutonico urlato a squarciagola. Il ciclista qui é in guerra con tutti, soprattutto con gli automobilisti e i pedoni. Difatti tra le suddette categorie esiste un certo astio reciproco e i dispetti sono all’ordine del giorno. Se ad esempio la folla in discesa da un bus/tram si ritrova a dover passare, per un solo istante, sulla pista ciclabile (per il semplice fatto che la fermata si trova lí davanti) il ciclista in arrivo non solo si guarderá bene dal rallentare, ma dopo la perentoria scampanellata di avvertimento (non potendo togliersi, per ovvie ragioni, la soddisfazione di travolgere la folla) fará il pelo, radente, passando il piú possibile vicino alle persone a 30 km/h, quale giusta rappresaglia nei confronti della marmaglia pedonale che ha indebitamente occupato il “suo” spazio. L’aggressività e la cattiveria di certi ciclisti in Germania non è un argomento nuovo anzi, sul tema si é scritto molto e si continua a scrivere parecchio (leggasi ad esempio qui, qui, e qui). C’é chi ritiene che il ciclista, essendo quasi sempre la parte debole in caso di incidente, si senta intrinsecamente legittimato a prendersi la propria rivincita in questo modo. Io ho parecchi colleghi ciclisti, che usano la bicicletta come primario mezzo di trasporto. Molti di loro dicono che “alla lunga, dopo anni in sella, diventi per forza aggressivo”.

Il problema é molto sentito non solo qui in Germania ma anche nei paesi limitrofi come Belgio, Olanda, Danimarca ma anche in alcune parti dle regno unito (Londra in primis). Sono allo studio alcuni device appositi per avvisare gli automobilisti in svolta a destra della presenza di ciclisti, si tratta in sostanza di “torri” elettroniche provviste di avvisatori luminosi e acustici da installarsi in corrispondenza delle intersezioni. Alcuni sono giá in fase di sperimentazione/installazione a Londra.

Insomma, se vi trasferite in Germania per un certo periodo di tempo, sappiate che dovrete, volenti o nolenti, fare per forza i conti con i ciclisti. O magari, diventerete ciclisti anche voi.

Washington D.C.

Washington DC

Per un weekend di pausa tra la mia settimana di servizio a Pax River e una serie di visite tecniche nella zona di Boston ho strategicamente scelto Washington DC, in quanto logisticamente e turisticamente perfetta per lo scopo.

È domenica e sono ormai quasi le 21. Pennsylvania Avenue si staglia davanti a me e so di avere ancora parecchio da camminare prima del prossimo punto fotografico interessante, meglio così penso tra me e me, avrò modo di bruciare un po’ degli eccessi culinari accumulati in settimana tra crab cakes e insalate piene di pesce fritto… fa caldo, non al punto da dare fastidio ma l’afa si fa comunque sentire nonostante il sole sia ormai calato. Oggi è l’ultimo giorno e l’ho dedicato a fotografie varie e allo Smithsonian National Air and Space Museum.

Andiamo con ordine: siamo arrivati venerdì sera, dopo un rapido cambio di abito all’Hilton ci siamo subito fiondati nella zona del mercato del pesce, sul fiume Potomac non molto lontano da Washington Monument e Smithsonian. È una zona con edifici di recente costruzione in cui si concentrano molti locali e ristoranti, ideale per mangiare e bere qualcosa. Consiglio il La Vie, un ristorante con specialità di pesce al quinto piano di un moderno palazzo. Non visibilissima dall’ingresso, c’è una zona lounge bar all’aperto che dà proprio sul fiume, perfetta per un aperitivo al volo prima di andare a cena. Un bicchiere di vino (bianco o rosso) va benone, anche i cocktail locali sono OK, ma consiglio di evitare lo Spritz. Non hanno assolutamente idea di cosa sia e soprattutto di quale vino serva per prepararlo…

Per cena la scelta è caduta sul Kaliwa, dove abbiamo ordinato di tutto un po’, sempre ovviamente in chiave asiatica. Non è una cucina che amo, ma ho trovato davvero molto buono il pollo. Solo proprio non ricordo quale fosse il nome originale del piatto… per accompagnare, vasta scelta di cocktails. Ravi ovviamente ha spifferato al personale del ristorante che era il mio compleanno quindi ho ricevuto il tortino di rito.

Per un altro aperitivo con vista o giusto per bere qualcosa ammirando il Washington Monument, degno di nota è il POV Rooftop. Lo trovare all’angolo tra Pennsylvania Avenue NW e la quindicesima. Per accedervi dovete entrare all’Hotel Washington e salire con l’ascensore all’ultimo piano. Se per una sera volete assaggiare il glamour del District of Columbia e sentirvi un po’ parte della borghesia di classe americana, questo è il posto ideale. Ah beh, è ovvio, qui come anche al La Vie, ci lasciate qualche dollaro. Prezzi alti ma non eccessivi, comunque. È necessario un minimo di dresscode, evitare quindi gli outfit da turista tedesco.

Sabato e domenica sono giornate di foto e di chilometri a piedi tra un monumento e l’altro, ma si cerca, nel contempo, di non esagerare e di rilassarsi un poco. Sono già stato qui, ma ogni volta apprezzo la semplicità geometrica e la distribuzione regolare e ravvicinata di monumenti e musei. In realtà, in America il concetto di “ravvicinato” è sempre relativo, sia nel piccolo che nel grande si ha a che fare con distanze a cui noi non siamo abituati. È pur vero che il Lincoln Memorial, il Washington Monument, Il Capitol e la Casa Bianca sono ordinatamente disposti e raggiungibili seguendo comodi percorsi pedonali attraverso piacevoli giardini, ma… senza accorgersene, muovendosi tra uno e l’altro si fa presto a macinare chilometri. Se poi a questo aggiungiamo la visita a qualche Smithsonian…

Il National Air and Space Museum é stato, ovviamente, una tappa obbligata. L’ingresso, previa fila per controlli e metal detector, è completamente gratuito e permette di ammirare una delle più belle collezioni di storia aerospaziale esistenti al mondo. Ero già stato qui anni, fa ma ho trovato molte collezioni nuove e un sacco di pezzi interessantissimi in esposizione che non avevo visto nel 1998.

Per la sessione di foto serali ho scelto di piazzarmi vicino al Capitol, che si raggiunge agevolmente a piedi dal nostro albergo. Purtroppo, in direzione del Washington Monument, l’andirivieni continuo di bus turistici ha reso la realizzazione di un buon scatto con lunga posa una impresa ardua…

È quasi ora di chiudere il laptop e fare la valigia. Domani si va a Boston, con volo Amercan Airlines in mattinata. Lì incontreró Jonathan e proseguiró in direzione New Hampshire, poi Connecticut. La parte tecnica del mio viaggio si è conclusa, ora inizia quella tecnico/comemrciale. Volevo provare l’Acela Express, l’unico servizio ferroviario (parzialmente) ad alta velocitá esistente in USA per il viaggio di domani, ma non c’era modo di convincere l’agenzia viaggi aziendale a sganciare 184 bigliettoni per il treno quando il volo ne costava 80… giustamente. Sará per la prossima.

 

Solomons Island

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L’equivoco é dietro l’angolo, basta aggiungere una “s” alla fine. In effetti la prima volta che sono venuto qui, circa un anno fa, durante il tragitto in auto da Washington Ravi continuava a ripetere “Solomons Island”e io mi chiedevo se stesse delirando. L’equivoco é poi stato chiarito di lì a poco, quando ho scoperto che in realtá Solomons é il nome della cittá, e che essendo una zona costiera costellata di isolette la chiamano “Solomons Island”. Non ha nulla a che fare con l’arcipelago delle Solomons, che si trova in mezzo al Pacifico dall’altra parte del pianeta (e a cui, normalmente, in inglese ci si riferisce con Solomons Islands).
Siamo a sud di Baltimora, una una zona in cui almeno una persona a famiglia ha un posto di lavoro governativo o nella Difesa; nessuna sorpresa quindi nello scoprire che siamo, di fatto, nel bel mezzo di un baluardo repubblicano molto conservatore e tradizionalista. Il volano che alimenta buona parte della zona si chiama Naval Air Station Patuxent River, o, per gli addetti ai lavori, semplicemente Pax River. Si tratta di una base aerea della U.S. Navy in cui lavorano 40.000 persone tra civili e militari, dove ha sede anche NAVAIR (Naval Air Systems Command), una mia vecchia conoscenza dei tempi del programma VH71. Qui è concentrata una buona parte delle attivitá di ricerca e sviluppo della Marina degli Stati Uniti, e per me é davvero un posto interessantissimo in cui lavorare. Sorprendentemente, sono riuscito ad ottenere un permesso per entrare nella base nonostante il mio stato di “non-US Citizen”, cosa che mi ha abbastanza spiazzato se penso che con tute le volte che sono stato in Lockheed Martin non ho potuto vedere nulla più che sempre e solo la stessa sala riunioni. Qui invece mi sono un po’ sentito un bambino a Disneyland, ance se (per ovvie ragioni) non posso dire praticamente nulla di cosa ho visto e cosa ho fatto…
È una zona molto verde, tranquilla, lontana dal trambusto (solo le vie intorno alla base aerea, alla mattina e alla sera, sono discretamente trafficate), con miglia e miglia di strade immerse in una fitta boscaglia che sembrano non portare da nessuna parte. Non è un caso che a volte alla sera quando usciamo e cerchiamo un poso per cenare che non sia il solito fast-food, ci sentiamo letteralmente “in the middle of nowhere”. Peró, se si ha voglia di macinare un po’ di miglia, non mancano gli angoli interessanti da esplorare.
La costa è molto frastagliata, costellata di casette in legno, ville con giardino, innumerevoli moli, porticioli affollati di piccole imbarcazioni. È una zona, questa, in cui molta “gente bene” della East Coast possiede una casetta con elativa barchetta per rilassasi in mezzo ai canaletti e alla natura. Sorprendentemente, le zanzare sono sconosciute qui.

La visuale dalla baia é dominata dal Thomas Johnson Governor bridge, un alto ponte stradale costruito nel 2004. A Solomons trovi ristorantini deliziosi in cui gustare “crab cakes” o, per i piú temerari, ordinare un bel piattone di granchi blu (da aprire e pulire, vi assicuro che é un discreto sbatti). Il granchio qui é decisamente la specialitá piú popolare, ma anche i gamberetti non sono niente male. Negozietti di degustazione di vini locali e piccole birrerie artigianali completano il quadro.

Mi piace qui, perché é davvero “different America”, lontano dalle grandi cittá turistiche, lontano dal trambusto, lontano dalle mete piú gettonate. Questo é un angolo di tranquillitá costiera che sembra uscito da una serie TV americana.
A Solomons é veramente bello andare a cenare da Island Hideout, un bel ristorantino, un pó nascosto, che da su una piccola Marina. Qui ho mangiato una bella Paella con granchio, a contorno le barche che dondolavano nel porticciolo sferzato dal vento. Il top tuttavia per me rimane Courtney’s, che si trova a 20 minuti buoni di macchina da qui, affacciato sul mare all’estremo di un lembo di terra che sembra buttarsi nell’oceano. La strada parte da Pax river con 4 corsie per senso di marcia e si restringe via via sempre di piú per finire letteralmente qui, nel parcheggio del ristorante. Courtney ha piú di 70 anni e tutte le mattine esce a pesca alle 5. Alle 9 rientra, porta il pesce alla moglie che inizia a pulirlo e prepararlo, dopodiché va a “crabbing”, a caccia di granchi. E alla sera lo troverete al ristorante, a servirvi il pesce a tavola e a consigliarvi cosa mangiare in base al pescato del giorno (e a quello che ne é rimasto). Un personaggio tagliato giú con l’accetta, dai modi diretti e schietti e dal temperamento piacevole, e dalla sorprendente somiglianza con Popeye.. eh sí, Braccio di Ferro esiste davvero, e lo trovate a sud di Solomons.